DOSSIER “TRATTATIVA SUI DAZI TRA UNIONE EUROPEA E STATI UNITI”
Nel luglio 2025, a Bruxelles, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno firmato un accordo che segna un cambio di rotta nelle relazioni transatlantiche. Non è solo un’intesa commerciale, che fissa un dazio forfettario del 15% sulle esportazioni europee verso gli USA, ma soprattutto un patto energetico di portata storica. Il cuore dell’accordo è un impegno europeo da 750 miliardi di dollari in tre anni per acquistare energia americana: gas naturale liquefatto (GNL), petrolio e componenti per energia nucleare. A questi si aggiungono investimenti per altri 600 miliardi di dollari nel settore energetico statunitense. Obiettivo: blindare la sicurezza energetica europea e ridurre la dipendenza da forniture instabili.
L’intesa, seppur ambiziosa, è considerata da numerosi analisti e associazioni industriali irrealizzabile, sia per la capacità tecnica limitata dell’UE di assorbire tali volumi, sia per l’insufficiente offerta energetica statunitense alle quantità promesse. Inoltre, l’impegno a importare grandi quantità di combustibili fossili rischia di contrastare con gli obiettivi climatici e di decarbonizzazione europei, mettendo a rischio il Green Deal e la transizione energetica continentale. Le critiche sottolineano anche i possibili effetti negativi sulla competitività industriale europea a causa dell’aumento dei costi energetici. Dal punto di vista geopolitico, l’accordo aumenta la dipendenza europea dalle forniture statunitensi, con implicazioni di stabilità e sicurezza energetica.
Il prezzo della sicurezza: gas americano vs gas russo
Sul piano economico, il GNL americano costa caro: circa 25 euro per MWh, quasi il doppio rispetto al gas russo arrivato per anni via gasdotto, senza le costose fasi di liquefazione e rigassificazione.
Ma il prezzo più alto è anche il prezzo della libertà: il gas USA arriva via nave, senza vincoli a pipeline fisse che possono diventare strumenti di pressione politica.
La Russia e la frattura energetica
Dal 2022 in poi, le tensioni tra Occidente e Russia hanno stravolto il mercato. L’UE punta a interrompere del tutto le importazioni da Mosca entro il 2027. Intanto, dazi fino al 500% sulle esportazioni energetiche russe verso gli USA e nuove sanzioni internazionali hanno ridotto del 27% le entrate del Cremlino dal settore energetico, colpendo la sua capacità di investimento a lungo termine.
Industria europea: tra rincari e transizione verde rallentata
Il passaggio al gas americano garantisce stabilità, ma non senza costi collaterali. Acciaio e alluminio, materiali chiave per le rinnovabili, restano gravati da dazi intorno al 50%, aumentando i costi di produzione. Risultato: possibili bollette più alte e tempi più lunghi per infrastrutture green.
Eppure, per Bruxelles, la priorità oggi è la resilienza strategica: energia sicura prima di energia economica.
Il tassello mediorientale: Israele, Egitto e nuove rotte del gas
Mentre l’Europa rafforza l’asse con Washington, nel Mediterraneo Orientale si muovono pedine decisive.
Israele ed Egitto hanno siglato nel 2025 un accordo da 35 miliardi di dollari per l’esportazione di 130 miliardi di metri cubi di gas dal giacimento Leviathan fino al 2040: il più grande nella storia israeliana. La prima fase partirà nel 2026 con 20 miliardi di metri cubi, seguita da un’espansione legata alla costruzione di nuovi gasdotti e infrastrutture sottomarine. Per Il Cairo, significa assicurarsi forniture strategiche; per Tel Aviv, consolidare un ruolo di hub energetico regionale.
Anche l’Egitto però nel contempo diventa sempre più un hub regionale, considerando anche le notizie della scoperta del giacimento Cronos, al largo di Cipro. Con un accordo che mira allo sviluppo e all’esportazione del gas di Cronos attraverso le infrastrutture esistenti in Egitto, in particolare tramite il campo di Zohr e l’impianto di liquefazione GNL di Damietta.
Questo permette di trasformare il gas cipriota in gas liquefatto per l’esportazione verso i mercati europei, posizionando Cipro come produttore e esportatore e l’Egitto come un hub energetico regionale nel Mediterraneo orientale. Quel gas finirà con il raggiungere l’Europa?
Medio Oriente: crescita e tensioni
Il mercato energetico mediorientale, valutato 24,6 miliardi di dollari nel 2024, è destinato a crescere del 19,5% annuo fino al 2034, trainato da Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Marocco, quest’ultimo pronto a entrare nella produzione di GNL entro fine 2025. Ma le opportunità convivono con le fragilità: conflitti latenti, come quello tra Israele e Iran, e la corsa a nuovi corridoi energetici (Turchia in testa) mantengono alta la volatilità dei mercati.
La minaccia del Qatar e la sostenibilità ambientale
In parallelo, il Qatar, terzo esportatore mondiale di GNL e fornitore strategico per l’Europa dopo il ridimensionamento delle forniture russe, ha minacciato di ridurre drasticamente le sue forniture all’UE in risposta alla nuova direttiva europea sulla sostenibilità aziendale (CSDDD), che impone oneri stringenti di monitoraggio ambientale lungo le catene di approvvigionamento. Questa mossa rilancia il dilemma europeo: come conciliare gli obblighi ambientali con la sicurezza energetica in un periodo di forte tensione geopolitica e volatilità del mercato.
Un futuro da scrivere
L’accordo UE-USA del 2025 non è solo una questione di approvvigionamento energetico: è un capitolo di politica estera, sicurezza e strategia industriale.
Il vero banco di prova sarà trovare un equilibrio tra tre variabili in tensione: costi sostenibili, transizione verde e stabilità geopolitica.
Per l’Europa, la sfida è chiara: non subire le crisi, ma costruire un sistema energetico capace di resistere a qualunque tempesta.
Matteo Cocco

Iscrizione Newsletter
Iscriviti subito alla nostra Newsletter per rimanere sempre informato!

Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.