Come incidono sul diritto alla felicità, in un’epoca che spinge ogni giovane verso la competizione
Nel preambolo della “Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti” del 1776, redatta principalmente da Thomas Jefferson, si afferma che tutti gli uomini sono dotati di diritti inalienabili, tra cui “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” (“Vita, Libertà e la ricerca della Felicità”). Era quasi concepito
come uno dei doveri morali dello Stato, governare senza mai perdere di vista anche il benessere spirituale del popolo.
Nel 1788, Immanuel Kant, nella “Critica della ragion pratica”, separa la ricerca della felicità dalla morale, considerando la felicità un fine soggettivo e non un diritto garantito da altri, ancor meno dallo Stato. La vera etica non può dipendere dai desideri, poiché questi mutano nel tempo e condizionano la volontà.
Introduce così il “Summum Bonum”, l’ideale in cui etica e felicità coincidono, ma solo in un ordine perfetto, irraggiungibile nella vita terrena. Per Kant il dovere morale si erge a guida suprema dell’individuo: non si agisce per essere felici, ma
perché è giusto. “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.
Il diritto alla felicità, dopo Kant, si è evoluto dal pensiero utilitarista,
passando per il socialismo, fino ad arrivare alle moderne teorie sui diritti
umani e lo sviluppo economico. Oggi, il dibattito continua tra chi vede la felicità come una questione individuale e chi la considera una responsabilità collettiva, come se fosse una riflessione mai risolta.
Nel celebre discorso del 18 marzo 1968 all’Università del Kansas, Robert
Kennedy criticò l’uso del PIL, il Prodotto Interno Lordo, come unico indicatore del progresso.
Sottolineava che misura la ricchezza materiale, ma non la qualità della vita, ignorando valori come la salute, l’istruzione, la felicità familiare o l’etica pubblica. “Misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta”, disse Kennedy, anticipando il dibattito moderno su benessere e sviluppo sostenibile. La sua visione sfidò la politica economica tradizionale e aprì la strada a nuovi indicatori per valutare il progresso umano oltre la crescita economica,
come il “Gross National Happiness” GNH, Felicità Interna Lorda, un indice
stabilito nel 1972 dal re del Bhutan, Wangchuck, con l’idea che lo sviluppo economico non è sufficiente a garantire una vita soddisfacente. Il GNH si basa sull’idea che il progresso di una nazione debba essere valutato in base alla felicità e alla qualità della vita dei cittadini, non solo alla crescita economica. I 4 pilastri con cui misurare la Felicità Interna Lorda per un paese sono:
1. Benessere socio-economico sostenibile;
2. Protezione dell’ambiente e uso responsabile delle risorse;
3. Centralità della cultura;
4. Buon governo.
Un ulteriore passo lo ha fatto nel 2012 l’economista britannica Kate Raworth, con la “Doughnut Economy”, la “Teoria della ciambella“, che propone un nuovo paradigma di sviluppo sostenibile, cercando di bilanciare le esigenze sociali e i limiti ecologici del pianeta. In pratica, la società viene rappresentata come
una ciambella con il buco: il cerchio interno rappresenta il minimo
indispensabile necessario per il benessere umano, il cerchio esterno rappresenta il minimo ecosistema in cui poter vivere, ossia la soglia oltre la quale l’attività umana provoca danni ambientali irreversibili. L’obiettivo è far sì che l’umanità viva all’interno della “ciambella”, cioè in un equilibrio tra giustizia sociale, felicità e sostenibilità ambientale.
La domanda che ci facciamo a questo punto è: se il problema del diritto alla felicità è presente da secoli nella discussione di filosofi ed economisti, se addirittura Thomas Jefferson lo ritenne un presupposto necessario per redigere la Costituzione Americana, perché non riusciamo a capire quanto sia cruciale far andare di pari passo, in una società sana, la tutela della persona da una parte e il suo benessere economico dall’altra? I giovani di oggi si trovano a dover subire, più di ogni altra generazione che li ha preceduti, un costante conflitto che li spinge a dover mettere in secondo piano ciò che li rende felici da ciò che le aspettative personali e altrui, gli chiedono di essere.
