LA MANO DI QATAR, EMIRATI ARABI E ARABIA SAUDITA SI ALLUNGA PER UN FENOMENO CHIAMATO “SPORTWASHING”
Negli ultimi due decenni il mondo arabo ha ridisegnato la geografia del potere sportivo globale. Non più soltanto spettatore, ma protagonista, grazie a un’arma decisiva: la ricchezza dei suoi fondi sovrani. Attraverso investimenti miliardari, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno trasformato lo sport in uno strumento di influenza politica, diplomatica e culturale. Negli ultimi anni uno dei casi più emblematici di questa trasformazione è stato il Paris Saint-Germain, acquisito nel 2011 dal fondo qatariota Qatar Sports Investments. In poco più di dieci anni, il club è diventato una macchina planetaria di marketing: ha portato a Parigi campioni come Neymar e Messi, e ha moltiplicato gli introiti commerciali, legando l’immagine del Qatar a un brand globale, fino alla recente conquista della Champions League. Quello del PSG non è stato solo calcio, ma una dimostrazione efficacissima di soft power: investire nello sport significa plasmare percezioni, conquistare consenso e visibilità laddove la politica fatica.

L’Arabia Saudita non è rimasta indietro. Attraverso il Public Investment Fund, più conosciuto come Fondo PIF, ha intrapreso una strategia sistematica. Nel golf ha creato il circuito LIV, sfidando il monopolio storico del PGA Tour. Nel calcio ha acquisito il Newcastle United in Premier League e attirato fuoriclasse nella Saudi Pro League con contratti astronomici, come ad esempio Cristiano Ronaldo. E ora vuole investire nel tennis, con partnership sempre più strette con l’ATP e la WTA: dal 2025, le WTA Finals si disputeranno a Riad, segnando un passaggio simbolico nella globalizzazione del circuito e, dopo il ricchissimo torneo evento “The Six Kings Slam” con i sei giocatori più forti del mondo, l’Arabia Saudita sta puntando ad ottenere un nuovo Master 1000 per il circuito maschile ATP.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a trasformare Abu Dhabi e Dubai in hub permanenti: dal Gran Premio di Formula 1 allo judo, fino ai tornei di tennis, ogni evento internazionale diventa occasione di visibilità e di legittimazione politica. Questa espansione solleva interrogativi cruciali. Da un lato, l’afflusso di capitali arabi ha permesso a club e federazioni di sopravvivere e crescere in tempi di crisi economica, modernizzando strutture e ampliando l’offerta globale. Dall’altro, alimenta il rischio di uno “sportwashing”: l’uso dello sport per coprire violazioni dei diritti umani, deficit democratici e repressioni interne. Il rifarsi un’immagine attraverso lo sport, quella che possiamo chiamare “operazione simpatia”, per un paese con una reputazione internazionale discutibile, ha sicuramente molti vantaggi e mette l’opinione pubblica nella condizione di rimuovere ogni memoria controversa, per concentrarsi soltanto sui successi della competizione sportiva. Solo che lo sport del XXI secolo non può più essere letto solo come una gara automobilistica o una partita di calcio e di tennis. È un terreno di confronto geopolitico, un’arena in cui i petrodollari arabi comprano non soltanto campioni, ma anche consenso e prestigio internazionale.
E la domanda che resta aperta è se il pubblico globale accetterà questo nuovo equilibrio come inevitabile, o se, prima o poi, pretenderà più trasparenza dietro i gol, i tornei e le medaglie, perché dietro a quello che da sempre è stato vissuto come passione intergenerazionale, non nasconda qualcosa di più grande di un gigantesco investimento economico e politico.
Cinzia Emanuelli
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