La morte di Alex Zanardi chiude la vita di un campione, ma consegna al nostro tempo qualcosa di più raro: il racconto di un uomo che ha trasformato ogni ferita in una nuova possibilità di esistere.

Ci sono esistenze che non si raccontano: si citano. Come esempi. Come archetipi. Come quei personaggi della letteratura che smettono di essere individui e diventano figure del possibile umano. Alex Zanardi, morto il primo maggio 2026 a cinquantanove anni, era diventato nel corso della sua vita qualcosa di simile: non più soltanto un uomo, ma l’archetipo di un antieroe che compie le imprese impossibili, di chi decide con testardaggine la direzione che deve prendere la propria vita, nonostante il destino cerchi costantemente di deviarla per portarla su un percorso di sconfitta.  La storia pubblica sportiva di Alex Zanardi è nota: pilota di Formula 1, campione americano della CART, poi l’incidente nel 2001 al Lausitzring che lo priva delle gambe, ma che gli lascia salva per miracolo la vita; la rinascita come atleta paralimpico di handbike, poi ancora un secondo incidente nel 2020, durante una gara su strada per beneficenza, da cui non si riprenderà mai del tutto. Questa la cronologia, ma ridurre la storia di “Zanna” solo a queste imprese significherebbe svuotarla completamente della sua potenza narrativa. La vera storia di Zanardi non è una storia di sport: è una storia di antropologia. Di cosa siamo fatti, al fondo, quando tutto quello che ci definiva ci viene tolto di mano nel giro di pochi secondi.

Quando nel settembre del 2001 uscì dall’ospedale senza gambe, il mondo si aspettava da lui il ritiro dignitoso, la pensione onorevole, magari qualche apparizione televisiva commovente, come fosse un reduce che cerca un suo spazio nella compassione pubblica. Un racconto che abbiamo già visto, una scelta comunque individuale e dignitosa, ma che non apparteneva alla narrazione che Zanardi voleva riservare a sé stesso come protagonista della sua storia. Quello che fece nei mesi e negli anni successivi non fu “riabilitazione” nel senso clinico del termine, ma fu una vera e propria rinascita: Alex riuscì a reinventarsi atleta in una disciplina che non conosceva, la handbike, e la praticò con la stessa ferocia competitiva con cui aveva guidato le monoposto. Così alle Paralimpiadi di Londra nel 2012 vinse due ori e un argento e alle paralimpiadi successive, a Rio 2016, altri due ori. Come se non bastasse, nel corso della sua carriera da atleta paralímpicoo, ha aggiunto anche dodici titoli mondiali, trasformando un individuo che il destino aveva voluto privare di metà corpo in un campione assoluto, un essere umano capace di andare costantemente oltre i propri limiti e non un uomo che aveva semplicemente imparato a convivere con la propria disabilità.

Ma soffermarsi solo sui numeri non dà la percezione reale della verità. La verità è quella che si leggeva in faccia a Zanardi quando tagliava il traguardo, che non era il sollievo di chi ce l’ha fatta nonostante tutto, ma la “pazza gioia”, quasi escandalosa, di chi sta esattamente dove vuole stare. L’immagine che gli sopravviverà è quella dell’arrivo di Londra 2012: in body da cronometro, che gonfia i muscoli di entrambe le braccia tenendo con una mano la futuristica handbike su cui aveva appena vinto l’oro, appoggiandosi su quella parte di corpo mancante. Nessuno, in quell’immagine, guardava le gambe assenti, ma guardavamo tutti quegli occhi sorridenti e colmi di felicità. C’è una parola che negli ultimi anni è diventata abusata fino allo svuotamento: resilienza. La si usa per tutto, per chiunque abbia attraversato una difficoltà e ne sia uscito. Zanardi non era resiliente. La resilienza è la capacità di resistere alla pressione e tornare alla forma originale, come la gomma. “Zanna”, invece, non attraversava mai la vita per superare l’ostacolo e tornare ad essere come prima. Ogni caduta lo trasformava, non lo ricomponeva. È una distinzione che conta, perché é alla base di quello che ci ha insegnato in questi anni la storia di Alex Zanardi sulla natura umana: non siamo fatti per resistere, siamo fatti per evolvere, perché il dolore, quando non ci distrugge, non ci riporta indietro, ma ci porta altrove.

Thomas Mann, ne “La montagna incantata”, scrive che la malattia e la sofferenza non sono soltanto negazione, ma sono anche, paradossalmente, una forma di conoscenza. Una via d’accesso a dimensioni dell’esistenza che la salute e il successo non contemplano. Zanardi aveva percorso quella via, e ne era tornato con una leggerezza e con quel sorriso appagato che, forse, sono il suo lascito più potente. Gramsci, scrivendo dal carcere, annotò: “Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista con la volontà.” Era quella la forza interiore di Zanardi: lucido abbastanza da non ignorare la gravità di ciò che gli era capitato, testardo abbastanza da rifiutare che quella gravità fosse l’ultima parola che la vita potesse dire sul suo destino.Poche ore prima del secondo, definitivo incidente, quella mattina del giugno 2020 in cui stava partecipando a una staffetta in handbike per promuovere lo sport inclusivo, Zanardi aveva rilasciato quella che sarebbe stata la sua ultima intervista. “Una gara in handbike aiuta le persone a non rassegnarsi. Si può provare a vedere che cosa si può fare con quello che è rimasto, piuttosto che dire: è finita, non ho più quello che avevo prima. Magari qualcosa accade. Speriamo.” Speriamo. 

Alex Zanardi aveva fatto della speranza qualcosa che si va a cercare con la volontà di crederci e non un sentimento passivo che ci pone in attesa. Per questo la sua morte non può essere un evento da elaborare privatamente, da sistemare nell’archivio dei grandi sportivi scomparsi, ma deve diventare un’eredità pubblica. Soprattutto per i giovani, per quella generazione che cresce sotto il peso di aspettative insostenibili e fragilità reali, che conosce la crisi di identità prima ancora di essersene costruita una e che spesso confonde una sconfitta con un fallimento personale.  La vita di Alex Zanardi, con tutta la forza di una vita vissuta fino alla fine senza mai arrendersi, deve dare speranza ai ragazzi e a tutti noi che a volte dubitiamo di farcela. Perdere qualcosa, anche di enorme come metà del corpo, subire una sconfitta, non è la fine della nostra storia. È, al più, la fine di un capitolo.  Il prossimo si comincia con quello che rimane. E quello che rimane, se ci si crede con speranza, è sempre abbastanza

Cinzia Emanuelli

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