Questa è forse la prima generazione del dopoguerra condannata a peggiorare le proprie condizioni di vita rispetto a quelle dei propri genitori: il titolo di studio, ormai, non costituisce più quel passaporto per l’ascensore sociale che proiettava un giovane laureato ad avere una prospettiva di carriera condizioni di vita rispettocome minimo dignitosa, anzi, ai ragazzi di oggi “il pezzo di carta” apre solo raramente la strada per un lavoro a tempo indeterminato e li pone nella stessa posizione di precarietà degli altri coetanei.
Cercare di seguire un percorso tradizionale e avere successo, cioè realizzarsi nel lavoro partendo dalla scuola, è oggi per lo più possibile solo se si è disposti ad alzare enormemente l’asticella e accettare la competizione per entrare in università d’eccellenza, ammesso che si abbiano le possibilità economiche per finanziare quel percorso o risultati accademici all’altezza per ottenere borse di studio.
Da un punto di vista della salute mentale, questa continua pressione per farsi largo, con la consapevolezza che potrebbe comunque non essere sufficiente per riuscirci, porta a spingersi sempre di più al proprio limite, sacrificando l’attenzione verso la propria realizzazione come persona, pur di spendersi totalmente alla propria realizzazione professionale.
Ci sono poi i percorsi alternativi, quelli di chi rischia strade non percorse da altri, quelli dove il fallimento è dietro ogni angolo e dove le garanzie di successo dipendono da quanti di questi fallimenti si è in grado di digerire. Inventarsi una start up, dare vita ad un’idea innovativa, dedicarsi a un lavoro che in pochi vogliono fare, sono tutti possibili sentieri inesplorati per trovare la propria strada, ma a quale prezzo?
Fallire, rialzarsi e ricominciare è difficile. E noi che facciamo per creare intorno a questi ragazzi che osano, un environnement che li incoraggi a pensare che farsi male, in fondo, fa solo parte della crescita e che poi si può sempre provare e riprovare ancora e ancora? Facciamo poco. Ultimamente è uscita su Netflix una miniserie inglese in quattro puntate: “Adolescence”. Ogni puntata è stata girata in un unico piano sequenza, che significa girata tutta di seguito senza tagli e interruzioni. Racconta la storia di un adolescente di 13 anni, che per rispondere al bullismo digitale da parte di una sua coetanea, la uccide accoltellandola. Una storia vera, dove non c’è disagio sociale, famiglie disfunzionali, molestie subite, ma solo la solitudine e il malessere di una generazione, che si chiude nelle proprie camerette a sfogare tutta la propria vita davanti ad uno smartphone e ciò che delle proprie relazioni passa attraverso i social media o i siti online.
Questi ragazzi fanno le proprie esperienze attraverso ciò che dei loro sentimenti viene raccontato da emoticon o acronimi offensivi (nella serie “incel”, che sta per “scapolo involontario”, cioè quegli uomini che non hanno alcun successo con le donne e che iniziano a covare sentimenti di odio e rabbia verso di loro, è un movente). I genitori non sono più in grado di capire cosa succede nelle loro vite, ne sono totalmente tagliati fuori, fosse solo nel linguaggio.
Gli adolescenti oggi covano, nella loro solitudine, le proprie insicurezze e frustrazioni, fino ad essere incapaci di sviluppare una maturità emotiva, che non si sfoghi poi in una mascolinità tossica, fino a conseguenze estreme. Questa serie ci fa riflettere, una volta di più, sulla vita emotiva dei giovani.
Come adulti pensiamo al loro benessere materiale, a dargli un futuro lavorativo di successo, ma non a dare il peso necessario alla loro educazione sentimentale e alla loro inquietudine. Li lasciamo soli davanti agli smartphone credendo che, se sono chiusi in camera siano al sicuro, ma poi ci giriamo dall’altra parte se li vediamo comunque afasici e senza sorriso negli occhi. Quanto spesso facciamo la domanda “Sei felice?”, invece che “Che voto hai preso nel compito di matematica?”
Una società che incoraggia e non giudica chi fallisce, è una società che pensa alla felicità dell’individuo. Una società che pensa sia al benessere economico che a quello delle persone, è una società che non si rassegna al peggio. “Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta” diceva Bob Kennedy nel famoso discorso del 1968. Nessun partito politico pone la felicità del cittadino come metro di giudizio per le scelte che si propone di fare nel suo programma di governo. Nessuno di noi, d’altronde, pretende che questo parametro venga inserito in un programma di governo. Allora, forse, la colpa è anche nostra che, a furia di accettare di abbassare l’asticella, abbiamo dimenticato di metterne una.
Cinzia Emanuelli
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