Prima festa: 2 settembre 1945

L’idea nasce dalla partecipazione di esuli comunisti alla “Fête de l’humanitè” quotidiano francese, ed inizialmente era una fonte di autofinanziamento del quotidiano l’Unità e una promozione dell’ideologia politica del PCI. Dal 1977 al 1993 la Democrazia Cristiana organizzò la Festa dell’amicizia e negli stessi anni Il partito socialista organizzò la Festa dell’Avanti. Si creò così una rivalità tra le tre feste.

Nel 1991 si sciolse il partito comunista, dal quale si formarono due partiti: il PDS-Partito Democratico di Sinistra, che mantenne il nome Festa dell’Unità e il PRC-Partito di Rifondazione Comunista, che invece organizzò la Festa della liberazione, nome del quotidiano fondato dopo la scissione. Il principale partito della sinistra subì nel tempo ulteriori evoluzioni: DS-Democratici di Sinistra e poi, per iniziativa di Walter Veltroni, la Margherita e i DS si unirono e fondarono il Partito Democratico. Questa nuova formazione politica, che metteva insieme, non senza difficoltà, un’anima socialista, comunista e democristiana, non si riconobbe più pienamente nelle Feste dell’Unità, che per qualche anno, si organizzarono soprattutto a livello di realtà locali, mentre a livello nazionale la festa del nuovo partito venne rinominata “Festa Democratica”. Nel 2014, su proposta dell’allora  segretario nazionale Matteo Renzi, il Partito Democratico sancì il ritorno alla tradizionale denominazione di Festa dell’Unità.

Ma cos’era esattamente la festa?
Era il momento in cui il partito si “metteva in mostra” con la sua immagine, la macchina organizzatrice, soprattutto esponendo programmi e progetti. In ogni festa  il partito dava il meglio di sé. Era l’appuntamento per invitare personalità della cultura, dell’arte, del cinema e della musica. Si organizzavano mostre di pittura, spettacoli teatrali, conferenze e incontri su storia, scienze e letteratura. Tutti, operai e contadini, studenti, anziani, tutti partecipavano a dibattiti e confronti politici con scambio di idee e opinioni allo scopo di proporre crescita e migliorare la qualità della vita. Ovunque, anche i più piccoli centri abitati avevano la propria Festa dell’Unità. Si aspettava il lancio della Festa Nazionale per poter successivamente lanciare le feste locali. Nei capoluoghi le feste avevano anche un carattere internazionale. Venivano invitati rappresentanti di partiti politici di altre nazioni, venivano organizzati stand per fare conoscere usi e consumi di altri paesi, la parola d’ordine era allargare la conoscenza e fare crescere la buona convivenza.

Questo confronto purtroppo è andato pian piano scemando, perché la formula e lo spirito che avevano sempre animato questi incontri, non erano più graditi a chi negli anni si è succeduto al ponte di comando. Si è voluto quindi limitare il ventaglio delle proposte e farle aderire solo alle logiche della corrente principale del partito. D’altronde se le persone partecipano hanno il diritto di esprimere e proporre le proprie idee, non di applaudire solo quelle dell’establishment! (Sai che fastidio il contraddittorio…) . 

Dal 2016 (annus horribilis) il PD non ha più prodotto idee politiche ma solo divisioni e lacerazioni interne, scegliendo logiche di marketing, consulenti d’immagine e spin doctor. E, nonostante tutto, la visibilità delle feste a livello mediatico è pari a zero. 
Non avendo più una sua vera identità rimane comunque il secondo partito, ma senza idee e proposte non può certo sperare di attrarre voti. 

La Festa dell’Unità si fa solo a livello nazionale e, complici i media che non ne danno il giusto risalto, passa  quasi inosservata. Nell’ultima kermesse del 2025 erano presenti Bersani, Gualtieri, Bianca Berlinguer, Schlein, Livia Turco, Maria Elena Boschi, ma i media hanno dato risalto solo alla presenza di Matteo Renzi. Chissà perché…In conclusione, è ormai palese che le Feste dell’Unità locali, ove ancora siano svolte, si sono ahimé ridotte a semplici sagre paesane.

Laura Francesconi

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