In questi giorni ha fatto scalpore la lettura di alcuni estratti del “Manifesto di Ventotene” da parte della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Resta da capire da dove derivi tanto stupore: se le opposizioni non fossero tanto impegnate a dividersi, secondo un copione ben noto della sinistra italiana, si sarebbero accorte che nel 2022 Giorgia Meloni, cresciuta nell’ala giovanile del Movimento Sociale Italiano – partito d’ispirazione chiaramente neofascista, ha vinto democraticamente le elezioni nella “Repubblica nata dalla Resistenza”. 

Difficile ammetterlo, ma senza squadrismo, senza olio di ricino e senza assalti alle sedi delle cooperative, gli italiani hanno democraticamente consegnato il loro futuro ad una persona cresciuta in un movimento politico su cui, come illustrato da Chiarini, il mito della Repubblica di Salò ha sempre esercitato un significativo ascendente.

Giorgia Meloni ci dice che l’Europa nata dal Manifesto di un gruppo di resistenti, che il regime fascista aveva mandato al confino non è la sua: dov’è la sorpresa?

Più sorprendente è la scelta del passo incriminato del Manifesto di Ventotene “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”.

E la ragione è presto detta: il manifesto parla ad esempio dei servizi pubblici, quando, poche righe dopo dichiara: “non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche)…”.

In altre parole, gli estensori del Manifesto di Ventotene criticavano il fatto che alcuni potentati privati privilegiati accumulassero considerevoli ricchezze a scapito della collettività, beneficiando di posizioni di rendita.

Vale la pena di notare che, persino al di là della barricata, l’idea di porre limiti allo strapotere dei privati nei settori d’interesse pubblico trovava consenso. Il Manifesto del Partito Fascista Repubblicano, approvato a Verona nel 1943, dichiarava all’articolo 11. “Nell’economia nazionale tutto ciò che, per dimensione o funzione, esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, debbono venir gestiti dallo Stato per mezzo di enti parastatali”

L’articolo 43 della Costituzione Italiana, scritto nell’immediato dopoguerra, recita ancora “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Verrebbe da chiedersi dove Giorgia Meloni abbia appreso a trovare tanto indigesta l’idea che la proprietà privata, specie quella di enormi dimensioni o in settori strategici, non debba essere soggetta ad alcun controllo od alcuna limitazione. 

Forse, si potrebbe malignare, dalle sue frequentazioni oltreoceano, dove ha trovato uomini del calibro di Elon Musk che stanno devastando i servizi pubblici essenziali con politiche ultraliberiste.

Forse, come abbiamo già scritto dalle colonne di questo periodico, i veri riferimenti dei sovranisti del ventunesimo secolo non sono la patria e la bandiera, ma la ricerca dell’affermazione economica e personale ad ogni costo. 

Rispetto a questo obiettivo, certo, un’Europa solidale, democratica e fiera del suo modello di welfare originata dal Manifesto di Ventotene – e riproposta nel Rapporto Draghi- non può che essere un impiccio. 

Resta da chiedersi quale sia la posizione di noi riformisti in questo quadro desolante. 

La destra italiana, che ha governato il Paese nel ventennio berlusconiano, trascinandolo tra scandali postribolari, la condanna in via definiva per concorso in associazione mafiosa dell’On. Dell’Utri, fino all’orlo della bancarotta nel 2011 era caduta in disgrazia persino presso i disinformati elettori italiani che avevano consegnato una netta maggioranza a forze politiche diverse, quali, principalmente, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Gli italiani avevano chiesto con forza a queste forze politiche un cambiamento radicale. È stato fatto buon uso di questo consenso? A che punto siamo con la rottamazione?

Queste sarebbero le vere domande che la sinistra dovrebbe porsi, per ricominciare a parlare al suo elettorato in termini credibili: il problema non è certo che Giorgia Meloni sia coerente con le sue idee di una società oligarchica e gerarchizzata. La vera domanda è come mai, l’idea dello stato leviatano, padrone dei suoi cittadini – tra l’altro ben descritto nella prima parte del Manifesto di Ventotene, – sia potuto risorgere, per giunta con il pieno consenso dei cittadini, malgrado l’esistenza dell’Unione Europea. 

Giulio A. Cortesi

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