Gli abbordaggi delle flottiglie umanitarie riaprono lo scontro tra diritto internazionale e ragion di Stato. Dietro le operazioni israeliane non c’è soltanto la sicurezza: pesano la sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu e l’influenza crescente dei ministri ultranazionalisti e messianici del suo governo.
Nel diritto internazionale esistono parole che sembrano scolpite nella pietra: libertà di navigazione, acque internazionali, neutralità del mare. Eppure, ogni guerra dimostra quanto quelle parole possano diventare fragili non appena si scontrano con la forza politica e militare degli Stati. Gli ultimi episodi di abbordaggio e sequestro delle imbarcazioni della flottiglia diretta verso Gaza riportano al centro una domanda che non è soltanto giuridica, ma profondamente politica: Israele può davvero fermare e catturare navi civili in mare aperto? La questione non è marginale, perché tocca uno dei principi cardine della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la UNCLOS, che agli articoli 87 e seguenti sancisce la libertà di navigazione nelle acque internazionali. In termini semplici: fuori dalle acque territoriali, ogni nave battente bandiera di uno Stato gode del diritto di navigare senza interferenze arbitrarie da parte di altri Paesi.
Il mare aperto, nella filosofia del diritto internazionale moderno, non appartiene a nessuno. Proprio perché appartiene a tutti. Ed è qui che nasce il nodo. Quando unità militari israeliane abbordano con violenza imbarcazioni civili dirette a Gaza fuori dalle proprie acque territoriali, Israele giustifica l’operazione sostenendo l’esistenza di un blocco navale legato allo stato di conflitto con Hamas. Secondo questa interpretazione, uno Stato impegnato in un conflitto armato avrebbe il diritto di imporre un blocco marittimo e farlo rispettare anche in acque internazionali, purché il blocco sia dichiarato, notificato e applicato secondo il diritto internazionale umanitario. Israele sostiene, dunque, che le flottiglie dirette a Gaza violino quel blocco e possano essere intercettate prima dell’arrivo. Ma ridurre tutto a una questione tecnica o militare significherebbe ignorare la realtà politica che oggi guida il governo israeliano. Perché dietro la durezza mostrata negli abbordaggi non c’è soltanto una strategia di sicurezza: c’è anche la sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu.
Il premier israeliano si trova infatti in una delle fasi più delicate della sua lunga carriera. Da una parte c’è la crescente pressione internazionale, dall’altra la necessità di mantenere in vita una coalizione sempre più radicalizzata, senza la quale il suo governo rischierebbe di cadere. In questo equilibrio precario, Gaza è diventata non soltanto un fronte militare, ma anche il collante politico interno della destra israeliana. Ogni segnale di cedimento sul blocco, ogni apertura percepita come debolezza, rischierebbe di trasformarsi in una crisi politica immediata. È qui che emerge il peso crescente dei cosiddetti ministri “messianici”, espressione ormai utilizzata anche in Israele per indicare l’ala ultranazionalista e religiosa che sostiene Netanyahu. Figure politiche che non leggono il conflitto soltanto in termini strategici, ma anche ideologici e identitari. Ministri per i quali Gaza non rappresenta semplicemente un problema di sicurezza, bensì una battaglia esistenziale e storica. L’influenza di questa componente ha progressivamente spostato il baricentro politico israeliano verso posizioni sempre più rigide e nazionaliste. Non si tratta soltanto della volontà di neutralizzare Hamas. Dentro questa visione si inserisce un’idea molto più ampia: riaffermare il controllo totale israeliano sul territorio, respingere qualsiasi pressione internazionale e dimostrare che nessun attore esterno, nemmeno umanitario, possa mettere in discussione l’autorità militare di Israele nella gestione di Gaza.
Le flottiglie diventano così molto più di semplici imbarcazioni civili: diventano simboli politici da fermare. Per i ministri più radicali del governo, lasciare passare anche una sola nave significherebbe accettare l’idea che il blocco possa essere aggirato sotto la pressione internazionale. E questo, nella loro lettura ideologica, equivarrebbe a una sconfitta politica, prima ancora che militare. In questo quadro, il diritto internazionale finisce inevitabilmente schiacciato dentro una logica di forza. Perché la questione non riguarda più soltanto la legittimità giuridica dell’abbordaggio, ma la trasformazione del conflitto in uno scontro permanente tra sovranità assoluta e regole multilaterali.
