Il ruolo di Hamas, le parole di Ben Gvir, Smotrich e Katz, e perché – nonostante tutto – non si può parlare di genocidio secondo il diritto internazionale

Ci sono parole che segnano la storia. “Genocidio” è una di queste. La usiamo per definire l’inaudito, l’indicibile, il crimine che infrange l’umanità stessa. Ma proprio per questo non può essere usata alla leggera, per convenienza politica o per esasperazione morale. Nel contesto della guerra tra Israele e Hamas, il termine viene invocato sempre più spesso. Da piazze, intellettuali, parlamenti. Eppure, a guardare il quadro giuridico e politico con attenzione, quello che Israele sta facendo oggi nella Striscia di Gaza – per quanto brutale, sproporzionato, persino inumano – non risponde ai criteri legali per essere definito genocidio.

Il genocidio, come stabilito dalla Convenzione ONU del 1948, è il crimine che comporta l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale. Non basta l’atrocità, non basta il numero delle vittime: serve una volontà sistematica, dimostrabile, pianificata di annientamento.

Nel caso israeliano, ad oggi, questa intenzione non è stata provata. La guerra è rivolta contro Hamas – un’organizzazione terroristica che ha ucciso più di 1.200 civili israeliani il 7 ottobre 2023 – e non contro il popolo palestinese nel suo complesso.

Hamas, inoltre, combatte mescolandosi tra i civili, costruisce tunnel sotto le scuole, lancia razzi da quartieri densamente abitati. È una strategia che viola ogni norma di guerra, e rende ogni operazione militare un disastro umanitario. Ma non trasforma automaticamente Israele in un soggetto genocidario.

Il punto più delicato, però, riguarda le dichiarazioni dei ministri Ben Gvir, Smotrich e Katz.

Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha sostenuto apertamente il “trasferimento volontario” dei palestinesi da Gaza e il reinsediamento israeliano.

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, ha affermato che si potrebbe “lasciar morire di fame due milioni di persone” se questo aiutasse a ottenere la liberazione degli ostaggi.

Israel Katz, ministro degli Esteri, ha negato l’esistenza di una crisi umanitaria a Gaza e parlato del conflitto come di uno scontro culturale, non solo militare.

Queste parole sono gravissime, incompatibili con lo spirito del diritto internazionale e con i princìpi democratici. Ma, almeno per ora, non costituiscono di per sé prova di un genocidio in corso. Per esserlo, dovrebbero tradursi in atti sistematici di Stato volti all’annientamento del popolo palestinese come tale.

E questo, a oggi, non è stato dimostrato da nessuna corte internazionale, né dalla Corte Internazionale di Giustizia, che si è limitata a riconoscere la “plausibilità” delle accuse presentate dal Sudafrica.

Sì, Israele può essere responsabile di crimini di guerra. Può essere giudicato per uso eccessivo della forza, per blocchi umanitari, per l’uccisione indiscriminata di civili. Ma confondere questi crimini – gravi e da indagare – con il genocidio, significa diluire il significato della parola stessa, e con essa la memoria dei genocidi reali del passato: da Srebrenica al Ruanda, dalla Cambogia alla Shoah. L’abuso del termine “genocidio” non protegge i palestinesi: polarizza il conflitto, blocca ogni possibile negoziato, nega qualunque possibilità di coesistenza. E rischia di trasformare il diritto internazionale in una clava ideologica, piuttosto che in uno strumento di giustizia.

Dare un nome giusto alle cose è il primo passo per cambiarle. E se davvero vogliamo che la guerra finisca, che gli ostaggi tornino a casa, che i civili non muoiano più né a Gaza né in Israele, serve un linguaggio più sobrio, più responsabile, più utile.

Parlare di crimini? Sì. Di sproporzione? Assolutamente. Di emergenza umanitaria? Ovvio.

Ma finché non ci saranno prove chiare, pubbliche, documentate di un piano per distruggere il popolo palestinese in quanto tale, parlare di genocidio non è solo inesatto. È pericoloso.

Giorgio Denicolai

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