
Estate 2025: sulle spiagge italiane si è discusso meno del caldo e più dei prezzi. Un ombrellone con due lettini, ad agosto, è costato in media tra i 35 e i 50 euro al giorno, con punte oltre i 100 euro nelle località di lusso (fonte: Il Sole 24 Ore). Se a questo si aggiunge un pranzo veloce al chiosco, la giornata in spiaggia diventa un salasso. Per una famiglia media, una settimana di vacanza al mare è arrivata a valere quanto un mese di stipendio. Il risultato è stato evidente: stabilimenti semivuoti durante la settimana, improvvisamente pieni nei weekend, quando hanno prevalso le gite “mordi e fuggi”. È stato il paradosso dell’estate 2025: le presenze non sono crollate del tutto, ma i consumi sì. Chi è andato al mare ha speso meno e molti hanno rinunciato del tutto, scegliendo la staycation — la vacanza di prossimità, per due giorni al mare a un’ora da casa, o addirittura ferie trascorse senza partire.
Il turismo vale meno di quanto sembri
Ogni anno si ripete lo stesso ritornello: “Il turismo è il petrolio d’Italia”. Ma i dati raccontano altro. L’intera filiera turistica contribuisce a circa il 13% del PIL nazionale (ISTAT 2024): un valore importante, ma inferiore all’industria manifatturiera (oltre il 20%), al settore finanziario e assicurativo (17%) e persino all’agroalimentare (15%). Il turismo italiano non è un motore instancabile, ma un settore a bassa produttività, composto da microimprese, legato a una domanda fortemente stagionale e vulnerabile al costo dei trasporti o ai contraccolpi geopolitici. In sostanza, un gigante fragile che cammina su sabbie mobili.
Dietro le cartoline, il lavoro povero
Dietro le foto di ombrelloni ordinati e aperitivi vista mare, si nasconde un mondo del lavoro segnato dalla precarietà. Camerieri, bagnini, cuochi stagionali raramente superano i 1.000 euro al mese, spesso con contratti a termine o in nero. Non sorprende allora che l’Italia resti il Paese europeo dove più famiglie non possono permettersi una settimana di vacanza: quasi il 31% (Eurostat 2024). Un dato che stride con la retorica di un turismo destinato, a sentire molti, a trainare l’economia nazionale.
Troppi turisti in pochi posti, e il resto d’Italia vuoto
Il turismo italiano continua a concentrarsi in poche località. Venezia, Cinque Terre, Amalfi, Sardegna sono alcuni dei luoghi simbolo presi d’assalto da milioni di visitatori, spesso “mordi e fuggi”. È il fenomeno dell’overtourism: troppi turisti nello stesso posto, città invivibili, servizi al collasso e residenti esasperati. Eppure gran parte dell’Italia — borghi interni, aree montane, intere regioni — è rimasta vuota, esclusa dai grandi flussi. Mentre pochi territori soffocano sotto presenze ingestibili, vastissime zone del Paese non intercettano alcun beneficio da questo settore.
Un mito da archiviare
Estate dopo estate, diventa sempre più chiaro che il turismo, pur continuando ad essere parte dell’identità italiana, non è — e non sarà mai — il petrolio del Paese. È un settore importante, certo, ma fragile, polarizzato, fatto di bassa produttività, prezzi sempre più alti, lavoratori sottopagati e territori lasciati indietro. Affidargli il compito di trainare l’economia nazionale è un’illusione. Senza regole più giuste sulle concessioni balneari, tutele reali per chi lavora e una strategia che allarghi lo sguardo oltre le solite quattro destinazioni, il rischio per i prossimi anni è chiaro: spiagge care e vuote, città d’arte invivibili e un Paese che non riesce più a permettersi le proprie meritate vacanze estive.
Francesco Luongo
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