L’umiliazione del calcio italiano e il naufragio di una civiltà sportiva. Non è più una crisi ma una resa culturale: il fallimento della Nazionale racconta un sistema che ha smesso di credere nel proprio talento, trasformando un’eredità gloriosa in un’abitudine alla mediocrità
Sembrava impossibile fare peggio, eppure la nazionale italiana di calcio ce l’ha fatta: non contenti di aver fallito la qualificazione ai Campionati Mondiali di Calcio per dodici anni, i nostri eroi hanno voluto regalarci altri quattro anni di carestia, perdendo la partita dell’ultima spiaggia con la Bosnia, squadra non imbattibile. C’è un momento, nella storia di ogni declino, in cui l’eccezione diventa regola e la vergogna smette di fare male. La notte della partita a Zenica, nel minuscolo stadio Bilino Polje, ha sancito qualcosa di ben più grave di una sconfitta calcistica: ha certificato che per il calcio italiano la mediocrità è diventata la nuova normalità. Per la terza edizione consecutiva, l’Italia non parteciperà alla Coppa del Mondo. Assenti nel 2018, assenti nel 2022, assenti nel 2026. Tre volte. Una sequenza che non ha precedenti nella storia della Nazionale, che porta sul petto quattro stelle conquistate con il talento e l’orgoglio dei nostri campioni del passato, quelli veri. Non è mai accaduto che una squadra quattro volte campione del mondo non si qualificasse per tre edizioni consecutive. Eppure, eccoci qui, a fare i conti con l’impensabile diventato realtà.
La partita di Zenica ha avuto la crudele eloquenza dei simboli. Kean aveva illuso tutti al quarto d’ora, sfruttando uno svarione difensivo bosniaco. Poi, al 41’, l’espulsione di Bastoni per un fallo da ultimo uomo su Memic, ha spezzato l’equilibrio e condannato gli azzurri a novanta minuti di sofferenza in inferiorità numerica. Si poteva ancora vincere, ma Kean, Esposito e Dimarco hanno sprecato occasioni nitide, prima che Tabakovic firmasse il pareggio e che il nostro destino si decidesse ai rigori. Sarebbe però disonesto, oltre che intellettualmente pigro, nascondersi dietro gli episodi. Perché gli episodi non spiegano un’epoca. Spiegano una partita. Ciò che spiega un’epoca è ben altro.
Pensate a quella Nazionale che nell’estate del 1982, sotto il sole di Madrid, umiliò il Brasile e travolse la Germania in finale. I gol di Paolo Rossi e l’immagine di Tardelli che urlava incredulo per il campo dopo il suo gol, in una delle immagini più cariche di vita autentica che il calcio abbia mai prodotto. Zoff che sollevava la coppa a quarant’anni e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, in piedi in tribuna, diceva “Non ci prendono più!”. Era un calcio che aveva campioni veri e allenatori semplici e concreti come Enzo Bearzot. Ventiquattro anni dopo, a Berlino nel 2006, l’Italia ripeté quell’impresa: Fabio Cannavaro monumento del difensore moderno, poi premiato con il Pallone d’Oro, Andrea Pirlo regista di un gioco di una bellezza quasi architettonica, Francesco Totti e Alessandro Del Piero a dividersi il numero 10 e Gigi Buffon a presidiare la porta di quella che era una delle difese più forti della storia. Una squadra di campioni stellari, che disegnavano il campo con il proprio gioco e che sapevano però soffrire con umiltà e pazienza.
Pensando al nostro glorioso passato, allora, come si è potuti arrivare a questa infinita serie di disfatte? La risposta è scomoda, ma necessaria: le responsabilità vanno cercate nella miopia di una classe dirigente che ha amministrato questo patrimonio con la stessa lungimiranza di chi distrae i fondi di un’eredità illustre. La Federazione italiana Gioco Calcio, la FIGC, ha smesso da anni di investire seriamente nel settore giovanile, nei vivai, nella formazione degli allenatori di base. Si cercano piccoli campioncini ben messi fisicamente, non importa che abbiano tecnica e fantasia, perchè oggi si è diffusa l’idea che il calcio deve essere “maschio”, per uomini duri, senza una identità di gioco e senza la cultura del bel gioco che aveva reso grande il calcio azzurro. La realtà è che l’Italia è diventata una nazionale di secondo, forse terzo piano. La vittoria all’Europeo del 2021, indimenticabile per il ruolo di guida spirituale che ebbe Gianluca Vialli ormai malato, appare oggi sempre più come un’eccezione meravigliosa in un declino strutturale già in fase irreversibile.
