Il tennista italiano vince i tornei di Vienna e di Parigi e così scalza Carlos Alcaraz dalla leadership del tennis mondiale. È così che risponde un fuoriclasse alle troppe parole.

Credito: Ita Press

Un campione dimostra di essere un fuoriclasse quando, messo con le spalle al muro, e quando tutto sembra dire che ormai non c’è più niente da fare, lui ribalta il destino già scritto e riesce a vincere. Jannik Sinner dopo il plateale abbandono del torneo di Shanghai, appoggiato sulla sua racchetta come fosse un vecchietto che si sostiene con il suo bastone, con le gambe paralizzate dai crampi, sembrava aver perso definitivamente le speranze di poter tornare numero uno del ranking mondiale prima della fine di questa stagione. 

Essendo costretto a stare fermo per più di tre mesi a causa della sospensione comminatagli dalla WADA, l’agenzia antidoping mondiale, per l’accidentale positività al Closterbol, Sinner aveva dovuto cedere molti punti ai suoi inseguitori e così, dopo 65 settimane consecutive di indiscusso dominio, con la sconfitta alla finale degli US Open, aveva dovuto cedere il suo primato del tennis mondiale a Carlos Alcaraz. 

Per 58 giorni, lo spagnolo è rimasto in vetta e Jannik Sinner dopo il ritiro in finale a Cincinnati per un virus e l’episodio di Shanghai, era convinto lui stesso che riuscire nell’impresa di riprendersi il trono, fosse una missione impossibile.

 Ma i fenomeni non sono fatti della stessa materia dei comuni mortali: diceva Muhammed Alì che un campione non si costruisce in palestra, ma un campione si costruisce da qualcosa che ha dentro, un desiderio, un sogno, una visione. Questo nutrimento dello spirito, consente ad un campione di alimentare la speranza quando tutto sembra crollargli addosso, di trovare forza e energia anche quando il respiro in campo si fa corto e quando i muscoli iniziano a fare troppo male. Qualcuno la potrà chiamare “cazzimma”, qualcun altro “resilienza”, ma questa di Sinner a noi sembra “ispirazione”. 

Le settimane precedenti al torneo di Parigi, sono state per Sinner uno dei tanti momenti difficili degli ultimi due anni. Arrivava dal ritiro di Shanghai e si era presentato al torneo ATP 500 di Vienna, trascinandosi dietro già una scia di polemiche sul suo stato di preparazione atletica e del suo fisico, definito nel migliore dei casi “gracile”. 

Il giorno di inizio del torneo, il 20 ottobre, con una nota ufficiale, Sinner comunica che, a causa della fatica accumulata durante la stagione, ha deciso di finire i suoi impegni sportivi dell’anno con la partecipazione alle ATP Finals di Torino e di rinunciare alla fase finale della Coppa Davis. 

Sicuramente non immaginava la portata emotiva del suo gesto. In pochi minuti, la sua decisione si è trasformata in un caso nazionale. Non tanto sportivo, quanto simbolico. In Italia, in un apice di drammatizzazione, il talento non è più solo un fatto tecnico: è diventato un riflesso di una identità collettiva. Con Jannik Sinner questa identità nazionale è il suo dover prestare servizio al Paese che lo chiama a rapporto, come fosse l’adempimento del giuramento di un soldato sulla bandiera; si è così trasformata una banale scelta di un campione per riposarsi ed essere pronto alle sfide della prossima stagione, quasi un volersi sottrarre a un dovere morale. Una scelta di equilibrio personale è diventata materia di dibattito pubblico. Dai quotidiani ai talk televisivi, le reazioni non si sono fatte attendere. Bruno Vespa ha twittato: “Perché un italiano dovrebbe tifare per Sinner? Parla tedesco, risiede a Montecarlo e non gioca con la nazionale”. Parole rimbalzate ovunque, seguite da un editoriale di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, che ha definito la scelta “un errore verso il Paese che lo ha cresciuto”. 

