Sono passati tre anni e presto, la settimana prossima, imboccheremo la strada che ci porterà verso il quarto anno di guerra. Parlare dell’Ucraina, a nome degli Ucraini, diventa ogni giorno, ogni volta più difficile. Gli eventi sia politici che militari si susseguono con un ritmo lento, quasi cadenzato, in quella che ormai è l’indifferenza generale.  A parte gli amici che, ormai da anni, sono testimoni delle mie vicende personali (una parte millesimale del travaglio che avvolge l’Ucraina intera), quando mi capita di parlare della mia esperienza (ormai più su stimolo di terzi che spontaneamente) la prima reazione che vedo è uno sguardo di sorpresa e di smarrimento. Spesso è seguito dal balbettio di una domanda… ”ma c’è ancora la guerra in Ucraina?”     

A volte ho molta paura per l’Italia, perché ho l’impressione che viviamo ormai in un mondo fatato di rotocalchi che è completamente distaccato dalla realtà. Questo, purtroppo, vale per tutti, dalla casalinga di Chiavari al bracciante di Bivona, passando per il professionista di Bagno a Ripoli e l’imprenditore di Vasto. Un mondo fatto di immagine che avvolge come una polvere magica la sostanza della realtà, la nasconde e infine la soffoca. È una sindrome che avvolge anche la politica e i politici italiani perché anche questi, volenti o nolenti, sono obbligati a seguire il vento. Il popolo non ama le Cassandre, i profeti o i Savonarola: li esalta brevemente quando sono una novità, ma poi li emargina e li elimina, se si accorge che invece di mettere a nudo il re, il profeta sta mettendo a nudo le debolezze del popolo stesso.

Lo stesso distacco dalla realtà avvolge anche i rapporti con l’Ucraina e la sua realtà di guerra. È come se non ci si rendesse conto fino in fondo di cosa si tratta e di tutte le conseguenze che porta. E questo vale sia per chi parteggia per il dittatore, che per gli ignavi che oscillano tra le due campane, ma anche per chi si schiera a difesa dell’Ucraina e della sua libertà.  Fra i primi c’è chi dopo tre anni blatera ancora di minoranze russofone oppresse in Ucraina.  Fra gli ultimi c’è chi ingenuamente mette in imbarazzo gli ucraini chiedendo opinioni sui video degli arruolamenti e le resistenze a questi, sperando in qualche rassicurante risposta politically correct. Nessuno, in un modo o nell’altro, si rende conto di cosa vuol dire essere in guerra, dei perché la si fa, delle scelte a cui obbliga e delle conseguenze che porta. A volte penso che gli italiani non solo non siano più in grado di imbracciare un fucile per difendersi, ma nemmeno di accettare la realtà, se questa implica qualcosa in più di una manifestazione di protesta domenicale. Questo, ovviamente, a patto che detta manifestazione si chiuda in tempo per vedere la domenica sportiva con gli amici, o permetta di non fare tardi al tradizionale cinema della domenica sera con le amiche. 

Questo distacco dalla realtà può essere scambiato per indifferenza se si confronta con la partecipazione emotiva che avvolge la vicenda di Gaza e il dramma che si sta consumando in Palestina. Anche lì, come in Ucraina, c’è una guerra in corso e gli innocenti soffrono e muoiono per questo, ma le due vicende sono percepite in modo estremamente diverso. Gaza a suo modo fa parte del mondo dei rotocalchi, l’Ucraina no; o quanto meno non più. La Palestina è continuamente alla ribalta ogni giorno, con nuove notizie che, in realtà, non sono altro che la morbosa riproposizione degli orrori del giorno prima, fotografati da un angolo diverso, con qualche dettaglio in più o con qualche particolare in meno. Come dice un mio caro amico, che di mestiere fa l’analista geopolitico, dal punto di vista militare è una guerra noiosa da commentare, che però, per l’immagine che dà, è un prodotto sia mediatico che politico che si vende bene e buca lo schermo. Pochi mesi dopo il sette ottobre il mondo (o quanto meno la gran parte di esso) ha deciso chi erano i buoni e chi erano i cattivi, dimenticando tutto il resto. Nessuno ha rapporti economici con la Palestina, pochi con Israele, e quei pochi non li pubblicizzano. 

È una guerra che ha le sue radici in quasi ottant’anni di odio e di conflitti generalizzati ed è quindi facilmente comprensibile, non ponendo difficili domande sul perché si sia scatenata. Soprattutto è una guerra lontana, al di fuori dell’Europa, di quelle che a noi non potrebbero mai capitare, come i conflitti del Corno d’Africa o dello Yemen. Non ci cambia la vita, non ci coinvolge materialmente e non ci divide se non per minime frange. Possiamo emozionarci, indignarci, piangere e struggerci serenamente come davanti a uno spettacolo televisivo, con la certezza che comunque vada nulla cambierà nella nostra vita e soprattutto che la soluzione materiale del conflitto non è affar nostro. In un certo senso ricrea la morbosità dell’efferatezza, come quella che spinge a leggere pagine e pagine sulle imprese di efferati serial killer.  Per questo è un buon prodotto mediatico che comunque fa vendere (con notizie vere o notizie false non importa) e accresce l’esposizione mediatica dei personaggi politici e non, che ne fanno il loro cavallo di battaglia per accrescere la loro notorietà personale.

