Dalla strategia Usa che declassa l’Europa agli attacchi di Musk contro l’UE, fino al plauso del Cremlino: una convergenza di interessi e linguaggi che spinge il continente verso la sua irrilevanza strategica

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La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale presentata da Washington non è un documento tecnico, ma un manifesto politico travestito da dottrina. È un atto di rottura, un addio simbolico e forse reale all’Europa come partner strategico. Descrivere il continente come una civiltà “in declino”, a rischio “cancellazione” per demografia e immigrazione, non è solo un avvertimento: è una delegittimazione culturale dell’alleato storico. È come se gli Stati Uniti di Donald Trump stessero dicendo all’Europa di non considerarsi più un pilastro dell’Occidente, ma un elemento fragile, problematico, quasi un superstite.
Il tono non è quello di chi chiede maggiore impegno agli alleati, ma di chi ha deciso di voltare pagina. Mentre l’Europa viene dipinta come un corpo malato, la Russia di Vladimir Putin riceve invece una nuova pedana: non più minaccia diretta, ma potenziale interlocutore in un nuovo ordine globale. Il Cremlino non ha perso occasione di sottolineare quanto questa nuova postura americana sia “largamente coerente” con la sua visione. Non c’è bisogno di sottotitoli diplomatici: Mosca applaude perché vede indebolito il legame transatlantico che ha contenuto da decenni le sue ambizioni.
Questa inversione di ruoli con l’Europa ridimensionata e la Russia riammessa nel gioco non è un incidente. Risponde a una geometria di interessi che oggi ridefinisce gli equilibri globali. E in questa geometria si inserisce un terzo attore: Elon Musk. Il suo impero tecnologico, reti satellitari, piattaforme digitali, infrastrutture globali non è solo un business: è un centro di potere che attraversa confini, governi, regolamenti. E le sue ultime dichiarazioni lo confermano come pezzo di un disegno più vasto. All’indomani della multa da 120 milioni di euro inflitta alla sua piattaforma sociale X per violazione delle norme del Unione Europea (UE), Musk è passato alle vie di fatto. Ha chiesto a gran voce l’abolizione dell’Unione Europea, e il ritorno alla “sovranità dei singoli Stati”, convinto che solo così i governi possano “rappresentare meglio i propri cittadini”.
Ma non si è fermato: ha paragonato l’UE a una forma di “Quarto Reich”, chiudendo l’account pubblicitario della Commissione europea su X, lanciando insulti contro Bruxelles, e insinuando che le sanzioni rappresentino un attacco alla libertà di espressione.
È l’ennesimo segnale che Musk, non come capo di azienda, ma come attore geopolitico, ha scelto campo e linguaggio. È una tagliola ideologica: non basta criticare, bisogna delegittimare, smantellare, ricostruire. E la vittima prediletta è quell’Europa costruita su cooperazione, norme condivise, integrazione: l’identità stessa del Vecchio Continente.
Trump e Musk condividono una visione antistituzionale: la convinzione che la sovranità nazionale, deregolamentazione e potere individuale siano la nuova frontiera. Entrambi guardano all’Europa come a una fortezza regolatoria che frena innovazione e libertà, l’uno la accusa di decadenza, l’altro la dichiara obsoleta, da abbattere.
Dall’altra parte, la Russia non ha bisogno di un’alleanza formale con Musk: le basta l’esistenza di un attore tecnologico capace di spostare equilibri, disintermediare Stati, mettere in crisi i meccanismi di controllo occidentali. In un mondo dove l’autorità è distribuita tra governi e centri tecnologici privati, la logica russa che mira a frammentare l’Occidente trova terreno fertile. Ogni crepa nell’unità euro-americana è un regalo a Mosca.
Si delinea così una convergenza non dichiarata, ma evidente: Trump che scardina l’ordine multilaterale, Putin che ringrazia, Musk che incendia il terreno. Non sono alleati nel senso convenzionale non firmano patti insieme ma operano su linee diverse che tuttavia convergono tutte in un unico risultato: l’indebolimento dell’Europa come attore globale.
Il continente si trova così nel punto più delicato della sua storia recente: stretto tra Washington che riscrive la sua dottrina di sicurezza, tra Mosca che rinasce come attore legittimo in un nuovo equilibrio e un potere tecnologico privato che sfida i confini, le regole, le istituzioni. La minaccia non è un’invasione, non è un blocco militare: è la marginalizzazione strategica. È la sensazione che l’Europa si trovi l’unica grande entità ancora convinta nel vecchio mondo di regole e cooperazione, mentre gli altri giocano un altro sport.
Se Bruxelles non trova il coraggio di ridefinirsi come potenza autonoma sul terreno militare, tecnologico, energetico e politico rischia di diventare un continente osservato con paternalismo dagli Stati Uniti, osteggiato dalla Russia e bypassato dai colossi tecnologici globali. Il vero pericolo non è che l’Europa si rompa: è che accetti di essere definita, ridotta, delegata. Se cede all’idea del declino e del disarmo, materiale e ideale, non è un dossier di sicurezza a salvarla: sarà la sua anima.
Giorgio Denicolai
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