Un accordo in 14 punti che non scioglie i nodi del Medio Oriente. Firmato il memorandum in 14 punti tra Washington e Teheran, ma restano aperte le questioni decisive: nucleare, missili, milizie regionali e il mancato riconoscimento di Israele. Tel Aviv contesta l’intesa e teme che la tregua rafforzi l’Iran senza eliminarne la minaccia. Dietro la diplomazia, il rischio di una nuova crisi resta intatto
La pace apparente tra Stati Uniti e Iran assomiglia sempre di più a una tregua armata costruita sulla paura reciproca, sull’esaurimento strategico e su un equilibrio instabile che potrebbe rompersi in qualsiasi momento. Dietro le dichiarazioni diplomatiche, i tavoli negoziali e le aperture di facciata, il Medio Oriente continua, infatti, a muoversi lungo la linea sottile che separa il cessate il fuoco da una nuova guerra regionale. La firma del nuovo memorandum d’intesa in 14 punti tra Washington e Teheran, raggiunto con la mediazione pakistana e destinato a essere perfezionato nei prossimi sessanta giorni in Svizzera, rappresenta certamente il più importante tentativo diplomatico degli ultimi anni. L’accordo prevede la proroga del cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, un progressivo allentamento delle sanzioni, il ripristino delle esportazioni petrolifere iraniane e l’avvio di un negoziato definitivo sul programma nucleare. Teheran si impegna a non sviluppare armi atomiche e ad accettare nuove forme di supervisione internazionale, mentre gli Stati Uniti promettono una graduale normalizzazione economica.
Eppure, proprio la portata dell’intesa mette in evidenza tutte le sue debolezze. Molti dei punti più controversi sono formulati in modo volutamente ambiguo e rinviano le questioni decisive a una futura trattativa. L’uranio arricchito accumulato dall’Iran non viene eliminato ma semplicemente sottoposto a future discussioni. Il programma missilistico non viene realmente limitato. Non esistono garanzie immediate sul ridimensionamento delle reti regionali sostenute da Teheran, da Hezbollah alle altre milizie alleate. In sostanza, l’accordo congela il conflitto ma non ne rimuove le cause profonde.
Washington e Teheran continuano infatti a diffidare profondamente l’una dell’altra. Gli Stati Uniti vogliono impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare militare e cercano di evitare un conflitto diretto troppo costoso economicamente e politicamente. L’Iran, invece, ha bisogno di alleggerire il peso devastante delle sanzioni, recuperare risorse economiche e guadagnare tempo per consolidare la propria influenza regionale. È questa convergenza di necessità, più che una reale volontà di riconciliazione, ad aver prodotto quella che molti osservatori definiscono una “pace di convenienza”.
La guerra scoppiata nel 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran ha dimostrato che nessuno degli attori coinvolti è riuscito davvero a ottenere una vittoria strategica definitiva. Gli attacchi congiunti americano-israeliani contro le infrastrutture iraniane hanno certamente colpito il sistema militare e nucleare di Teheran, ma non hanno distrutto la capacità dell’Iran di continuare a esercitare pressione nella regione. Al contrario, la Repubblica islamica ha mostrato una sorprendente capacità di resistenza politica e militare, trasformando il conflitto in una prova di sopravvivenza nazionale. In questo equilibrio fragile, il vero elemento destabilizzante resta Israele. Il governo israeliano considera l’Iran una minaccia esistenziale e guarda con enorme sospetto qualsiasi accordo che permetta a Teheran di uscire dall’isolamento senza una rinuncia concreta ai propri strumenti di pressione strategica. Per Israele il problema non è soltanto nucleare, ma politico e ideologico. Tel Aviv osserva con preoccupazione il fatto che l’accordo non affronti in maniera esplicita uno dei nodi storici del confronto: la permanenza, nell’impianto ideologico della Repubblica islamica, della dottrina che considera illegittima l’esistenza dello Stato di Israele.