La rappresentazione definitiva di questo declino sono state le parole pronunciate in conferenza stampa subito dopo la sconfitta con la Bosnia da Gabriele Gravina, presidente della FIGC. “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sport sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Si possono fare scelte diverse, come l’impegno di giovani all’interno degli under nei propri tornei, gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali, tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato”. Uno scivolone vergognoso a cui hanno subito risposto molti atleti considerati “dilettanti” da Gravina come i campioni olimpionici Gianmarco Tamberi, Gregorio Paltrinieri e lo schermidore Gigi Samele. Il giovane campione mondiale di salto in lungo Mattia Furlani ha ricordato a Gravina che per molti atleti di sport in cui non circolano gli stessi soldi che circolano nel calcio, essere parte delle Forze Armate, significa poter inseguire i propri sogni con un sostegno economico fondamentale. I calciatori, anche quelli con risultati mediocri e che giocano in divisioni minori, pretendono ingaggi che un campione olimpico o mondiale potrà guadagnare solo dopo aver ottenuto risultati leggendari. Sminuire queste realtà ponendo chi pratica calcio come un avente diritto ad un trattamento privilegiato rispetto a qualunque altro sportivo, sarebbe già motivo sufficiente per chiedere le dimissioni immediate di Gravina. Ma il presidentissimo, invece, resiste al suo posto cercando la sponda del Consiglio Federale che sa essere in maggioranza schierato con lui, composto da chi non vuole rinunciare alle proprie rendite di posizione garantite dall’attuale dirigenza.
Oggi lo sport italiano è un’orgoglio nazionale: lo è il tennis, con Jannik Sinner e le squadre maschile e femminile entrambe campioni del mondo; lo sono gli sport invernali, con Federica Brignone, Arianna Fontana e tanti altri campioni straordinari che hanno onorato il nostro Paese alle Olimpiadi di Milano-Cortina; lo è la pallavolo, campione mondiale maschile e femminile; lo è il nuoto con campioni olimpici, come Martinenghi, Ceccon e l’infinito Gregorio Paltrinieri; lo è l’atletica che ha visto l’Italia vincere l’oro olimpico dei 100 metri con Marcel Jacobs, la staffetta e il salto con Tamberi; lo sono tanti altri sport “dilettantistici”…Il calcio oggi non è un orgoglio nazionale e fare un bagno di umiltà da parte di tutti i responsabili del sistema, sarebbe il minimo sindacale per uscirne in modo dignitoso. Il calcio italiano non ha bisogno di un lifting. Ha bisogno di una rifondazione. Dai vivai alle licenze allenatori, dalla governance federale alla regolamentazione dei prestiti che ha trasformato i giovani italiani in merce da parcheggio piuttosto che in talenti da coltivare. Il Mondiale del 2026 si giocherà in Canada, Messico e Stati Uniti senza di noi, per la terza volta. E il 2030, in Spagna, Portogallo e Marocco, sarà la nostra prossima opportunità.
Per un ragazzo di venti anni ne passeranno sedici senza una squadra italiana da poter tifare. C’è un’intera generazione di tifosi italiani che non ha mai visto la propria Nazionale in un Mondiale. È una ferita che la cultura sportiva di un bambino si porterà dietro per sempre. Ed è una ferita che farà cambiare, forse, prospettiva ad un’intera generazione, che crescerà sognando le imprese di altri eroi: quelli che diventano leggende colpendo una pallina da tennis o nuotando in piscina e ignoreranno che un eroe può essere anche un ragazzo che sa fare lo slalom su un prato verde con ai piedi un pallone.
Cinzia Emanuelli
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