“I premi letterari in Italia non godono di buona fama. Sono troppi, sono troppo chiacchierati, raramente premiano chi se lo merita, e spesso non servono soltanto alle fortune dei premiati, ma anche ai giochi di potere dei giudici e degli editori”. Sono le parole lapidarie di Gian Carlo Ferretti – lo storico dell’editoria, maestro di tanti studiosi e ricercatori – contenute nel testo “La gran giostra dei premi”. Nonostante le polemiche e le accuse di pressioni indebite, di regolamenti violati, di assegnazioni immeritate, i premi letterari rimangono un potente strumento di promozione per case editrici, soprattutto quelle più importanti, e per gli autori. “Sono anch’essi uno specchio del Paese”, sembra dirci Ferretti, che si chiede provocatoriamente: “Abolire i premi dunque? Neanche per sogno. Fanno comodo a tanta gente […] ma a patto di sapere bene di che cosa si tratta. Che cosa premiano, infatti, i premi? Premiano qualche indefesso organizzatore, lo zelo e l’efficienza dei […] gruppi di pressione, la diplomazia di quel giudice, la commovente obiettività o voglia di obiettività di quell’altro […]. È dubbio che premino veramente l’opera, il lavoro”. Ma quali sono i premi più prestigiosi e come sono nati? Soprattutto, sono sempre stati come oggi, prevalentemente uno spazio di marketing piuttosto che di riconoscimento del talento letterario? 

Credit: Premio Strega 2025

Il Premio Strega nasce a Roma nel 1947, per iniziativa di Maria e Goffredo Bellonci, animatori di un salotto letterario che riuniva scrittori, intellettuali e artisti nell’Italia del dopoguerra. A sostenere l’impresa fu la famiglia Alberti, produttrice del celebre liquore Strega, da cui il premio prende il nome. La prima edizione fu vinta da Ennio Flaiano con “Tempo di uccidere”. La sua particolarità è sempre stata la giuria: gli “Amici della Domenica”, un gruppo di intellettuali e personalità culturali creato attorno ai Bellonci, che con il tempo si è allargato fino a superare i 600 votanti. La sua storia coincide con la storia della letteratura italiana del secondo novecento con vincitori come Cesare Pavese “La bella estate” (1950), Elsa Morante “L’isola di Arturo” (1957), Umberto Eco “Il nome della rosa” (1981), Antonio Tabucchi “Notturno indiano” (1984), Sandro Veronesi “Caos calmo” (2006).

Il Premio Campiello nasce invece nel 1962 a Venezia, su iniziativa degli industriali veneti, con l’idea di sostenere e valorizzare la narrativa italiana contemporanea, ma anche di legare la cultura al tessuto produttivo del Nord-Est. Il nome stesso richiama il campiello veneziano, luogo d’incontro e di vita in comune. La sua peculiarità sta nella giuria: una “Giuria dei Letterati” che seleziona la cinquina finalista e una “Giuria dei Trecento Lettori Anonimi”, composta da persone comuni provenienti da tutta Italia, che decreta il vincitore. La prima edizione venne vinta da Primo Levi “La tregua” (1963) e negli anni si sono susseguiti altri grandi autori come Giuseppe Berto “Il male oscuro” (1964), Alberto Bevilacqua, Ignazio Silone (1968), Michela Murgia “Accabadora” (2010). Benedetta Tobagi “La resistenza delle donne” (2023). 

Il Premio Viareggio è il più antico tra i grandi premi letterari italiani. Nasce nel 1929 grazie all’iniziativa dello scrittore e giornalista Leonida Rèpaci, con l’obiettivo di dare spazio e voce alla letteratura italiana contemporanea in un’epoca segnata dal conformismo culturale del fascismo. Sin dalle prime edizioni, il premio si è distinto per l’attenzione alla qualità letteraria e per la volontà di sostenere la libertà intellettuale. Durante il regime fu visto con sospetto dalle autorità e più volte minacciato di chiusura. Nel dopoguerra, il Viareggio divenne un punto di riferimento per scrittori e poeti, valorizzando non solo la narrativa, ma anche la poesia e la saggistica, con sezioni dedicate che lo rendono unico rispetto ad altri premi. Nel corso della sua storia, ha incoronato figure centrali del Novecento: Eugenio Montale “Le occasioni” (1939), Alfonso Gatto “Isola” (1932), Pier Paolo Pasolini “Poesia in forma di rosa” (1964), Alberto Moravia “La vita interiore” (1978). A differenza dello Strega e del Campiello, il Viareggio ha mantenuto una dimensione meno mediatica e più intellettuale, con un forte legame alla tradizione poetica e saggistica italiana. È considerato da molti il premio più “puro” dal punto di vista letterario, meno soggetto alle logiche di mercato e più attento a premiare opere di reale valore artistico. 

Nonostante le nobili intenzioni iniziali dei premi letterari, oggi il panorama appare sempre meno limpido. Da tempo si discute del fatto che questi premi, nati come spazi di libertà letteraria e di incontro tra intellettuali, siano diventati strumenti di strategia editoriale. Non è un mistero che siano le grandi case editrici – Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli – a contendersi la vittoria, mobilitando reti di giurati, campagne di comunicazione e strategie di marketing. Più che incoronare il “miglior libro dell’anno”, spesso i premi servono a lanciare un autore sul mercato, a garantirgli traduzioni, contratti, visibilità televisiva.

Il risultato è un paradosso: da un lato, i premi continuano ad attrarre attenzione mediatica e a orientare le vendite (un romanzo vincitore dello Strega, grazie alla fascetta sulla copertina,  può arrivare a decuplicare le copie stampate); dall’altro, perdono progressivamente la loro funzione di arbitri imparziali della qualità letteraria. Molti scrittori esclusi, talvolta più originali e coraggiosi, restano confinati ai margini.         Ciò non significa che i premi non abbiano ancora valore. Anzi: essi restano un palcoscenico privilegiato, capace di dare visibilità alla narrativa italiana e di collegarla al pubblico internazionale, ma il lettore non può più considerarli il verdetto ultimo della letteratura. Diciamo che ormai il lettore deve piuttosto leggerli come un segnale culturale e commerciale, il riflesso di un equilibrio instabile tra merito artistico e logiche di mercato.

Forse, in fondo, la loro vera funzione oggi non è più decretare chi sia “il migliore”, ma aprire il dibattito sulla nostra idea di letteratura: su chi la scrive, su chi la legge e, soprattutto, su chi decide cosa valga la pena di leggere. La mercificazione della creatività è sempre un segnale negativo per qualunque società, ma la circolazione delle idee sarà invece sempre un nutrimento fondamentale per qualunque ambizione di civiltà. Quindi se i premi possono servire anche in minima parte a far avvicinare più persone alla lettura, nel bene e nel male, un buon servizio lo svolgono.

Cinzia Emanuelli

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