Anche Massimo Gramellini e altri commentatori hanno espresso delusione, trasformando la vicenda in una sorta di processo all’identità di Sinner, come se il tennista altoatesino dovesse ogni volta “riconfermare” la sua italianità attraverso la maglia azzurra. 

Ma Sinner non ha mai voltato le spalle all’Italia: l’ha già portata due volte alla vittoria in Davis e ha incarnato con sobrietà il volto migliore dello sport azzurro. Il suo silenzio, la sua compostezza, la sua scelta di non rispondere agli attacchi sono, paradossalmente, la risposta più elegante. Dietro la polemica, dunque, c’è qualcosa di più profondo: il nostro rapporto con i campioni. Li vogliamo infallibili, sempre disponibili, simboli di appartenenza e riscatto. Ma dimentichiamo che anche i campioni sono esseri umani, con corpi che si stancano e menti che hanno bisogno di riposo. La scompostezza dei cosiddetti maestri del nostro giornalismo, ha trovato una risposta da parte dei milioni di tifosi, che si sono indignati e sono insorti per difendere questo ragazzo: un campione che rappresenta il meglio della gioventù e del talento del nostro Paese. 

Il fuoriclasse, però, sa come rispondere con i fatti e senza usare troppe parole, soprattutto quando le parole che lo travolgono sono troppe e sgraziate. Il fuoriclasse, soffre in silenzio per gli insulti che non merita, perché sa che c’è solo un luogo in cui deve parlare e rispondere, il luogo dove si sente a casa e al sicuro: il campo. Così il fuoriclasse Jannik ha tenuto dentro di se le parole e i pensieri, ha lavorato ancora più duro, ha dimenticato il dolore dei muscoli, la stanchezza, i dubbi, le paure. Il fuoriclasse Jannik è sceso in campo come fosse un uomo in missione e ha vinto prima il torneo di Vienna, battendo in una finale straordinaria Alexander Zverev 3-6 6-3 7-5 e poi è arrivato al Master 1000 di Parigi come fosse vestito in tuta mimetica, pronto a dare tutto sul campo pur di non darsi per vinto. Lo abbiamo visto faticare nei primi turni del torneo, appoggiarsi nuovamente sulla racchetta, come il vecchietto di Shanghai, usandola come bastone; lo abbiamo visto avere il fiato corto, ma di partita in partita, la motivazione gli faceva dimenticare ogni sofferenza. 

Ha sconfitto uno dopo l’altro il numero 5 del mondo Ben Shelton (6-3 6-3), il numero 3 Alexander Zverev (6-0 6-0) e il numero 8 della Race per Torino Felix Auger-Aliassime (6-4 7-6) in una finale durissima. Il 3 ottobre, così, grazie anche alla sconfitta al secondo turno di Parigi di Carlos Alcaraz, Jannik Sinner ha servito in diretta mondiale la sua risposta a tutti: ha vinto il Master 1000 di Parigi ed è tornato, dopo 58 giorni, numero uno del tennis mondiale. Il posto che merita e che non avrebbe smesso di essere suo, se non avesse dovuto scontare tre mesi di sospensione ingiusta. Lo sport è una forma di riscatto, un modo per dimostrare che si può tornare dove si era caduti. “L’importante nella vita non è vincere, ma combattere bene. Non il trionfo, ma la lotta: è in essa che si misura l’uomo” diceva De Coubertin. Questo è lo sport e questi sono i valori che incarna: Jannik Sinner è lo sport. È l’Italia, che non sa amare chi non si piega. In un’epoca che pretende campioni onnipresenti, Sinner ricorda che la grandezza non sta nel dire sempre “sì”, ma come ha scritto Rilke, “è restare fedeli a se stessi, anche quando il mondo ci chiede di essere qualcun altro”.

Cinzia Emanuelli

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