Veleni, incidenti sospetti e repressione: come il Cremlino neutralizza i suoi nemici
La morte di Alexei Navalny non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo capitolo di una storia lunga e inquietante: quella del potere costruito sulla paura, sulla repressione e su una catena di morti sospette che accompagnano l’era di Vladimir Putin. Le recenti accuse di alcuni governi europei, secondo cui Navalny sarebbe stato ucciso con un veleno sofisticato, forse derivato da tossine naturali rare, possono sembrare dettagli da romanzo di spionaggio. Eppure, nel contesto del putinismo, appaiono fin troppo coerenti con un modello già visto.
Putin governa da oltre vent’anni con un metodo preciso: controllare, intimidire, neutralizzare. E quando qualcuno diventa troppo pericoloso, il messaggio è chiaro. Lo aveva capito Alexander Litvinenko, ex agente dei servizi segreti rifugiato a Londra, morto nel 2006 dopo essere stato avvelenato con polonio radioattivo. Un omicidio plateale, quasi teatrale, che sembrava dire al mondo: nessuno è fuori dalla nostra portata. Lo stesso schema si è ripetuto nel 2018 con Sergei Skripal, avvelenato nel Regno Unito con un agente nervino della famiglia Novichok. Anche allora il Cremlino negò tutto, accusando l’Occidente di montare una campagna anti-russa. Ma il messaggio era già arrivato, soprattutto ai dissidenti: la fuga non garantisce la sicurezza.
Più recentemente, nel 2023, Yevgeny Prigozhin, l’uomo forte della Wagner, è morto in un misterioso incidente aereo dopo aver osato sfidare Putin con una marcia su Mosca. Un caso che molti hanno interpretato come un avvertimento interno alle élite russe: la lealtà non è negoziabile, e il tradimento si paga caro. Navalny, però, era diverso. Non un ex agente, non un mercenario, non un oligarca. Era un oppositore politico con una base popolare, capace di smascherare la corruzione del sistema e di parlare a una Russia giovane, urbana, stanca del potere eterno. Proprio per questo rappresentava una minaccia più profonda. Non poteva essere comprato facilmente, né ridotto al silenzio con la sola propaganda. Doveva essere neutralizzato. Eliminare Navalny ha avuto anche un valore strategico: per Putin è stata la garanzia di non avere più un oppositore credibile, capace di catalizzare consenso e attenzione internazionale. Anche dall’esilio o dal carcere, Navalny rappresentava una voce costante di dissenso, un punto di riferimento per l’opposizione russa e un problema permanente per il Cremlino. La sua presenza, inoltre, avrebbe continuato a mettere in difficoltà non solo Putin, ma anche quei leader occidentali pronti a normalizzare il rapporto con Mosca, a partire dal suo alleato sotterraneo Donald Trump. Un Navalny vivo era un promemoria scomodo: per la Russia e per l’Occidente. Un Navalny morto, invece, è una minaccia neutralizzata.
Il Cremlino ha smentito ogni accusa, come sempre. Ma le smentite sono ormai parte della strategia. Putin non ha bisogno che il mondo creda alla sua versione; gli basta che il mondo non sia abbastanza sicuro per reagire con decisione. La confusione è una forma di potere. Ogni dubbio, ogni “non possiamo confermare”, ogni prudenza diplomatica diventa una protezione per il regime. Ed è qui che l’Occidente mostra tutte le sue contraddizioni. L’Europa accusa, ma con cautela. Gli Stati Uniti evitano prese di posizione definitive, temendo l’escalation e difendendo i propri interessi strategici. È la realpolitik, certo. Ma è anche una forma di normalizzazione dell’inaccettabile. Ogni silenzio, ogni formula vaga, ogni sanzione simbolica comunica a Mosca che, in fondo, il prezzo dell’eliminazione degli oppositori è gestibile.
Putin ha trasformato la politica in una questione di sopravvivenza personale e di controllo totale. Dentro la Russia, la repressione è diventata routine. Fuori, l’aggressività geopolitica serve a consolidare il consenso interno e a mostrare che il leader non teme nessuno. In questo quadro, la morte di Navalny non è un incidente: è un tassello di una strategia più ampia. Navalny non è solo un uomo morto in prigione. È il simbolo di una Russia possibile, soffocata da un sistema che non tollera alternative. Finché il putinismo resterà al potere, la lista dei nomi sospetti continuerà a crescere: dissidenti, ex alleati, giornalisti, rivali politici.
La vera domanda non è se Navalny sia stato ucciso, ma perché il mondo continua ad accettare che tutto questo accada senza conseguenze decisive. Perché, in fondo, il veleno più potente non è quello nelle provette segrete, ma l’abitudine globale a convivere con l’idea che il potere possa eliminare i suoi oppositori e restare impunito.
Giorgio Denicolai
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