Dalla Striscia di Gaza all’Iran, passando per Libano, Siria e Mar Rosso: l’escalation militare israeliana si intreccia con la rivalità tra sunniti e sciiti e con la fragile architettura degli Accordi di Abramo, ridisegnando gli equilibri geopolitici della regione e sollevando interrogativi sulle vere strategie del governo di Benjamin Netanyahu.
Negli ultimi anni il Medio Oriente è tornato a essere una polveriera. Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen: la sensazione diffusa è che Israele stia combattendo una guerra su più fronti contemporaneamente. Ma questa espansione del conflitto non è semplicemente il risultato di eventi isolati. È il prodotto di una strategia regionale, di equilibri geopolitici fragili e, secondo molti analisti, anche delle scelte politiche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Per capire cosa sta succedendo bisogna partire da un dato fondamentale: il conflitto che oggi vediamo non è più soltanto una questione israelo-palestinese. Nel tempo si è trasformato in un confronto regionale più ampio tra Israele e l’asse guidato dall’Iran, che comprende Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen e varie milizie sciite attive tra Siria e Iraq.
Il punto di rottura è stato l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L’azione ha provocato centinaia di morti e il rapimento di ostaggi israeliani, generando uno shock profondo nella società israeliana. Da quel momento Israele ha lanciato una vasta offensiva militare nella Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di distruggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi. L’operazione, tuttavia, non è rimasta confinata all’enclave palestinese e nel tempo si è trasformata in qualcosa di più ampio, con il coinvolgimento progressivo di altri attori della regione. A nord Israele ha intensificato gli scontri con Hezbollah in Libano, dopo che il movimento sciita ha iniziato a lanciare razzi e droni verso il territorio israeliano in solidarietà con Gaza. Gli scambi di fuoco lungo il confine hanno provocato bombardamenti, evacuazioni di civili e una crescente tensione che molti temono possa sfociare in una guerra aperta tra i due paesi.
Parallelamente Israele ha continuato a colpire obiettivi legati all’Iran in Siria, cercando di impedire il trasferimento di armi sofisticate a Hezbollah e alle milizie alleate di Teheran. Questa strategia, che Israele porta avanti da anni, si basa sull’idea di prevenire il rafforzamento militare dei propri nemici prima che diventino una minaccia diretta. Nel frattempo, il confronto con l’Iran è diventato sempre più esplicito. Il 28 febbraio 2026 la crisi ha compiuto un salto drammatico quando Israele, in coordinamento con gli Stati Uniti, ha lanciato una vasta operazione militare contro obiettivi strategici iraniani, tra cui installazioni militari, infrastrutture e siti legati al programma missilistico e nucleare. L’operazione è stata presentata da Israele come un’azione preventiva contro minacce ritenute imminenti.
Da quel momento il conflitto ha assunto dimensioni apertamente regionali. L’Iran ha risposto con ondate di missili e droni contro Israele e contro obiettivi americani nella regione, mentre attacchi e intercettazioni si sono moltiplicati in vari paesi del Golfo. In pochi giorni il confronto ha coinvolto numerosi stati e infrastrutture civili e militari, mettendo a rischio anche rotte energetiche cruciali come lo stretto di Hormuz. Per comprendere pienamente la dinamica di questa escalation è necessario considerare anche una delle fratture storiche più profonde del Medio Oriente: quella tra sunniti e sciiti. L’Iran rappresenta il principale centro politico e religioso del mondo sciita, mentre gran parte dei paesi arabi della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati, fino all’Egitto e alla Giordania, appartiene all’universo sunnita. Questa divisione non è solo religiosa, ma anche geopolitica. Negli ultimi decenni Teheran ha costruito una rete di alleanze e milizie sciite che si estende dall’Iran al Libano passando per Iraq e Siria, un sistema spesso definito dagli analisti come “l’arco sciita”. Hezbollah in Libano, diverse milizie irachene e il sostegno agli Houthi nello Yemen fanno parte di questa strategia di influenza regionale.
Israele si trova quindi, paradossalmente, in una posizione in cui i suoi interessi strategici convergono in parte con quelli di diversi stati arabi sunniti che temono l’espansione iraniana. È proprio su questo terreno che negli ultimi anni si è sviluppato uno dei cambiamenti geopolitici più significativi della regione: gli Accordi di Abramo.
