Quando l’antisionismo diventa il nuovo linguaggio dell’intolleranza e la sinistra smarrisce la memoria che l’aveva resa argine all’odio.

L’episodio accaduto all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove un gruppo di attivisti ha impedito a Emanuele Fiano di parlare, non è soltanto un fatto di cronaca universitaria. È un campanello d’allarme per la democrazia italiana. Quando un deputato, figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz, viene messo a tacere nel nome dell’“antisionismo”, è chiaro che qualcosa si è incrinato nel tessuto civile e culturale del Paese.

Gli slogan urlati — “Fuori i sionisti dall’università” — non evocano solo la rabbia politica di un movimento. Richiamano, con inquietante precisione, la logica dell’esclusione che un tempo marchiò le leggi razziali. È un déjà-vu che ferisce la memoria collettiva e rivela quanto fragile resti la coscienza democratica quando l’odio cambia linguaggio. Ma c’è un nodo che fa ancora più male: questo antisemitismo che si manifesta oggi nasce, spesso, a sinistra. Non nella destra nostalgica o nei gruppi neofascisti — dove l’odio per l’ebreo è purtroppo un vecchio copione — bensì in quella parte del mondo progressista che, nel nome della causa palestinese, confonde la critica a Israele con il rifiuto di chiunque ne difenda il diritto a esistere. È un cortocircuito culturale e morale.

Una parte della sinistra italiana — erede di una tradizione antifascista che aveva fatto della memoria della Shoah un pilastro etico — sta oggi cedendo alla tentazione dell’identificazione cieca con il “più debole”, trasformando la complessità del conflitto mediorientale in una narrazione binaria: vittime da una parte, oppressori dall’altra. In questo schema semplificato, l’ebreo torna a essere simbolo di potere, di dominio, di colpa. E così, in nome dell’antimperialismo, si rischia di riproporre stereotipi antisemiti vecchi di secoli.

I dati recenti aggravano il quadro: il 15 per cento degli italiani ritiene “in parte giustificabili” gli attacchi contro gli ebrei, quasi uno su cinque tollera scritte o insulti antisemiti. È una deriva che attraversa l’intero spettro politico, ma che fa più impressione quando attecchisce in ambienti che si definiscono “progressisti”. Perché da chi ha fatto dell’uguaglianza e della solidarietà i propri valori fondativi, ci si aspetta l’esatto opposto. Nelle università, nei centri sociali, nei collettivi studenteschi, l’idea di pluralismo sembra ormai soccombere alla logica della purezza ideologica: chi non si allinea, viene zittito. Impedire a Fiano di parlare — mentre parlava di pace — non è un atto di militanza, ma di censura. E ogni censura, soprattutto quella motivata dall’identità di chi parla, è una forma di violenza. Ancora più inquietante è il silenzio assordante del Partito Democratico verso Emanuele Fiano, come se la difesa di un proprio esponente non valesse il prezzo di una presa di posizione chiara contro l’intolleranza.

L’antisemitismo non si presenta più con svastiche e croci uncinate: oggi indossa la maschera dell’attivismo morale, del “progressismo” radicale, della solidarietà selettiva. Ma il risultato è lo stesso: isolare, colpevolizzare, escludere. Contrastarlo significa tornare a distinguere. Tra critica politica e pregiudizio etnico, tra dissenso e delegittimazione, tra giustizia e fanatismo. E significa anche chiedere alla sinistra — quella autenticamente democratica — di riconoscere e correggere le proprie ambiguità, prima che l’antirazzismo diventi, paradossalmente, un nuovo terreno di razzismo.L’Italia ha conosciuto il silenzio imposto. Sentirlo riecheggiare oggi, a sinistra, nelle aule dove si insegna libertà, è il segnale più triste di un tempo che non ha ancora imparato la lezione della storia.

Giorgio Denicolai

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