DOSSIER “TRATTATIVA SUI DAZI TRA UNIONE EUROPEA E STATI UNITI”
La “mediazione” trumpiana sull’Ucraina ha calamitato l’attenzione mondiale per alcune settimane mettendo in ombra la guerra trumpiana sui dazi. Ma quest’ultima è tutt’altro che finita: vi sono paesi che al momento debbono affrontare barriere del 50 per cento sui prezzi delle loro merci per esportarle negli Usa (ad esempio Brasile e India); altri che hanno ottenuto da The Donald dei rinvii alla minacciata applicazione di tariffe molto più esose di quelle ad oggi praticate (ad esempio Cina); altri ancora che hanno stipulato accordi ancora zeppi di “particolari” in sospeso (l’Unione europea, ad esempio, la cui intesa con gli Usa prevede fra l’altro un impraticabile acquisto di gas e altri prodotti energetici dagli States per un valore di 750 miliardi di dollari in tre anni, assai più delle quantità di cui abbisogniamo, senza contare che sono le imprese acquirenti, e non gli Stati europei, a decidere dove fare la spesa e quanto spendere).
Tutto ancora in alto mare, quindi, senza contare l’estrema volatilità delle iniziative di Trump. Ha scritto un commentatore americano che Taco (“Trump always chickens out”, ovvero “Trump torna sempre indietro”), è il soprannome affibbiato al leader del paese più potente del mondo, è assolutamente onesto quando afferma una cosa, ci crede fino in fondo. Solo che il giorno successivo può sostenere l’opposto e crederci altrettanto fermamente. Il presidente americano e i suoi fidi consiglieri pare che prediligano i pensieri semplici, per non dire semplicistici. Una pratica che mal si concilia con la complessità delle interazioni fra i fattori economici (e politici). Per questo suo limite il tycoon cotonato ha imboccato con decisione la strada dell’aumento dei dazi, certo che avrebbe consentito un riequilibrio della bilancia commerciale e pure un ricostituente per i disastrati conti pubblici (i dazi sono entrate fiscali). In prima approssimazione le drastiche misure sulle tariffe hanno portato qualche risultato, non solo su scambi e deficit ma pure sulla crescita del Pil nel primo semestre dell’anno (anche perché molti importatori si sono affrettati a fare scorte prima che i nuovi balzelli entrassero in vigore o fra un rinvio e l’altro, idem per i consumatori). Tempo pochissimi mesi o settimane, però, l’inquilino della Casa Bianca e la sua ciurma si troveranno a fare i conti con diversi effetti indesiderati.
“Financial Times” e Booth School of Business dell’Università di Chicago hanno intervistato un folto numero di economisti: la maggioranza ritiene che la Maganomics danneggerà la crescita e provocherà inflazione. Fra i soli esperti americani interrogati, più della metà ritiene che le politiche dell’amministrazione Trump provocheranno “qualche effetto negativo” sull’economia, mentre un altro 10 per cento teme addirittura un “forte effetto negativo”. Già prima che Trump venisse rieletto ben 23 americani premi Nobel per l’economia avevano giudicato negativamente il “controproducente programma economico” dell’immobiliarista di Mar-a-Lago in una lettera promossa dal Nobel 2001 Joseph Stiglitz. Ora che quel programma ha cominciato a concretizzarsi, anche tra le file di alcuni studiosi di provata fede repubblicana si manifestano dubbi e critiche. Perfino Kim Ruhl, uno degli economisti scelti per il Council of EconomicAdvisers (Cea) del presidente, ha detto chiaramente che l’aumento dei dazi produce maggiori costi per gli input delle industrie Usa e ne riduce la competitività: “le tariffe si sono trasferite in un aumento dei prezzi negli Stati Uniti e ci sono pochissime evidenze che si possano aumentare per questa via i posti di lavoro”.
