Tra pressione strategica e fragilità globale, le scelte di Trump e Netanyahu hanno finito per rafforzare la leva indiretta dell’Iran: non il nucleare, ma il controllo percepito dei flussi energetici, una partita di percezioni che scarica i costi sul resto del mondo.

C’è sempre, in ogni fase storica, un luogo che diventa simbolo di un equilibrio fragile. Oggi quel luogo è lo Stretto di Hormuz: pochi chilometri d’acqua attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Basta evocarlo perché riaffiori una sensazione diffusa, quasi istintiva: quella di un mondo esposto, vulnerabile, potenzialmente ostaggio di tensioni che si consumano altrove. Attorno a quel passaggio si intrecciano interessi e conflitti che coinvolgono Iran, Israele e attori non statali come Hezbollah. Sullo sfondo, le leadership di Donald Trump e Benjamin Netanyahu vengono spesso lette come espressione di una politica assertiva, talvolta spinta fino al limite della pressione sistemica. Ma davvero siamo di fronte a un ricatto globale? O piuttosto a una percezione amplificata di un potere che, nei fatti, ha confini più stretti di quanto appaia?

La realtà è meno lineare di quanto suggerisca la narrazione. Nessun attore, per quanto forte, controlla davvero i “rubinetti” dell’energia mondiale. Anche l’ipotesi di una crisi nello Stretto di Hormuz si tradurrebbe in un boomerang: prezzi fuori controllo, instabilità diffusa, pressione immediata da parte delle grandi potenze economiche. Il ricatto, se esiste, è per sua natura limitato nel tempo. Eppure, la percezione conta quanto, se non più, della realtà. Evocare la possibilità di interrompere i flussi energetici significa esercitare una forma di potere indiretto: spostare equilibri negoziali, condizionare le scelte degli avversari, rafforzare la propria posizione senza necessariamente agire. È una politica della soglia, giocata sul confine tra ciò che si può fare e ciò che si lascia intendere.

Ed è proprio qui che emerge un elemento spesso trascurato, ma decisivo per comprendere la fase attuale. La combinazione tra la strategia di “massima pressione” adottata da Trump e la linea di confronto permanente sostenuta da Netanyahu non ha soltanto contenuto l’Iran: ha finito per offrirgli una consapevolezza nuova, e per certi versi più pericolosa. Teheran ha progressivamente maturato la percezione di detenere una leva di ricatto globale estremamente efficace, non tanto nel nucleare, strumento estremo e difficilmente utilizzabile, quanto nella capacità di incidere sui flussi energetici e quindi sull’equilibrio economico mondiale. In altre parole, nel tentativo di piegare l’avversario, si è contribuito a chiarirgli dove risieda il suo vero potere. È questa la vera ingenuità strategica: aver trasformato una vulnerabilità geografica in una risorsa politica. Oggi l’Iran non appare tanto come un attore isolato, quanto come un nodo inevitabile, capace di condizionare mercati e decisioni globali. E questa dinamica prescinde dal regime in carica: si radica nella struttura stessa del sistema energetico globale, rendendo tutti più esposti a una forma di pressione indiretta ma costante.

In questo quadro, il ruolo di Donald Trump merita un approfondimento ancora più netto, quasi inevitabile. La sua impostazione della politica estera, già durante la sua prima presidenza, ha privilegiato la pressione massima sull’Iran, il disimpegno da accordi multilaterali e una visione apertamente transazionale dei rapporti internazionali. Ma è nel riflesso politico di queste scelte che si coglie il punto più controverso. Di fronte alle iniziative europee discusse a Parigi dal cosiddetto “gruppo dei volenterosi” sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, la linea trumpiana è apparsa, più che scettica, apertamente liquidatoria. Non una cautela diplomatica, ma un’impostazione che riduce uno snodo vitale per l’economia globale a questione di influenza americana. Il messaggio, al di là delle formule ufficiali, è stato percepito con una chiarezza brutale: Hormuz è un dossier che si gestisce a Washington, non un terreno di cooperazione multilaterale. Come se la sicurezza di quella strettoia, da cui dipendono Europa, Asia e mercati globali, potesse essere trattata alla stregua di un interesse nazionale esclusivo, quasi fosse un’estensione strategica del perimetro americano. È qui che la postura diventa politica, e quindi discutibile. Perché se nel breve periodo rafforza la centralità degli Stati Uniti, nel medio periodo mina l’idea stessa di governance condivisa. Trasforma un equilibrio fragile in un rapporto di forza, e un problema globale in una leva negoziale.

Parallelamente, Benjamin Netanyahu si muove in un contesto ancora più immediato e sensibile. La minaccia percepita proveniente dall’Iran e dai suoi alleati regionali, tra cui Hezbollah, rappresenta per Israele una questione esistenziale prima ancora che politica. In questa chiave, l’azione militare e la pressione costante sono strumenti di sicurezza. Ma anche qui emerge una doppia lettura. Da un lato, Israele mira a neutralizzare minacce concrete e a mantenere un vantaggio strategico nella regione. Dall’altro, le fasi di tensione contribuiscono a consolidare una leadership che fa della sicurezza il proprio pilastro politico. Il risultato è una dinamica in cui interesse nazionale e stabilità politica interna tendono a rafforzarsi reciprocamente. I benefici per Israele possono tradursi in maggiore sicurezza percepita e in un rafforzamento della propria posizione regionale. Tuttavia, i costi globali, escalation militari, instabilità regionale, effetti a catena sui mercati energetici, si riversano ben oltre i confini mediorientali, colpendo economie e società che non hanno alcun ruolo diretto nel conflitto.

E il resto del mondo? Più che tacere, sembra muoversi in un equilibrio precario. Le interdipendenze economiche, la persistenza della dipendenza energetica, il rischio di un allargamento del conflitto: tutto contribuisce a frenare reazioni nette. La diplomazia, in questi casi, si esercita lontano dai riflettori, fatta di pressioni silenziose e mediazioni continue. Un ricatto energetico permanente, in ogni caso, è difficilmente sostenibile. I mercati si adattano, le rotte si diversificano, le riserve vengono attivate. Le crisi possono essere acute, persino violente, ma raramente durature. Ciò che resta, semmai, è la consapevolezza della fragilità. E forse è proprio questo il punto. Non un mondo realmente controllato da pochi, ma un sistema globale ancora troppo esposto a nodi critici, geografici e politici, che amplificano ogni tensione. Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è lo specchio di questa vulnerabilità. Finché non verrà superata, ogni crisi sembrerà, ancora una volta, un possibile ricatto globale. Anche quando non lo è davvero.

Giorgio Denicolai

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