Ed è proprio qui che gli ultimi abbordaggi hanno mostrato il loro volto più duro e controverso. Al di là del dibattito giuridico sul blocco navale, resta la brutalità con cui sono state fermate e trattate persone civili in acque internazionali. Le immagini degli attivisti immobilizzati, inginocchiati, bendati o ammanettati sotto la sorveglianza armata dei militari israeliani hanno avuto un impatto devastante sul piano politico e simbolico. Ancora più forte è stata la reazione davanti all’atteggiamento provocatorio e apertamente umiliante assunto dal ministro Itamar Ben-Gvir, che ha trasformato un’operazione militare, già controversa di per sé, in una dimostrazione pubblica di forza e intimidazione.
La ferma reazione dell’opinione pubblica mondiale non riguarda soltanto l’uso della coercizione, inevitabilmente presente in ogni operazione militare di sequestro, ma la percezione crescente che ai membri della flottiglia sia stata negata qualsiasi dignità giuridica e politica. Quando civili vengono catturati in mare aperto, con modalità che ricordano più un’azione di polizia extraterritoriale che un’intercettazione regolata dal diritto internazionale, il rischio è che il confine tra enforcement militare e arbitrio politico venga oltrepassato pericolosamente. Il mare aperto dovrebbe rappresentare uno spazio sottoposto a regole condivise, non una zona franca dove prevale esclusivamente la superiorità militare. Le modalità dell’abbordaggio hanno inoltre alimentato accuse gravissime sul piano politico e morale. Per molti osservatori internazionali, si è trattato di una vera e propria azione piratesca, compiuta contro civili disarmati, resa ancora più inquietante dalla spettacolarizzazione successiva delle catture. L’umiliazione pubblica degli attivisti non è apparsa come un effetto collaterale dell’operazione, ma come parte integrante del messaggio politico: dimostrare che nessuno può sfidare il controllo israeliano di Gaza senza essere piegato ed esibito come esempio.
Le parole più nette sul piano istituzionale sono arrivate dal Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, che ha definito il comportamento del ministro Ben-Gvir «un trattamento incivile» parlando di «livello infimo di un ministro». Una presa di posizione particolarmente significativa perché proveniente da una figura tradizionalmente prudente nel linguaggio diplomatico e istituzionale. Le dichiarazioni di Mattarella hanno evidenziato quanto le modalità dell’operazione, e ancor di più la spettacolarizzazione umiliante dei fermati, abbiano superato, agli occhi di una parte crescente della comunità internazionale, il semplice terreno della sicurezza militare, per entrare in quello della violazione della dignità umana e politica dei civili coinvolti.
Il comportamento violento di Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliana, avallato per convenienza politica dal quasi-silenzio di Netanyahu, ha rappresentato plasticamente la radicalizzazione crescente di quella parte del governo israeliano in cui la dimensione punitiva e simbolica sembra ormai prevalere perfino sulla prudenza diplomatica. A rafforzare ulteriormente questa percezione contribuiscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che avrebbe affermato come Netanyahu “faccia quello che gli dico io”. Una frase che, al di là della provocazione politica e dello stile comunicativo di Trump, apre interrogativi pesanti sul rapporto tra Washington e il governo israeliano. Perché il messaggio implicito è quello di una subordinazione politica sempre più evidente di Netanyahu agli interessi e alla linea strategica americana, in particolare a quella incarnata dal presidente statunitense. Non si tratta soltanto di sostegno diplomatico o militare: la sensazione crescente è che una parte decisiva delle scelte israeliane venga ormai letta anche attraverso le esigenze politiche di Trump e del suo elettorato.