E’ stato notato che la Maganomics ricalca in non piccola misura le politiche adottate negli Usa all’indomani del crollo delle borse del 1929, quando iniziò la grande depressione. Uno dei più importanti provvedimenti allora presi per “proteggere” l’economia d’oltreoceano fu un aumento delle tariffe sulle importazioni che raggiunsero negli anni successivi quello che è l’attuale livello medio dopo la “cura Trump”, ovvero circa il 18 per cento. I repubblicani di un secolo fa avevano almeno l’attenuante di trovarsi di fronte a una situazione in larga misura senza precedenti. Vararono quindi nel 1930 lo Smoot-Hawley Tariff Act, una legge dal forte impianto protezionistico che contribuì a provocare in tre-quattro anni il dimezzamento del prodotto interno lordo e triplicò la disoccupazione. Solo anni dopo le politiche espansive di Franklin Delano Roosevelt e soprattutto la seconda guerra mondiale consentirono all’America di uscire dalla palude della povertà.
Trump e i suoi fedelissimi possono ancora bearsi nell’illusione che i nuovi dazi porteranno a “cassa” un sacco di soldi, confrontando i vecchi dazi (bassi) con quelli nuovi (alti). Ma presto si accorgeranno che vi sarà un crollo delle importazioni e quindi anche delle entrate fiscali, crollo naturalmente differenziato a seconda della diversa elasticità rispetto a prezzi e redditi dei vari prodotti importati (nel campo dell’abbigliamento si stimano prossimi aumenti dei listini al consumo intorno al 40 per cento). Fra non molto i governanti Usa dovranno quindi porsi il problema dell’inflazione e della crisi di alcuni settori produttivi che speravano di rivitalizzare sostituendo le produzioni importate, senza valutare che molti beni (le auto ad esempio) necessitano di componenti che gli Usa non producono e non potrebbero produrre se non a costi moltiplicati e dopo pluriennali processi di riconversione produttiva.
Fermiamoci qui, ricordando che fra poco più di un anno vi saranno le elezioni di midterm e che al Congresso e al Senato i repubblicani dispongono di una maggioranza molto esigua. E’ quindi facile profetizzare che la partita dei dazi potrà presentare sorprendenti voltafaccia. Dietrofront e rilanci sui livelli delle tariffe a seconda del fianco sul quale il presidente si sveglierà nelle mattinate prossime venture, come ha ampiamente dimostrato in questi mesi. Variazioni sensibili e però non dipendenti solo dall’indole instabile del presidente. Assieme alla presa d’atto di risultati difformi dalle attese, l’amministrazione americana si troverà ben presto a fare i conti con una raffica di giudizi della Corte Suprema Usa e di altre magistrature riguardanti la legittimità delle decisioni sui dazi prese da Trump. La normativa Usa e quella internazionale, infatti, prevedono procedure formali ben precise per le modifiche al sistema tariffario. In primo luogo esigono testi scritti e ratificati dal Congresso. Il presidente può derogare dai “Trade Act” solo in casi estremi di urgenza e in via temporanea. Poiché Trump ha fissato nuovi dazi e accordi con i diversi paesi in modo estemporaneo, senza che vi fossero immediate necessità, in diversi casi con annunci privi perfino di una base scritta, non è difficile prevedere che Corte Suprema, Congresso e Corti di appello federali avranno presto un bel daffare a cancellare intese senza base giuridica, scritte sull’acqua.
Poiché tutta l’impalcatura messa in piedi da Pel di carota Trump potrebbe venire posta in discussione nei prossimi mesi, e inseguire il tycoon nelle sue molte giravolte rischia di essere fatica sprecata, mi limito a segnalare un paio di situazioni riguardanti il commercio estero nelle quali si è particolarmente esercitata la fantasia del presidente e dei suoi consiglieri. Trattasi di questioni apparentemente peculiari ma che possono assumere una valenza generale.
Qualche settimana fa ha destato scalpore la decisione o minaccia trumpiana di colpire con un dazio del 39 per cento i lingotti d’oro da un chilo. A farne soprattutto le spese è la Svizzera, il paese che più di ogni altro trasforma l’oro in questo formato, quello non a caso più richiesto da ricchi privati, finanziarie, imprese statunitensi. Molti commentatori si sono chiesti quale mai sgarbo avessero fatto le autorità di Berna per ricevere un simile schiaffo dagli Usa, tale da cancellare una voce importante del loro export verso gli States. In realtà è molto probabile che il “genio” trumpiano abbia architettato questa misura giugulatoria non per far del male agli elvetici ma per tutt’altro scopo. Qualcuno deve aver soffiato all’orecchio dell’immobiliarista della Casa Bianca che le importazioni americane di lingotti dalla Svizzera sono in fortissimo aumento, nell’ultimo anno hanno superato i 60 miliardi di dollari. Il dazio previsto del 39 per cento probabilmente porterebbe ben pochi quattrini nei conti pubblici Usa, però interromperebbe un flusso preoccupante.
