La tragedia di Gaza ha rivelato la fragilità dell’architettura internazionale, ma anche la crisi interna della leadership palestinese. Per uscire dallo stallo, servono due cose: riconoscere lo Stato palestinese e ricostruire una rappresentanza politica degna di quel nome.
Riconoscere la Palestina oggi è un gesto carico di peso politico, morale e strategico. Ma per alcuni governi resta una scelta sospetta, vista con il filtro dell’equazione tossica che ancora domina troppi discorsi: Palestina = Hamas = terrorismo. È una semplificazione comoda, ma falsa. La Palestina non è Hamas. E riconoscere lo Stato palestinese non equivale a premiare un’organizzazione armata, che ha commesso crimini di guerra, represso il dissenso interno e boicottato ogni orizzonte di coesistenza.
Riconoscere la Palestina significa affermare l’esistenza politica e giuridica di un popolo che, da troppo tempo, è ostaggio di due oppressioni: quella esterna dell’occupazione israeliana, e quella interna dell’impasse istituzionale e del dominio delle fazioni. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha colpito Israele con un attacco brutale, causando la morte di oltre 1.200 civili e prendendo ostaggi. È stato uno spartiacque: non solo per la risposta militare israeliana – che ha devastato Gaza con oltre 38.000 morti, secondo fonti palestinesi – ma anche per la percezione internazionale della causa palestinese.
Hamas ha restituito al mondo l’immagine di un nemico assoluto, mettendo in ombra qualsiasi altra voce, inquinando il terreno politico e morale della questione palestinese. Ma proprio per questo, riconoscere la Palestina oggi è anche un modo per isolare Hamas, offrendo una sponda diplomatica e legittima a quei palestinesi che non si riconoscono nella violenza e nella teocrazia armata. Il problema è che questi palestinesi, oggi, non hanno una rappresentanza credibile.
L’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che governa la Cisgiordania ed è il referente istituzionale del “processo di pace”, è percepita come debole, corrotta e priva di legittimità popolare. Le ultime elezioni si sono tenute nel 2006. Da allora, Fatah – il partito dominante – ha perso contatto con la base, mentre Hamas ha mantenuto il controllo di Gaza senza mai offrire una visione politica condivisa, né tanto meno democratica.
Questa frammentazione istituzionale non è solo un problema interno. È anche il principale alibi di chi, in Occidente, continua a rinviare il riconoscimento: “non sappiamo chi rappresenta i palestinesi”, dicono. Ma questa risposta dimentica una verità scomoda: la crisi di rappresentanza è anche il prodotto dell’isolamento diplomatico. Negare lo Stato, negare i confini, negare una sede politica legittima, ha reso impossibile la costruzione di una leadership autorevole. Il riconoscimento non risolve la crisi interna palestinese, ma è la precondizione per affrontarla.
Continuare a subordinare il riconoscimento della Palestina alla riforma della leadership palestinese è una trappola. Perché se da un lato è vero che la governance attuale non rappresenta la pluralità e la vitalità della società palestinese, dall’altro è impossibile riformare istituzioni che non hanno status internazionale pienamente riconosciuto. È un vicolo cieco, che ha prodotto lo stallo attuale. Spagna, Irlanda e Norvegia hanno scelto di uscire da questa logica. Hanno capito che il riconoscimento è il punto di partenza, non il punto di arrivo. Che non si può aspettare che la Palestina sia “pronta” per darle lo Stato, così come non si può chiedere a chi è occupato di negoziare da una posizione di inferiorità permanente.
Dal punto di vista geopolitico, il mancato riconoscimento è anche un rischio strategico. Rafforza la narrativa secondo cui la comunità internazionale risponde solo alla forza, alimentando la radicalizzazione. A Gaza, molti giovani cresciuti tra blocchi, bombardamenti e blackout non conoscono altro che violenza e abbandono. In questo vuoto, Hamas diventa – per alcuni – l’unico riferimento visibile, non perché sia condiviso, ma perché è l’unico che resiste. Rompere questo schema significa offrire un’alternativa credibile. Riconoscere la Palestina, anche unilateralmente, significa investire politicamente in una futura leadership diversa, una che possa affrancarsi sia dall’occupazione che dal fondamentalismo.
L’Italia, pur avendo votato nel 2015 una mozione parlamentare a favore del riconoscimento, non ha ancora compiuto il passo decisivo. È una scelta che riflette l’allineamento con la linea atlantica, la prudenza verso Israele e l’inerzia di una politica estera sempre meno autonoma. Ma mentre altri Paesi europei – non marginali – iniziano a muoversi, il silenzio di Roma rischia di diventare complicità passiva. Non si tratta di “sposare una causa”. Si tratta di prendere posizione a favore di un diritto – quello all’autodeterminazione – che costituisce la base del diritto internazionale. Si tratta di investire in una cornice politica in cui sia possibile immaginare, in futuro, una vera rappresentanza palestinese, fondata su elezioni, pluralismo e legalità, e capace di dialogare con Israele senza armi in mano.
In conclusione, si può affermare che Hamas non rappresenta la Palestina. E la Palestina non può essere giudicata sulla base dei crimini di chi la tiene in ostaggio. Se davvero si vuole costruire una pace giusta, è necessario distinguere tra la legittima aspirazione di un popolo e la violenza di chi ha strumentalizzato quel desiderio per fini ideologici e militari. Riconoscere la Palestina non è un atto contro Israele, né a favore di Hamas. È, semplicemente, un passo verso la creazione di una cornice politica in cui la rappresentanza palestinese possa rinascere — e con essa, forse, la possibilità di una vera soluzione.
Giorgio Denicolai
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