L’Ucraina è diversa a partire dall’immagine: non ci sono bambini, anziani o disabili da mostrare all’occhio della macchina da presa. In realtà ce ne sono tanti che soffrono, più di quanti se ne possa immaginare, ma la dignità tipica dei popoli slavi impedisce di mostrarli e di farne un catalizzatore emotivo. C’è una guerra e bisogna apparire forti, determinati, anche se dentro di noi viviamo con la morte nel cuore. Al di là di questo, l’Ucraina è divisiva perché, veri o presunti, ci sono dei rapporti economici, perché le parti in campo rappresentano, a torto o a ragione, la proiezione delle nostre visioni politiche, morali e religiose e perché, nella visione dei semplici, la solidarietà e la difesa della libertà, sono spese inutili. L’Ucraina è diversa perché è vicina, impone delle scelte e ci ricorda che il mondo è cambiato e nulla sarà più come prima. Quindi meglio ignorarla, rimuoverla, fare finta che non esista nell’attesa che in qualche modo finisca, con l’illusione che poi tutto tornerà come prima. 

Gli Ucraini a questa indifferenza non fanno più caso: alla fine l’indifferenza è meglio dell’abbandono o peggio del tradimento. Nel corso della loro storia secolare sono stati prima traditi dai russi, e poi illusi ed abbandonati dagli svedesi, dai tedeschi, dai polacchi e da chiunque altro che prometteva di aiutarli a liberarsi dal gioco russo e di cui si sono fidati. L’Europa, inclusa l’Italia, comunque finora c’è stata, anche se divisa, indecisa e pasticciona, ed è questo l’importante. Se poi parte della sua popolazione, col tempo è diventata indifferente, o è distratta da altro, va bene anche così, basta che comunque l’Europa ci sia. L’Europa c’è stata e c’è tuttora a sostegno dell’Ucraina, anche durante l’ennesima farsa politica organizzata da Donald Trump, iniziata ad Anchorage e che si continua a trascinare in questi giorni verso non si sa quale epilogo. Non pago delle pessime figure già rimediate con la spacconata di chiudere la guerra in ventiquattro ore, la vergognosa esibizione dello studio ovale, i colloqui fallimentari di Riad e quelli ancor più fallimentari in Turchia, il presidente americano ha provato per l’ennesima volta a rendersi ridicolo occupandosi dell’Ucraina. Anche stavolta Donald Trump è riuscito a non deludere le attese.

Ha iniziato subito bene con l’attesa di Putin sulla pista, con l’occhio languido di un diciottenne davanti alla porta di casa dell’amata la sera del ballo delle debuttanti, e l’applauso fuori luogo al dittatore che poi ha ordinato di tagliare da tutti i video ufficiali. Poi il giro sull’auto presidenziale (probabilmente non ha portato Putin al drive-in, perché era giorno ed era chiuso) e infine tre ore di colloqui a porte chiuse, per evitare che orecchie indiscrete mettessero in ridicolo i suoi tweet trionfalistici che avrebbero inevitabilmente fatto seguito all’incontro. Anche questi, come previsto, ci sono stati, insieme all’incontro-farsa con l’Ucraina e gli alleati alla Casa Bianca. Il problema è che dopo questi eventi, premesso che sicuramente l’Ucraina, la NATO e l’Unione Europea siano alleati, ci si chiede invece, sempre più insistentemente, con chi siano alleati gli Stati Uniti.  

Premesso il fatto che le proposte riportate da Trump sono oggettivamente inaccettabili, a cominciare dalla richiesta di consegnare la cintura di città fortezze che ancora resistono in Donbass (in pratica è come se un malvivente, che sta cercando di aprirvi la porta di casa, vi chiedesse di aprirla spontaneamente quale condizione per andarsene) ora sono gli stessi russi a mettere in ridicolo il tentativo di Trump, se mai c’è realmente stato di mettere fine alla guerra. A partire dalla proposta volutamente canzonatoria di tenere il faccia a faccia Putin – Zelensky al Cremlino, l’amministrazione russa, per bocca del ministro degli esteri Lavrov, sta costantemente e scientemente demolendo la prospettiva di un negoziato faccia a faccia con gli Ucraini. Forse i russi pensavano, nella loro forma mentis, che gli Stati Uniti avessero ancora un profondo ascendente sui propri alleati, per indurli a fare quello che Putin desidera. Forse lo pensava anche Trump, ma la realtà purtroppo per loro (e per fortuna per noi) non è così. 

Quell’ascendente, fortissimo con altri presidenti, si riduce di giorno in giorno per le bizzarrie e l’incapacità dimostrata da Donald Trump e dalla sua amministrazione di gestire i problemi sia interni che esteri. In questo contesto, le inconcludenti iniziative come quella di Anchorage, non fanno altro che accelerare questo processo. Appurato ciò, i russi, paghi della passerella mediatica che gli è stata regalata, probabilmente stanno già pensando altre mosse per uscire dall’impasse della guerra, dato che sta diventando costosa anche per loro, e non se ne vede una fine. Lo stesso Trump poi ha iniziato come al solito a defilarsi, facendo marcia indietro sul progetto di chiudere la guerra in un vertice fra presidenti. Forse spera che la confusione mediatica, che ormai regna sovrana, faccia scordare a tutti, ma in particolare ai suoi elettori, che questa disgraziata iniziativa è stata un’altra delle sue brillanti idee. 

E gli ucraini? Hanno imparato la lezione: non rincorrono illusioni, danno ragione al matto per tenerlo buono e continuano la loro guerra. Oggi festeggiano il giorno della bandiera e la data dell’indipendenza. Lo fanno con celebrazioni ma anche con attacchi in profondità, ricordando a Putin che non sono degli sprovveduti come l’attuale inquilino della Casa Bianca e la sua corte dei miracoli. Buona Festa dell’Indipendenza Ucraina, “Slava Ucraini” …. ora e per sempre. 

Fabrizio Fiori

Credit: AFP

Credit: Radio Popolare

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