L’attuale corsa americana all’oro è ben diversa dalla febbre dell’oro che caratterizzò gli Stati Uniti nel XIX secolo. Oggi sembra piuttosto chiaro che stia scemando la fiducia nella valuta di riserva per eccellenza, il dollaro, nello stesso paese che i dollari li mette in circolazione e che è in atto una diversificazione delle riserve di privati, banche, finanziarie e grandi imprese. Molti di questi soggetti oggi preferiscono accumulare lingotti che carta moneta americana. Se il dollaro perdesse, sia pur gradualmente, il suo ruolo di principale valuta di riserva, per gli Stati Uniti il finanziamento del loro mostruoso debito e della spesa pubblica diverrebbe un problema davvero assai grosso. Quindi qualsiasi misura che disincentivi l’acquisto di oro, quantomeno da parte dei big americani della finanza, diviene un salutare rimedio. E al diavolo i produttori elvetici di lingotti.
Oltre all’oro giallo, in cima ai pensieri di The Donald c’è quello “nero”, ovvero le esportazioni e i prezzi di gas liquefatto e petrolio. Non vi è solo una generale attenzione a sostenere questa importante voce dell’export Usa. Per Trump c’è anche il suo “particolare” interesse a non perdere il sostegno dei produttori americani di gas&oil, che sono stati fra i principali finanziatori della sua ascesa alla Casa Bianca. Travolto da un’inusuale voglia di sanzionare l’amico Putin nell’azzurro mare di agosto, il padrone della criptovaluta Trump ha deciso di colpire con dazi del 50 per cento le importazioni negli Usa di beni provenienti dall’India. Il paese guidato da Narendra Modi si è macchiato del delitto di aver acquistato quantità crescenti di petrolio dalla Russia: qualche tempo fa il greggio russo acquistato dall’India rappresentava lo zero virgola qualcosa per cento del totale delle importazioni dello Stato asiatico, oggi si sta avvicinando al 40 per cento. Che se ne fa l’India di tutto questo petrolio russo? In buona parte lo rivende ad altri paesi. E siccome lo compra a prezzi alquanto bassi, inferiori a 60 dollari al barile, contribuisce a calmierare il mercato mondiale dell’oil e a mettere tendenzialmente fuori mercato la più costosa produzione americana di idrocarburi.
Qualcosa di analogo, ma soprattutto per il proprio consumo interno, fa la Cina. Prendere di petto Pechino, però, è più complicato anche per l’America great again di Trump. Per non parlare dell’UE, la quale nell’ultimo semestre ha sensibilmente aumentato (più 29 per cento sullo stesso periodo dell’anno precedente) le importazioni di gas naturale liquefatto russo. Il presidente Usa, dimenticandosi per un momento i molti affari economici e politici che ha fatto per tutta la vita con la Russia e la fraterna amicizia con Putin, nel caso di Nuova Dehli ha aperto gli occhi e si è accorto che l’India viola l’embargo sul petrolio russo stabilito in conseguenza

dell’aggressione all’Ucraina. La verità è che i produttori di greggio statunitensi hanno fatto enormi investimenti per produrre oil da scisti bituminosi, con procedimenti molto più costosi di quelli utilizzati tradizionalmente per estrarre il greggio. E la riduzione dei prezzi, volontaria o meno, causata da India, Cina e Russia è disastrosa per i produttori americani di oil. La Cina è troppo forte, con la Russia ci sono legami forse inconfessabili, al tycoon di Washington non resta che prendersela con l’India.
Paolo Forcellini

Iscrizione Newsletter
Iscriviti subito alla nostra Newsletter per rimanere sempre informato!

Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.