Il 7 ottobre, due anni dopo, non sarebbe mai sembrato possibile il 7 ottobre di due anni fa.
In quel giorno di due anni fa, il mondo intero sembrava stringersi intorno a Israele dopo il pogrom in cui, per mano di Hamas, vennero massacrate — nel modo più barbaro e feroce — 1.200 persone. Persone normali: famiglie trucidate nelle loro case, ragazzi che si stavano divertendo, uomini e donne con un’unica colpa — essere ebrei.

Ricordiamo come quell’azione si svolse, pianificata alla perfezione come un attacco militare: le planimetrie dei kibbutz in mano ai terroristi perché sapessero esattamente dove stanare chi cercava di fuggire; le diverse unità, ciascuna a conoscenza solo della propria parte, per evitare la fuga di notizie; le moto paracadutate in territorio israeliano, guidate dai membri di Hamas che arrivavano armati e già motorizzati dal cielo; le decine di pick-up che sfondarono le recinzioni per dare il via a una vera e propria caccia all’uomo, uccidendo o rapendo chiunque fosse riuscito a nascondersi.

Non si dimenticano le immagini — girate e diffuse dagli stessi membri di Hamas — dei ragazzi trucidati dopo essersi nascosti nei cassonetti dell’immondizia, o delle ragazze prima violentate, poi picchiate, trascinate per i capelli sui pick-up e violentate nuovamente, per poi essere esposte nude alla lapidazione della popolazione di Gaza compiacente.
E non dimentichiamo i 251 ostaggi: inseguiti, caricati su moto o camionette per essere portati via. Molti di loro non sono mai più tornati, per le condizioni estreme di maltrattamento e disagio fisico e psicologico in cui erano tenuti, o semplicemente perché non sono sopravvissuti alle sevizie a cui sono stati sottoposti.

I video dei bambini uccisi a mani nude, delle teste mozzate, delle famiglie separate e mai più ricongiunte sono disponibili online, ma in pochissimi li hanno guardati. E oggi, dopo due anni, ci si chiede perché.

In questo periodo abbiamo seguito, minuto per minuto, quella che poi è stata la reazione del governo guidato da Bibi Netanyahu su Gaza, nella folle ricerca dei membri di Hamas.
Hamas, grazie alla complicità di Al Jazeera — unica testata giornalistica ammessa a Gaza — ha saputo condurre la guerra ibrida della comunicazione in modo magistrale, sfruttando la viralità dei social network e una macchina di propaganda dagli effetti notevoli.

Nel giro di pochi giorni, quel pudore richiesto dalle famiglie degli ostaggi israeliani nel mostrare le immagini dei massacri — con i loro cari ancora in mano ai terroristi — è stato fatale nel sovvertire la narrazione recepita dall’opinione pubblica, che ha smesso rapidamente di empatizzare con le vittime di quell’attacco.
Ciò che poi è accaduto a Gaza nei mesi successivi, raccontato in ogni fotogramma del suo orrore, ha completamente ribaltato la percezione della situazione, alimentando — anche grazie alla crescente campagna anti-israeliana sui social media e nei media tradizionali — lo sdoganamento di un rancore antisemita che mai avremmo pensato di poter rivivere dopo la fine del nazifascismo.

In questi giorni abbiamo visto riempirsi le piazze di tutta Italia per chiedere la fine della guerra a Gaza, l’intervento degli organi internazionali di fronte all’intollerabile situazione umanitaria della popolazione della Striscia e il sostegno alla Global Sumud Flotilla.
Ma nessuno ha voluto unire a quella protesta la richiesta di liberazione degli ostaggi, come invece si è visto nelle piazze di Londra, Berlino e Parigi.

Hannah Arendt scriveva:

“Il male non è mai radicale, solo estremo, e non possiede né profondità né dimensione demoniaca. Può invadere e devastare il mondo intero proprio perché si espande come un fungo sulla superficie.”

L’antisemitismo, che si credeva relegato ai margini della storia italiana, riaffiora con inquietante attualità.
Non si manifesta più soltanto nei graffiti rozzi o nei cori da stadio: oggi viaggia leggero nei circuiti digitali, nutrito da revisionismi e da una memoria che sbiadisce.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva polarizzazione sul conflitto israelo-palestinese hanno offerto un pretesto per riattivare stereotipi antichi, travestiti da critica politica ma in realtà carichi di odio etnico e religioso.
Che ciò avvenga in un Paese che ha scolpito nella propria coscienza il ricordo della Shoah e della persecuzione fascista è un segnale d’allarme.

La società italiana, spesso distratta e fragile nella cultura storica, sembra faticare a distinguere tra dibattito legittimo e delegittimazione identitaria. Contrastare questo rigurgito non è un esercizio di memoria rituale, ma una sfida di civiltà: difendere l’ebraismo e il diritto di Israele a esistere significa difendere la democrazia stessa.

Cinzia Emanuelli

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