Credits: SkyTG24

Le minacce trumpiane di forti aumenti dei dazi sulle importazioni negli Stati Uniti, che in piccola parte stanno già concretizzandosi, sono una delle maggiori testimonianze della tendenza di The Donald a spararle grosse, a promettere tuoni e fulmini ai paesi che considera avversari o concorrenti. Se il presidente Usa manterrà le “promesse” si determineranno guerre commerciali che non gioveranno a nessuno dei contendenti, inclusi gli Stati Uniti che forse finirebbero per pagare il prezzo maggiore.

In primo luogo bisogna tener conto che le economie dei diversi paesi in molti campi decisivi sono ormai fortemente integrate. Alzare dazi in modo lineare è come sparare alla cieca, si rischia di colpire amici e alleati e addirittura di suicidarsi. Sul web circolano molti esempi. Clamoroso è il caso di alcuni modelli di automobili il cui ciclo produttivo si snoda fra Canada, Stati Uniti, Messico, con andata e ritorno fra questi paesi di scocche, motori, carrozzerie, ecc. Un nuovo dazio doganale americano del 25 per cento verrebbe pagato ad ogni transito di frontiera, vale a dire otto volte, incrementando enormemente il prezzo del prodotto quando finalmente questo giungerà sul mercato. Il fatto è che sul mercato quel prodotto assai difficilmente ci arriverà: non sarà infatti più competitivo, verrà sostituito da altri veicoli più o meno simili e fabbricati altrove. 

E anche l’impresa americana pagherà a caro prezzo il danno. Non solo, automobili similari prodotte negli Usa e altrove, vedranno aumentare i loro prezzi: l’uscita di un marchio dal mercato provocherà tensioni inflazionistiche, un’offerta ridotta sarà chiamata a soddisfare una domanda inalterata (almeno finché l’aumento dei prezzi non scoraggerà gli acquisti con conseguenze deflattive).

Uscendo dall’esempio delle auto canadesi-messicane-statunitensi, dazi aumentati senza differenziazioni fra prodotto e prodotto su tutte le importazioni provocheranno guai diversificati ma comunque assai seri. Le diverse reazioni saranno determinate soprattutto dalla elasticità dei diversi beni rispetto ai prezzi e dalla elasticità delle capacità produttive dei vari prodotti. In altri termini, se il bene importato è essenziale, ad esempio il pane, i consumatori tenderanno ad acquistarlo ugualmente anche se costerà il 25 per cento in più (e si impoveriranno). Se è invece un bene voluttuario, forse la domanda declinerà. Bisogna poi vedere se il paese importatore è in grado o meno di sostituire il prodotto importato con uno analogo di fattura nazionale. 

Nel caso dei dazi previsti da Trump a danno di Canada e Messico, ad esempio, una parte significativa delle importazioni agroalimentari statunitensi provenienti da questi due paesi (che coprono anche il 40- 50 per cento del fabbisogno americano di alcuni generi alimentari) non potrebbero essere sostituite da un aumento della produzione nazionale se non in un notevole numero di anni. Conseguenza? Impoverimento e inflazione. 

Si potrebbe continuare con infiniti esempi, ma basti dire che il tycoon della Casa Bianca, e i suoi consiglieri, hanno sparato la folle idea di incrementi massicci dei dazi a tutto campo, senza considerare gli effetti assai diversi, da settore a settore, che le ritorsioni avrebbero necessariamente provocato, anch’esse assai diverse da settore a settore: l’aumento del tasso d’inflazione americano (e pure nel resto del mondo), i danni, talvolta esiziali, per alcuni comparti del sistema economico Usa, eccetera, eccetera. Insomma il nuovo potere Usa ha lanciato un boomerang, senza sapere che si tratta di un’arma che di solito torna indietro e può far male, molto male. 

Sono completamente pazzi Trump e soci? Non lo credo. Penso che l’obiettivo a cui mirano innalzando i dazi doganali, sia quello di erigere barriere che fungano da protezioni per le imprese e i lavoratori americani.  

E’ noto che almeno in parte il successo elettorale del pregiudicato della Casa Bianca è venuto dalla conquista di voti in aree, tradizionalmente a maggioranza democratica, dove importanti settori produttivi versano da tempo in crisi e la disoccupazione morde. Per citarne solo un paio: la produzione automobilistica a Chicago e dintorni e quella di prodotti come i semiconduttori nella fascia della costa occidentale. 

Ma l’obiettivo trumpiano di bloccare il declino di alcuni segmenti dell’apparato produttivo, della relativa occupazione e dei livelli salariali, viene perseguito dalla scombiccherata amministrazione Trump-Musk con editti altisonanti quanto controproducenti. Staremo a vedere fino a che punto si spingerà il nuovo governo di Washington su questa strada. La mia impressione è che non andrà troppo lontano e che dovrà ricredersi, purtroppo dopo aver fatto molti danni. Ci sono numerosi segnali che anche fra gli esponenti repubblicani più avveduti si stiano già manifestando malumori talvolta pesanti verso le azioni intraprese dall’uomo con i capelli cotonati in queste prime settimane di presidenza. 

Non si può escludere, comunque, che – con alti costi per tutti, americani e non – fino a un certo punto gli scarsi o negativi risultati pratici di questa dissennata politica verranno compensati da suadenti messaggi all’elettorato: “Noi sì che stiamo provando a difendervi, che facciamo ogni sforzo per Make America Great Again“. 

In altri termini la Casa Bianca, dopo aver sparato cannonate e missili in una prima fase, potrebbe riporre le armi di distruzione di massa e accontentarsi di successi quasi solo propagandistici. Nel medio termine, insomma, The Donald potrebbe essere costretto a rimangiarsi le sue “sparate” (non solo in campo economico) ma riuscire a velare la sua sconfitta con una relativa vittoria d’immagine. Quanto ci costerà? Staremo a vedere. 

P.S. Avevo appena finito questo articolo quando mi è giunta la notizia che Trump, dopo aver parlato con i tre principali produttori automobilistici statunitensi – General Motors, Ford Motor e Stellantis (quest’ultimo a controllo franco-italiano) – ha deciso di sospendere per un mese l’applicazione dei dazi sulle importazioni di auto. Le grandi case automobilistiche hanno fatto presente al presidente che la misura avrebbe comportato un aumento, fino a diecimila euro, dei prezzi Usa delle vetture. Più che una temporanea sospensione mi sembra l’inizio di una retromarcia di ben altra portata. Come volevasi dimostrare.    

Paolo FORCELLINI Giornalista

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