Trump e il mondo che brucia: l’egocentrismo americano come motore del caos

C’è un filo rosso che lega la crisi del Sudan, il collasso del Venezuela, la fragilità della Nigeria, l’implosione del Medio Oriente e la sfida sempre più audace di Cina e Russia: l’abdicazione morale e strategica degli Stati Uniti come potenza guida del sistema internazionale. E al centro di questo processo c’è un nome che riassume la nuova era del disordine globale: Donald J. Trump.

Non si tratta di attribuire a un solo uomo tutte le colpe di un mondo frammentato. Il declino dell’egemonia americana è cominciato prima di lui, con gli errori di George W. Bush in Iraq e la prudenza di Barack Obama in Siria, ma Trump ha trasformato quella crisi in dottrina.

Ha reso l’irresponsabilità un principio di governo, la confusione una strategia, l’ego personale una politica estera. Il suo slogan “America First” non è stato solo un grido elettorale. È diventato il manifesto di un isolazionismo aggressivo, che ha scambiato il realismo per cinismo e la forza per imprevedibilità.
Trump ha trattato la diplomazia come un business: gli alleati come clienti, i nemici come concorrenti.

Dalla NATO ai partner asiatici, passando per il G7 e le Nazioni Unite, ha umiliato le istituzioni multilaterali che gli Stati Uniti avevano contribuito a creare, alimentando la percezione, in Europa come nel Sud globale, che Washington non sia più un garante dell’ordine, ma un fattore di instabilità.

Mentre in Medio Oriente il ritiro dalla Siria ha aperto la strada a Russia, Turchia e Iran, in Africa e in America Latina il “vuoto trumpiano” ha prodotto effetti forse ancora più profondi.

In Nigeria, Trump ha sostituito la cooperazione con la minaccia.
Le sue recenti parole, evocando “azioni militari” contro Abuja per presunte persecuzioni dei cristiani, hanno riacceso un linguaggio da crociata che non appartiene alla diplomazia moderna.
Dietro il moralismo religioso si nasconde una vecchia logica di dominio: usare i diritti umani come leva geopolitica, senza comprenderne la complessità.

La Nigeria, nazione cardine dell’Africa occidentale, è stata trattata non come un partner ma come un problema, mentre Washington si ritirava dal continente lasciando spazio a Mosca e Pechino.
Il risultato: un alleato sempre più diffidente, un’Africa sempre più autonoma, e un’America sempre più irrilevante dove un tempo dettava le regole.

In Venezuela, la “diplomazia delle sanzioni” ha prodotto lo stesso paradosso. Trump aveva promesso di liberare il popolo venezuelano da Nicolás Maduro; ha invece rafforzato la dipendenza di Caracas da Russia, Cina e Iran. Le sanzioni hanno distrutto l’economia senza cambiare il regime, e hanno isolato Washington più dei dittatori che intendeva punire. L’America Latina, un tempo il cortile di casa, è oggi un mosaico di governi che preferiscono un equilibrio multipolare al paternalismo statunitense. Trump ha costruito la propria immagine sull’imprevedibilità. Ma in geopolitica, l’imprevedibilità equivale a instabilità. Ha lusingato autocrati e insultato alleati. Ha ritirato gli Stati Uniti dagli accordi sul clima, dal trattato sul nucleare iraniano, dalle convenzioni commerciali multilaterali. Ha fatto della Casa Bianca un palcoscenico, degli incontri diplomatici uno spettacolo, del potere un reality show.
Dietro la retorica della forza americana si nascondeva un vuoto strategico: nessuna visione di lungo periodo, nessuna consapevolezza delle interdipendenze tra economia, sicurezza e democrazia.

Anche dopo la sua uscita di scena, il trumpismo continuerà a plasmare il mondo. La credibilità americana è a livelli minimi, le democrazie non si fidano più ciecamente di Washington, e le potenze emergenti, dall’India al Brasile, praticano una diplomazia transazionale, modellata proprio sul cinismo che Trump ha normalizzato. Il risultato è un pianeta senza centro: in Nigeria le potenze rivali si contendono spazio e risorse; in Venezuela il disastro umanitario è diventato un laboratorio di resistenza antiamericana; in Medio Oriente l’anarchia è tornata a essere regola.

L’irresponsabilità di Trump non è un incidente, ma un sintomo.
È lo specchio di una società americana stanca del proprio ruolo imperiale, divisa tra nostalgia di grandezza e paura del declino.
Ma il vuoto che lascia una superpotenza non resta mai vuoto: lo riempiono altri regimi autoritari, potenze revisioniste, nuovi blocchi economici e militari. Il mondo che emerge non è più “post-americano” ma “post-occidentale”: un sistema fluido, multipolare, in cui la democrazia liberale non è più l’orizzonte naturale delle relazioni internazionali, ma una delle tante opzioni possibili. Trump non ha inventato questo mondo lo ha accelerato. Ha tolto le maschere, mostrando cosa accade quando la prima potenza globale rinuncia alla responsabilità e scambia il potere per consenso.

Dal Venezuela alla Nigeria, dall’Ucraina al Mar Rosso, le crepe dell’ordine liberale non sono più riparabili con vecchie formule di potenza. Il pianeta di Trump è già qui: un mondo senza regole, senza fiducia, senza centro.

Un mondo in cui la forza conta più della coerenza, e la morale è un pretesto per il calcolo.

Un mondo in cui l’America, da faro, è diventata ombra.

Giorgio Denicolai

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