Icona del desiderio e simbolo di una libertà femminile senza compromessi, Brigitte Bardot ha segnato il cinema e l’immaginario del Novecento. Con la sua scomparsa si chiude definitivamente il mito ribelle di BB.

La scomparsa di Brigitte Bardot, avvenuta a 91 anni nel silenzio della sua villa di La Madrague, non ha nulla della fine spettacolare che il Novecento ha spesso riservato alle sue icone. È un congedo appartato, quasi coerente con la sua vita, di chi si è sottratta allo sguardo curioso del mondo scegliendo, ancora una volta, di governare il proprio mito, dissolvendosi non nella cronaca, ma nella leggenda. Figura archetipica del desiderio, in una società che stava vivendo lo sforzo della ricostruzione postbellica, BB non è stata solo un corpo, sebbene quel corpo abbia contribuito a segnare la sua unicità in quei tempi in cui avere un corpo era affermare la propria esigenza di libertà. In lei l’erotismo smette di essere una trasgressione, ma diventa comunicazione e messa in crisi dell’ordine borghese e perbenista. Lei incarnava una femminilità nuova, istintiva, non mediata dal senso di colpa di un ruolo predeterminato nella società: la sua era una libertà che scandalizzava e faceva rumore  proprio perché non chiedeva il permesso a nessuno per essere espressa. 

La sua irruzione nel mondo del cinema avvenne nel 1956 con “E Dio creò la donna” di Roger Vadim. Il film, ambientato in una Saint-Tropez ancora estranea al mito mondano, racconta di Juliette, la protagonista, una diciannovenne che danza nuda sulle spiagge, seduce operai muscolosi e sfida le convenzioni. Fu girato in bianco e nero con un realismo crudo e inedito, incassò una fortuna al botteghino e scandalizzò il Festival di Cannes: i critici videro in BB non una semplice pin-up, ma l’incarnazione della nouvelle vague ante litteram, una forza selvaggia che avrebbe cambiato le regole del cinema. La cinepresa di Roger Vadim la osserva, ma non la giudica, con una  neutralità morale narrativa, che produrrà quello scandalo che renderà Brigitte Bardot poi celebre in tutto il mondo. Il cinema francese non era ancora dentro la “Nouvelle vague”, ma il suo arrivo, ne anticipò la necessità di base di non sottomettersi alle convenzioni e di libertà. 

In seguito i grandi autori contribuiranno a creare il mito BB con una sequela di ruoli iconici: la gatta selvaggia di “Piace a troppi” di Pierre Gaspard-Huit (1957), la rivoluzionaria di “Viva Maria!” di Louis Malle in coppia con Jeanne Moreau (1965), fino all’ultima apparizione in “Don Juan” di Roger Vadim (1973). Brigitte Bardot girò oltre 50 film, collaborando con registi come Jean-Luc Godard (“Il disprezzo”, 1963, dove è Camille, musa tradita che incarna il fallimento dell’arte) e Henri-George Clouzot (“La verità” , 1960, in cui interpreta il suo ruolo più drammatico). Nonostante una carriera così importante, però, non le è stata riconosciuta una grandezza nella recitazione, spesso definita “elementare” dai detrattori; piuttosto si è sempre sottolineata la sua presenza fisica, il suo magnetismo. Forse a descriverla con più efficacia fu il regista François Truffaut quando di lei disse che “Brigitte Bardot non recitava, ma era”. BB forse non sarà stata un’attrice di tecnica raffinata, e non ha mai preteso di esserlo: era il suo corpo a parlare, prima della parola. 

Attorno a lei, inevitabilmente, negli anni si costruì un personaggio leggendario che occupò le cronache mondane e a cui fu inevitabilmente collegata una sorta di mitologia sentimentale. I suoi amori furono altrettanti capitoli di un romanzo epico, scanditi da passioni fulminee e plateali separazioni. Roger Vadim fu il primo, il Pigmalione che la scoprì teenager e la rese una icona, ma il matrimonio naufragò nel 1957 tra gelosie e tradimenti. Seguirono il regista Jacques Charrier, da cui nacque il figlio Nicolas nel 1960 e da cui divorziò due anni dopo, e il milionario playboy Gunter Sachs, sposato nel 1962, erede della BMW, con cui il matrimonio durò fino al 1972. L’ultimo marito, Bernard d’Ormale, dal 1992, fu un politico di destra che la sostenne nelle sue crociate animaliste. Ebbe poi numerose passioni, da Sacha Distel a Jean-Louis Trintignant, a Serge Gainsburg; ogni storia era un fuoco d’artificio che occupava le cronache, alimentando il mito della “femme fatale”.

Se la sua vita sentimentale è stata decisamente e turbolenta, Brigitte Bardot è riuscita a sviluppare una relazione stabile e duratura: quella con Saint-Tropez, il villaggio di pescatori di 3000 anime tramutato, grazie a lei, in paradiso del jet set. Una relazione iniziata negli anni ‘50 e mai finita. Ci arrivó con Roger Vadim per girare “E Dio creò la donna” e grazie al successo straordinario del film, quel luogo divenne una meta tra le più ricercate e la spiaggia di Pampelonne si trasformò in un set perenne di dolce vita. Negli anni tra il 1956 e la metà dei ’60, Brigitte Bardot organizzò feste in spiaggia a Pampelonne diventate leggendarie: falò notturni, musica jazz e rock (Miles Davis e i Rolling Stones suonarono alle sue feste), attori famosi francesi e star internazionali, e tutto immortalato dalla presenza fissa dei fotografi di Paris Match che contribuirono a creare il mito di Saint-Tropez e a trasformare la Bardot in icona di stile e trasgressione.  Da borgo di tonnaroli a mecca del glamour, Saint-Tropez deve a BB la sua iconografia che vive ancora oggi. Come scrisse Roland Barthes in “Mythologies”: Brigitte Bardot era “la ragazza che esiste solo per essere desiderata e Saint-Tropez fu il suo regno”.

Il ritiro dalle scene, nel 1973, fu l’ultimo gesto di ribellione. Stanca del voyeurismo hollywoodiano, di essere braccata dal gossip e di non poter più avere una vita privata, BB si eclissò, rinunciando a un’offerta multimilionaria di Hugh Hefner per posare su “Playboy” affermando che “il suo corpo apparteneva solo al cinema”. In un’industria che consumava, e consuma, i corpi fino all’esaurimento, Brigitte Bardot scelse di scomparire. Non accettò di invecchiare sotto lo sguardo altrui. Da quel momento, la sua energia si spostò altrove: nella difesa degli animali, nella fondazione della sua associazione la “Fondation Brigitte Bardot” nel 1986, con cui ha salvato migliaia di delfini, elefanti e cani randagi. Le sue battaglie, contro la corrida, la vivisezione, i test cosmetici sugli animali, la resero ancora una volta una figura scomoda, impegnata in battaglie scomode, talvolta controverse, ma portate avanti con una coerenza che oggi appare quasi anacronistica. 

Brigitte Bardot è morta il 28 dicembre, dopo mesi di gravi problemi di salute, incluso un ricovero a Tolone. Non si sa di più. Muore così come ha vissuto: fuori asse, indomabile, irriducibile alle categorie rassicuranti. Il cinema perde una delle sue immagini fondative, Saint-Tropez perde la sua musa originaria, la cultura europea perde una delle ultime figure iconiche, che hanno segnato intere generazioni. Di Brigitte Bardot resta il sorriso ribelle, lo chignon disordinato, e soprattutto una lezione ancora irrisolta: la libertà, quando è autentica, non chiede permesso. 

Cinzia Emanuelli

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