È forse questo il più grande “non detto” del negoziato. Si discute di uranio, sanzioni, commercio e sicurezza marittima, ma non si affronta il tema politico fondamentale: può esistere una pace stabile tra Israele e Iran senza una revisione esplicita della storica posizione iraniana sulla distruzione dello Stato ebraico? L’accordo non contiene alcun riferimento a una modifica della Costituzione iraniana o della dottrina ufficiale della Repubblica islamica in materia. Per Israele questa omissione rappresenta una prova evidente che il problema è stato rinviato, non risolto. Non sorprende quindi che Tel Aviv sia rimasta ai margini del negoziato e continui a manifestare forte contrarietà all’intesa. Israele teme che il memorandum finisca per rafforzare economicamente l’Iran senza neutralizzarne realmente le capacità strategiche. Le autorità israeliane sottolineano come l’accordo non preveda né lo smantellamento completo del programma nucleare, né la fine del sostegno alle milizie regionali, né limitazioni significative alle capacità missilistiche iraniane.
La Casa Bianca, però, si trova davanti a un dilemma. Donald Trump ha bisogno di presentarsi come l’uomo che ha riportato ordine in Medio Oriente senza trascinare gli Stati Uniti in una guerra lunga e impopolare. Allo stesso tempo non può permettersi di apparire debole verso Teheran né rompere completamente con Israele, alleato storico e fondamentale nella strategia americana nella regione. Da qui nasce la contraddizione attuale: si negozia con l’Iran mentre si continua a minacciarlo militarmente; si parla di pace mentre si mantiene aperta l’opzione dell’escalation. Lo stesso Trump ha già precisato che gli Stati Uniti sono pronti a tornare all’uso della forza qualora Teheran violasse gli impegni assunti.
Anche Teheran gioca una partita doppia. Da un lato mostra disponibilità al dialogo, dall’altro non rinuncia né al proprio programma nucleare civile né alla rete di influenza costruita in decenni attraverso alleanze e milizie regionali. L’obiettivo iraniano sembra essere quello di ottenere benefici economici senza cedere realmente sui punti strategici fondamentali. Non a caso persino una parte dei conservatori iraniani considera l’accordo una concessione eccessiva agli Stati Uniti, segno che il compromesso è contestato da entrambi i fronti. Le conseguenze di questa pace incompleta potrebbero essere enormi. La prima riguarda l’intero equilibrio del Medio Oriente. Un accordo fragile e ambiguo rischia di trasformarsi in un conflitto permanente a bassa intensità, fatto di cyberattacchi, sabotaggi, operazioni clandestine e guerre per procura. Non sarebbe una vera pace, ma una guerra congelata pronta a riaccendersi.
La seconda conseguenza riguarda l’economia globale. Lo Stretto di Hormuz resta il punto più vulnerabile del pianeta energetico. La riapertura della rotta marittima ha temporaneamente rassicurato i mercati, ma qualsiasi incidente potrebbe provocare nuovi shock petroliferi e nuove turbolenze economiche internazionali.
Esiste poi una conseguenza politica più profonda e meno visibile. Questa crisi sta accelerando la trasformazione del Medio Oriente in un sistema multipolare dove gli Stati Uniti non sono più l’unico arbitro. Pakistan, Cina, Russia, Turchia e monarchie del Golfo stanno acquisendo un ruolo crescente nella gestione delle crisi regionali. Il fatto stesso che Islamabad sia diventata il principale mediatore tra Washington e Teheran dimostra quanto gli equilibri diplomatici stiano cambiando. La verità è che nessuno oggi sembra davvero interessato a una pace definitiva. Gli Stati Uniti vogliono contenere l’Iran, non riconciliarsi con esso. L’Iran vuole sopravvivere e rafforzarsi, non rinunciare al proprio ruolo regionale. Israele vuole impedire che Teheran emerga come una potenza stabile e legittimata del Medio Oriente. Sono obiettivi che restano, almeno per ora, largamente incompatibili.
Ed è proprio questa incompatibilità a rendere il nuovo accordo tanto necessario quanto precario. Perché le guerre più rischiose non sono sempre quelle dichiarate apertamente, ma quelle sospese, incompiute, mai realmente concluse. Quelle in cui tutti firmano la pace, ma nessuno smette davvero di prepararsi alla prossima crisi.
Giorgio Denicolai
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