In questo quadro frammentato emerge con chiarezza l’arretramento del liberalismo internazionale incardinato dal 1995 nel sistema dell’O.M.C. Dopo la paralisi dell’organo di appello – motivata proprio dalla decisione statunitense di non partecipare più alla nomina dei suoi componenti – si è assistito ad un vero e proprio cambio di paradigma nei rapporti commerciali internazionali. La struttura giuridica dell’O.M.C. ha una lunga storia che affonda le sue origini nella Carta Atlantica sottoscritta dall’allora primo ministro del Regno Unito, Winston Churchill, e da Franklin D. Roosevelt, l’allora presidente degli Stati Uniti che stabiliva, tra i suoi principi, un equo accesso alle risorse per tutti gli stati e il libero commercio. Implicitamente, questi impegni, rappresentavano l’abbandono delle politiche protezioniste degli anni Trenta, come le tariffe statunitensi incorporate nello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 e nel Sistema delle Preferenze Imperiali introdotto in risposta dall’Impero inglese nel 1932 alla Conferenza di Ottawa, che avevano contribuito a preparare il terreno per l’ascesa dei nazionalismi tedesco e giapponese e lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Le politiche daziarie di Trump segnano senza dubbio un ritorno al passato: l’O.M.C. e il F.M.I. hanno calcolato che le tariffe non sono mai state così alte dagli anni Dieci del XX secolo. Di fronte a questa virata l’Europa è apparsa debole e divisa. Il libero commercio è uno dei pilastri dell’ideologia europea, ma la Commissione non è stata capace di unire una coalizione di stati capaci di controbilanciare le misure statunitensi ed ha accettato di pagare un dazio omnicomprensivo del 15 % sui prodotti europei che verranno esportati negli Stati Uniti, mentre il mercato europeo resterà aperto ai prodotti americani a tariffe bassissime o addirittura allo 0%.
Che cosa aspettarsi da un simile quadro? È evidente che siamo di fronte ad un riposizionamento delle Grandi Potenze in materia economica e che l’attuale situazione richiede un profondo ripensamento delle politiche portate avanti sin qui. Alla caduta della Cortina di Ferro e Cortina di Bambù le élite occidentali avevano incoraggiato l’accesso della Russia e della Cina al mercato globale, secondo l’idea che le liberalizzazioni in campo economico avrebbero portato ad una democratizzazione della vita politica. L’adozione di un’economia di mercato è stata solo parziale in entrambi i Paesi, dove diversi settori strategici sono rimasti dominati da grandi imprese di stato, veri e propri bracci economici delle oligarchie russe e cinesi. L’incremento dell’efficienza e la razionalizzazione di queste entità hanno portato ad un notevole rafforzamento delle economie di entrambi i Paesi, ma alle riforme economiche non hanno fatto seguito altrettanto significativi cambiamenti in campo politico.
La tradizione imperiale di entrambi gli stati, le ambizioni egemoniche delle élite cinesi e russe e la scarsa fiducia nei confronti dell’Occidente hanno fatto sì che ingenti risorse siano state destinate ad una politica di potenza (oggi la Cina ha la più grande marina militare per numero di navi) e non al rafforzamento della democrazia. In questo contesto la politica di Trump sembra un tentativo goffo di riportare indietro le lancette della storia e imponendo nuovamente il dominio dell’Occidente, non con un multilateralismo ragionato – ad esempio condizionando l’accesso a risorse o a tecnologie a delle riforme democratiche, ma attraverso un bilateralismo brutale realizzato con l’imposizione di pesanti dazi. Il rafforzamento dei partiti nazionalisti anche in Paesi tradizionalmente pacifisti – almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale – come il Giappone, è la prova evidente che questo metodo non può che riportarci su sentieri già percorsi, con esiti potenzialmente catastrofici. In questo quadro l’unica speranza è un risveglio dell’Europa.
Giulio A. Cortesi

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