la liberazione degli ostaggi e la sfida della fase tre della pace
Dopo gli Accordi di Sharm el Sheikh, il Medio Oriente alla prova della pace

Dopo la liberazione degli ostaggi e la firma degli Accordi di Sharm, il Medio Oriente entra nella fase più delicata: costruire una pace che non sia solo tregua. Gli ostaggi tornano a casa, Israele libera quasi duemila detenuti palestinesi. A Sharm el-Sheikh, la firma degli Accordi per la Pace e la Ricostruzione segna l’avvio di una nuova fase, fondata su sicurezza condivisa, ricostruzione di Gaza e una transizione civile internazionale. Ma la vera sfida comincia ora: trasformare la diplomazia in realtà.

Dopo 738 giorni dal 7 ottobre 2023, tutti gli ostaggi israeliani ancora vivi detenuti a Gaza sono stati liberati. L’annuncio, che scuote la scena politica e mediatica del Medio Oriente, arriva proprio mentre si chiude a Sharm el-Sheikh il vertice internazionale per la pace, culminato nella firma degli Accordi di Sharm.
La mattina si è aperta con le prime consegne: sette ostaggi affidati alla Croce Rossa nel nord di Gaza, seguiti da altri tredici a Khan Yunis. A seguire, la restituzione dei corpi di ventotto prigionieri deceduti — un gesto simbolico, ma anche doloroso. Le immagini dei liberati, accolti alla base di Re’im e riuniti alle famiglie, mostrano la fragile linea tra gioia e lutto, speranza e memoria di due anni di orrore.
Per Israele è un sollievo intriso di dolore; per i palestinesi, l’inizio di una nuova attesa. La liberazione non è un evento isolato, ma parte del piano di pace mediato dagli Stati Uniti e sostenuto da Egitto e Qatar. Secondo l’accordo, Israele ha accettato di rilasciare 1.966 detenuti palestinesi, molti arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre. Alcuni osservatori parlano di “scambio simbolico”, ma la portata politica è più profonda: per la prima volta dal 2023, un’intesa multilaterale produce risultati concreti sul terreno. La pace, però, resta un’ipotesi fragile, sospesa tra diffidenze reciproche e ferite interne che nessun negoziato può sanare in pochi giorni.
A Sharm el-Sheikh, dove il vertice è stato co-presieduto da Donald Trump e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, è stata tracciata la rotta per la “fase tre” del processo. Il documento, firmato da Israele, dall’Autorità Palestinese e dai principali mediatori internazionali — Stati Uniti, Egitto, Qatar e Unione Europea — stabilisce un calendario vincolante per la ricostruzione di Gaza e la creazione di un’amministrazione civile provvisoria sotto supervisione internazionale.
Trump e al-Sisi hanno salutato la firma come “l’inizio di un nuovo ordine regionale fondato sulla coesistenza”. La dichiarazione finale impegna i firmatari a garantire sicurezza reciproca, apertura progressiva dei valichi e ritiro graduale delle forze israeliane entro sei mesi, con il dispiegamento di una missione mista ONU–Lega Araba.
La fase tre dell’accordo si fonda su tre pilastri:
- Ricostruzione fisica e umanitaria della Striscia di Gaza, finanziata da un consorzio multilaterale coordinato dalla Banca Mondiale;
- Creazione di un’Autorità Civile di Transizione, formata da tecnici palestinesi e rappresentanti regionali, incaricata di governare fino alle elezioni del 2027;
- Coordinamento di sicurezza internazionale, con Israele, Egitto, Giordania e Stati Uniti, per evitare il riarmo delle milizie e garantire la stabilità ai confini.
La firma di Sharm non è solo il sigillo di un accordo, ma un test per la volontà politica dei firmatari. Le delegazioni lasciano l’Egitto con un impegno formale e con la consapevolezza che la pace, per durare, dovrà passare dai tavoli diplomatici ai cantieri, dalle parole ai fatti. Senza la fase tre, le liberazioni e le promesse resterebbero episodi, non svolte. Con essa, invece, si apre la possibilità concreta di un processo politico capace di restituire dignità, sicurezza e prospettiva a due popoli stremati.
Il vero banco di prova comincia ora, nello spazio che separa l’emozione della liberazione dalla complessità del giorno dopo. Corridoi umanitari, ricostruzione economica, sicurezza condivisa e riconciliazione politica sono sfide che non ammettono rinvii.
Se il summit di Sharm el-Sheikh saprà tradurre le dichiarazioni in impegni vincolanti, la liberazione di oggi potrà essere ricordata come la prima pietra di una pace duratura. In caso contrario, resterà solo un istante di respiro, destinato a perdersi tra le macerie di una pace ancora negata.
Giorgio Denicolai
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