Nel vuoto lasciato dall’Occidente, tra jihadismo in espansione e nuove guerre d’influenza, il Sahel diventa il laboratorio silenzioso di un disordine globale che pochi osservano e nessuno sembra davvero governare.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui il mondo sceglie, o non sceglie, di guardare alle crisi. Mentre l’attenzione globale resta inchiodata al Medio Oriente, con le tensioni tra Stati Uniti, Iran e Israele, un’altra partita si gioca lontano dai riflettori. E non è solo una guerra: è una riconfigurazione degli equilibri geopolitici. Accade nel Sahel, e in particolare in Mali, dove al ritorno del jihadismo si affianca un altro protagonista, meno visibile ma decisivo: il Gruppo Wagner. Per capire cosa sta accadendo oggi bisogna partire da ciò che non c’è più. Per quasi un decennio, il Mali è stato uno dei principali teatri dell’impegno internazionale contro il terrorismo. La Francia, con l’operazione Barkhane, e le Nazioni Unite, con la missione MINUSMA, avevano costruito un dispositivo imponente, con migliaia di uomini dispiegati sul terreno.
Quel sistema, però, si è progressivamente sgretolato. La giunta militare salita al potere a Bamako ha rotto con Parigi, alimentando un sentimento antioccidentale che covava da tempo. Le truppe francesi sono state costrette a lasciare il Paese. Poco dopo, anche la presenza ONU ha iniziato a ritirarsi. Ufficialmente per decisione sovrana del Mali. Nella realtà, sotto una pressione politica sempre più esplicita. È in questo vuoto che si inserisce Mosca. La Russia non arriva con bandiere ufficiali, ma attraverso strumenti più flessibili e meno trasparenti. Il principale è il Gruppo Wagner: una struttura paramilitare che consente al Cremlino di proiettare potere senza assumerne formalmente la responsabilità. I suoi uomini sono entrati in Mali come “consiglieri” e “istruttori”, ma il loro ruolo reale si colloca molto più in profondità, nel cuore stesso del sistema di sicurezza e di potere.
Wagner non è semplicemente un attore militare: è un moltiplicatore politico. Il suo intervento ha permesso alla giunta di consolidarsi rapidamente, offrendo protezione immediata e operativa in cambio di accesso strategico. Ma questa protezione ha un volto oscuro. Numerosi rapporti indipendenti, così come testimonianze raccolte sul terreno, descrivono operazioni condotte con una brutalità estrema: rastrellamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie, repressione violenta di intere comunità sospettate di collusione con i jihadisti. È qui che emerge un elemento inquietante: la violenza non come effetto collaterale, ma come strumento. Una strategia che punta a terrorizzare per controllare. A svuotare intere aree di qualsiasi forma di opposizione, anche civile, pur di negare terreno ai gruppi jihadisti. Ma questo approccio rischia di produrre l’effetto opposto: alimentare rancore, radicalizzazione, reclutamento. In altre parole, spegnere un incendio versandoci sopra benzina.
E oggi, questa fragilità emerge con maggiore evidenza. Le recenti notizie di un attacco jihadista contro le forze del governo golpista, accompagnato da segnali di ripiegamento da parte dei contingenti russi, indicano che l’equilibrio costruito negli ultimi anni potrebbe essere molto più instabile di quanto apparisse. Se la presenza di Wagner ha garantito una stabilizzazione immediata, essa non sembra aver risolto le cause profonde del conflitto — e ora mostra crepe operative proprio nel momento in cui la pressione jihadista torna ad intensificarsi. Il rischio concreto è quello di un nuovo ciclo di caos. Il punto, però, va oltre il Mali.
Il vero obiettivo sembra essere il controllo progressivo dell’intero Sahel. Il modello è replicabile: entrare in Paesi politicamente fragili, come già avvenuto in Burkina Faso o nella Repubblica Centrafricana, offrendo sicurezza immediata ai governi in difficoltà, sostituendo la presenza occidentale e radicandosi nel tessuto politico ed economico. Non è solo una questione militare. È una proiezione di potere. Controllare il Sahel significa controllare rotte migratorie, corridoi commerciali, risorse naturali strategiche, dall’oro all’uranio, e soprattutto uno spazio geografico che collega l’Africa subsahariana al Mediterraneo. Significa avere una leva indiretta ma concreta anche sugli equilibri europei. In questo contesto, la presenza della Wagner assume un significato ancora più ampio: non solo difesa di un regime, ma costruzione di un’influenza regionale. Una presenza fluida, adattabile, capace di insinuarsi dove gli Stati sono più deboli e dove la comunità internazionale arretra.
Ma se anche questo modello inizia a mostrare limiti sul piano militare, il quadro si complica ulteriormente: non più una sostituzione stabile dell’ordine precedente, ma una competizione che rischia di produrre vuoti di potere ancora più pericolosi. E così il Sahel diventa il teatro di una doppia guerra: contro il jihadismo e dentro una competizione globale sempre più esplicita. Il paradosso è che mentre questa trasformazione prende forma, il resto del mondo continua a guardare altrove. Eppure, ciò che si sta giocando qui non è marginale. È un pezzo del nuovo ordine internazionale: meno regolato, più frammentato, dove attori non convenzionali, come il Gruppo Wagner, diventano strumenti centrali di potenza, ma non necessariamente garanti di stabilità.
Il silenzio che avvolge il Sahel non è solo disattenzione. È miopia. Perché le dinamiche che oggi sembrano lontane stanno già ridisegnando equilibri che, prima o poi, riguarderanno tutti.
Giorgio Denicolai
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