Il mito greco del Minotauro ha trovato tra ottocento e novecento, nella nascita e lo sviluppo di nuovi movimenti artistici, nella letteratura e nella psicanalisi, nuovi ed ampi ambiti interpretativi. Su queste „metamorfosi“ ondeggianti del „mostro“, da metafora del male assoluto a raffigurazione di componenti del profondo dell‘animo umano, si concentrerà il nostro viaggio nel labirinto, ospiti del suo signore, il Minotauro.

Edward Burne-Jones, esponente di spicco del movimento Preraffaellita, esegue nel 1861 il disegno per una decorazione in ceramica, oggi conservato al Museum and Art Gallery di Birmingham. In soli 26x 25 centimetri si svolge la prima metamorfosi.
Teseo, rappresentato come un cavaliere medievale, avanza con timore e paura attraverso un labirinto che sembra fatto più di cartone che di pietra, una scenografia teatrale leggera e facilmente distruttibile. Il suolo del labirinto è cosparso degli „avanzi“ dei pasti del Minotauro, tra i quali sbocciano fiori: ogni possibile crudeltà viene stemperata dalla semplice accuratezza grafica e narrativa del disegno. Del Minotauro vediamo solo la testa sporgere da un angolo. Protagonista della raffigurazione è la paura, la sorpresa di un incontro, nel labirinto della propria mente, con qualcosa che è parte di noi stessi. Una freschezza quasi infantile caratterizza questa raffigurazione, non si sta assistendo al compimento di un atto sanguinario, se vogliamo davvero sentirci liberi ed osare di fronte a questa immagine quello che ci viene alle mente non è lo scontro tra l‘eroe e il mostro, piuttosto risuona nelle orecchie un
„bu bu sette!“.
Alla Tate Britain a Londra è conservata una raffigurazione del Minotauro del pittore G.F. Watts eseguito nel 1885. Un „mostro“ sorprendente, fuori dal buio del labirinto, appoggiato ad un alto parapetto sul mare, scruta l‘orizzonte. Se non fossimo a conoscenza del mito greco, se non sapessimo che sta aspettando il carico di innocenza e gioventù che lo sfamerà per un intero anno, saremmo portati a una naturale immedesimazione; anche il „mostro“, come noi, si appoggia al parapetto di una terrazza e guarda il mare, noi, come lui, lasciamo che lo sguardo si lasci ammaliare, si perda sull‘acqua. Quante volte lo abbiamo fatto?
All‘origine di questo dipinto una storia ancora più crudele del mito, perché cronaca. In una serie di articoli pubblicati sulla Pall Mall Gazette nel luglio 1865, W.T. Stead usò il Minotauro e il sacrificio dei giovani alla sua fame come allegoria dello sfruttamento sessuale dei minori. Per la prima volta la prostituzione minorile nell‘Inghilterra vittoriana venne indagata così profondamente e in maniera così documentata da portare alla promulgazione di una legge contro questo reato. E allora, la somiglianza nell‘atteggiamento del Minotauro e nel nostro diventa ancora più particolare. A distinguerlo da noi solo la testa taurina, e forse la determinata e bestiale violenza con cui il suo arto stritola un uccellino. Ma davvero l’umanità è così diversa dal “mostro”?

La rivista „manifesto“ del movimento surrealista, diretta da Andrè Breton, scelse il nome Minotaure. Pubblicata tra il 1933 al 1939 a Parigi, fu una vera e propria arena della „rivoluzione surrealista“ e l’illustrazione delle copertine venne affidata ai maggiori esponenti o amici del movimento. La scelta del Minotauro era per i surrealisti non tanto collegata al mito del mostro antropofago quanto alle interpretazioni del mito che lo sviluppo della psicanalisi e degli studi sull’inconscio avevano stimolato.
Essere ibrido, come ibrido è l’uomo, che alberga in sé bestialità e ragione, umanità e violenza. Inoltre il Minotauro veniva visto come ritratto dell’angoscia che permeava l’Europa, già attraversata dal timore della guerra, negli anni ‘30.

Lo studio per la prima copertina della rivista, conservato al MoMA di New York, fu affidato a Pablo Picasso. Si tratta di un collage di materiali diversi, al centro, a matita, l‘immagine di un Minotauro seduto, in mano un pugnale, estremamente consapevole del ruolo di regolatore selvaggio e naturale delle molteplicità di materiali e forme di cui è circondato. Se consideriamo la molteplicità come labirinto, lui vi e tutt‘altro che perso e isolato: lo domina.
Altri artisti si dedicarono ad illustrare la copertina della rivista. Matisse lo trasforma, alternando grafemi a riccioli, corna graziose, labbra quasi femminili, in una leggera epifania, il cui soggetto è identificabile solo seguendo la danza di consonanti e vocali.


Max Ernst dà del “mostro” una elegante versione nei toni del verde e del giallo su fondo nero. Le sembianze del mostro non hanno in realtà nulla di mostruoso, spaventoso, tutto è trattenuto è limitato dalla cromia sofisticate ma… c’è una “sorpresa”: l’immagine capovolta cambia, è un volto, una maschera che urla, e nella bocca spalancata si può leggere un invito… “cherchez”.
Grazie alla “rinascita” del Minotauro operata dai surrealisti, la letteratura del secolo XX vede tornare il “mostro” sotto tutt’altro aspetto; Borges, Dürrenmatt, Yourcenar e Cortazar, con esiti personalissimi e diversi, distruggono la “mostruosità” della bestia, rivelandone piuttosto l’alterità, la solitudine, gli aspetti più vicini all’inconscio, la natura primitiva costretta ad arrendersi ad un ordine costituito e non sempre etico come si si è voluto credere.
Tante le metamorfosi di cui è oggetto il Minotauro, tante le possibili interpretazioni e gli esiti, quasi un enfant terribledella tradizione mitologica, difficile da definire, impossibile da giudicare.
E forse una ulteriore interpretazione, una nuova immaginazione, si trova in questa raffigurazione, datata al IV sec. a.C. Si tratta del frammento di un kylix rinvenuto a Vulci, in Etruria, e ora conservato alla Bibliothèque Nationale a Parigi.

Eccolo, Minotauro, anche lui è stato bambino. Da questa immagine ancora non si può sapere cosa ne sarà di lui. E questa è la rappresentazione che è ad un tempo inizio e conclusione di ogni possibile metamorfosi. Minotauro, il cui nome in realtà è Asterione, colui che è stellato, è bambino. Ha davanti a sé il futuro. Lo scriverà come vorrà lui.
Simona Stoppino
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