Firmati nel 2020, gli Accordi di Abramo hanno normalizzato le relazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi, in particolare Emirati Arabi Uniti e Bahrein, aprendo la strada a cooperazioni economiche, tecnologiche e di sicurezza che fino a pochi anni prima sarebbero sembrate impensabili. Dietro questa svolta non c’era soltanto la volontà di superare vecchie ostilità, ma anche la percezione condivisa di una minaccia comune rappresentata dall’Iran.
Per Benjamin Netanyahu questi accordi hanno rappresentato un successo strategico enorme. La normalizzazione con diversi paesi arabi sembrava dimostrare che Israele poteva rafforzare la propria integrazione regionale anche senza una soluzione immediata della questione palestinese. In questa visione, la cooperazione con gli stati sunniti moderati avrebbe creato un nuovo equilibrio regionale capace di isolare l’Iran. La guerra scoppiata dopo il 7 ottobre ha però messo sotto pressione questa architettura diplomatica. Molti governi arabi che avevano avviato un dialogo con Israele si sono trovati di fronte a una forte pressione dell’opinione pubblica a causa delle vittime civili a Gaza. Allo stesso tempo, però, la rivalità con l’Iran continua a spingere diversi stati della regione a mantenere, anche se spesso in modo discreto, forme di cooperazione strategica con Israele. In questo contesto la strategia di Netanyahu sembra muoversi su un doppio binario. Da una parte Israele intensifica le operazioni militari contro l’asse guidato da Teheran, colpendo milizie e infrastrutture legate all’Iran in diversi paesi della regione. Dall’altra cerca di consolidare il fronte tacito con gli stati sunniti che vedono nell’espansione iraniana una minaccia per la propria stabilità.
L’operazione militare contro l’Iran rappresenta, in questo senso, il punto più estremo di questa dottrina: non più soltanto colpire milizie o proxy regionali, ma intervenire direttamente contro il centro strategico del sistema di alleanze iraniano.
Tuttavia, non tutti interpretano questa strategia esclusivamente in termini di sicurezza nazionale. Molti osservatori sottolineano anche la dimensione politica interna del conflitto. Netanyahu è da anni al centro di una profonda crisi politica e giudiziaria, segnata da accuse di corruzione e da un clima di forte polarizzazione nella società israeliana. Secondo alcuni analisti il prolungamento del conflitto e la percezione di un pericolo esterno permanente possono rafforzare la leadership del premier e consolidare il sostegno della sua base politica. In situazioni di emergenza nazionale, infatti, l’opinione pubblica tende spesso a stringersi attorno al governo, riducendo temporaneamente lo spazio per le critiche interne. Inoltre, la prosecuzione delle operazioni militari permette al governo di mantenere la sicurezza al centro del dibattito pubblico, spostando l’attenzione dalle divisioni politiche interne e dalle questioni giudiziarie che riguardano direttamente il primo ministro. Non è un caso che diversi analisti parlino apertamente di una possibile intersezione tra strategia militare e sopravvivenza politica.
Il risultato complessivo di queste dinamiche è una spirale di escalation. Israele cerca di neutralizzare le minacce prima che diventino troppo grandi, mentre i suoi avversari reagiscono con nuovi attacchi o aprendo altri fronti di confronto. In questo contesto ogni azione militare rischia di provocare una risposta che alimenta ulteriormente la tensione regionale. Molti osservatori temono che questa logica possa trasformare il conflitto in una guerra regionale su larga scala, con conseguenze imprevedibili per tutto il Medio Oriente. Nel frattempo, il costo umano continua ad aumentare e le prospettive di una soluzione politica sembrano allontanarsi.
Alla fine, la domanda centrale rimane aperta: la strategia di Netanyahu porterà davvero maggiore sicurezza a Israele oppure rischia di trascinare l’intera regione in un ciclo di violenza sempre più difficile da controllare. La risposta, per ora, resta incerta, ma ciò che appare evidente è che il conflitto che attraversa Gaza, Libano, Siria e Iran non è più una serie di crisi separate. È il segno di un Medio Oriente entrato in una nuova fase storica, più instabile, più interconnessa e potenzialmente più pericolosa di quella precedente.
Giorgio Denicolai
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