Questo elemento contribuisce ad alimentare l’idea di un governo israeliano sempre meno autonomo nelle proprie decisioni strategiche e sempre più condizionato da un asse politico internazionale che trova nella forza e nella radicalizzazione la propria legittimazione. Quando la gestione di un conflitto appare subordinata, non alle regole multilaterali, ma agli equilibri politici tra leader e alle convenienze elettorali, allora il confine tra diritto e pura forza rischia di dissolversi completamente. Ed è proprio qui che la posizione israeliana diventa sempre più contestata da una parte crescente della comunità internazionale. Il blocco navale non viene più percepito come una misura strettamente militare, ma piuttosto come uno strumento di pressione collettiva contro oltre due milioni di civili palestinesi. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore della disputa.
Negli anni diversi organismi internazionali hanno espresso posizioni differenti. Alcune commissioni hanno ritenuto formalmente legittimo il blocco navale israeliano sotto il profilo strettamente militare, mentre altre istituzioni ONU e numerose organizzazioni umanitarie hanno denunciato l’effetto devastante dell’assedio sulla popolazione di Gaza, arrivando a definirlo una forma di punizione collettiva incompatibile con il diritto internazionale. Ma oggi, rispetto al passato, esiste un elemento ulteriore: la radicalizzazione politica interna di Israele. Netanyahu non governa più con il pragmatismo securitario che aveva caratterizzato altre stagioni della politica israeliana. Governa all’interno di una coalizione in cui le componenti ultrareligiose e nazionaliste esercitano un peso diretto sulle scelte militari e diplomatiche. E questo cambia profondamente anche il significato politico degli abbordaggi. Perché il messaggio non è rivolto soltanto ad Hamas o alla comunità internazionale, ma anche, forse soprattutto, all’elettorato israeliano più radicale: dimostrare forza, inflessibilità e controllo assoluto. Il diritto del mare, da solo, non basta più a spiegare ciò che accade nel Mediterraneo orientale. Qui il mare non è soltanto uno spazio giuridico: è diventato un campo di battaglia politico, simbolico e mediatico. Le flottiglie umanitarie non trasportano soltanto aiuti: trasportano una sfida politica. Cercano di rompere materialmente e simbolicamente l’isolamento di Gaza. Israele, dal canto suo, non vede quelle imbarcazioni come semplici missioni civili, ma come iniziative capaci di incrinare il controllo strategico e simbolico imposto sull’enclave palestinese.
In mezzo resta il diritto internazionale, che appare forte nei princìpi ma debole nell’applicazione. Gli appelli della comunità internazionale e le accuse provenienti da organismi sovranazionali sembrano perdere efficacia davanti alla logica della forza e della convenienza politica di soggetti ultraradicali che fanno della sfida alle regole internazionali un elemento identitario. Ed è proprio qui che emerge un altro rischio politico e sociale profondissimo: i comportamenti violenti e umilianti messi in scena da una parte del governo israeliano finiscono inevitabilmente per alimentare tensioni che vanno ben oltre il conflitto mediorientale. Perché ogni abuso percepito, ogni immagine di sopraffazione, ogni dichiarazione aggressiva proveniente da esponenti del governo israeliano, tutto questo offre spazio a chi tende a confondere la critica politica verso Israele con l’antisemitismo. E allo stesso tempo fornisce un comodo alibi a quei movimenti estremisti e a certe frange radicali del fronte pro-Palestina che strumentalmente identificano il governo israeliano con l’intero popolo ebraico.
È una dinamica pericolosissima. Perché la critica alle scelte di un governo dovrebbe sempre restare distinta dall’odio etnico o religioso. Quando questa distinzione salta, il risultato è un clima di radicalizzazione reciproca nel quale l’antisemitismo torna a trovare terreno fertile e, parallelamente, qualsiasi critica alle politiche israeliane rischia di essere automaticamente liquidata come odio antiebraico. Due estremismi che finiscono così per alimentarsi a vicenda, rafforzandosi reciprocamente dentro una spirale tossica di propaganda, odio identitario e polarizzazione.
Le convenzioni esistono, gli articoli vengono citati, i tribunali si pronunciano, ma alla fine prevale quasi sempre il rapporto di forza politico e militare. E così il mare, che la Convenzione ONU immaginava come spazio universale di libertà, torna ad assomigliare a ciò che è stato per secoli: il luogo dove la legge si ferma davanti alla potenza delle flotte.
Giorgio Denicolai
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