«Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo Non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio Voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio» (“L’albero e io”, dall’album “Due anni dopo”,…

Francesco Guccini è morto nel paese sbagliato, se si prende per buona la carta geografica. È morto a 86 anni a Pàvana, in Toscana. Pochi chilometri sono sufficienti per capire che qui le mappe spiegano poco: la sua Emilia comincia ben prima del cartello di confine tra le due regioni, perché l’idea di Pàvana comincia nei dialetti e nei ricordi. Così come Bologna, che è rimasta per tutta la sua vita un po’ dentro e un po’ fuori quei confini tracciati dai capricci della storia. Francesco Guccini, insomma, è morto esattamente nel posto giusto, se si guarda la sua opera: sessant’anni di canzoni e libri che ci hanno insegnato come le radici contino più delle appartenenze amministrative, e come la provincia non sia un luogo da cui fuggire, ma un punto privilegiato da cui osservare il mondo. Da lì, senza mai dirlo esplicitamente, Guccini ci ha mostrato che si vede più lontano: la Storia, quella con la maiuscola, si vede meglio dalle osterie che dai palazzi, e si racconta meglio connettendo università e case del popolo, la lingua italiana e i dialetti, le biblioteche e le pro loco.

Per sessant’anni ci siamo accontentati di definire Francesco Guccini come il cantautore della sinistra, con una semplificazione che non ne ha mai reso la complessità di provinciale universale. Apparteneva a una tradizione libertaria prima ancora che partitica, e con la sinistra ha sempre avuto un rapporto di vicinanza e diffidenza insieme: abbastanza vicino da condividerne molte battaglie, abbastanza distante da non lasciarsi mai arruolare come suo simbolo. Un equivoco nato già ai tempi di “Auschwitz”, la canzone scritta nel 1966 per l’Equipe 84 e per la voce di Maurizio Vandelli, dopo aver sfogliato due libri fotografici sui campi di sterminio nazisti. Nella composizione Guccini voleva rendere omaggio al Bob Dylan di “Blowin’ in the Wind” citandone la traduzione di alcune parti nel testo, ma non poteva immaginare che pochi anni più tardi la sua canzone, che aveva avuto una genesi così multiforme, sarebbe diventata una delle canzoni simbolo del movimento studentesco sessantottino, nonostante i suoi riferimenti fossero decisamente più universali e non strettamente ideologici.

“La locomotiva” del 1972 è stato un altro simbolo politico preso in prestito, nonostante la storia raccontata da Guccini in questa canzone fosse più tragicamente umana. «Non so che viso avesse, neppure come si chiamava», recitano i primi versi. In realtà si chiamava Pietro Rigosi, macchinista ferroviere. Guccini lesse la sua storia nelle cronache cittadine di fine Ottocento: i fatti risalivano al 20 luglio 1893, quando Rigosi, esasperato dalle disuguaglianze sociali e dalle pessime condizioni di lavoro conseguenza della rivoluzione industriale, si impossessò di una locomotiva e la lanciò verso la stazione di Bologna, con l’intenzione di colpire un “treno di lusso”. A bordo, nell’immaginazione di Guccini, c’erano «velluti e ori», il simbolo metaforico di quella società contro cui Rigosi aveva deciso di scagliarsi. La strage non avvenne: i ferrovieri riuscirono a deviare la locomotiva su un binario morto e Rigosi sopravvisse allo schianto con dei vagoni vuoti, benché rimase gravemente ferito. Nella canzone Guccini cambia il destino di Rigoni e lo lascia morire: la poesia del testo aveva bisogno di consegnarlo alla storia da sconfitto e non da eroe, come se lui avvertisse già il limite sociologico di quella forma di protesta distruttiva. La lotta sociale non doveva uccidere, quasi ad anticipare ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi con il terrorismo.

Per questo possiamo affermare che Guccini nella cultura italiana ha svolto molto di più la funzione di un sismografo piuttosto che quella di un megafono. Il megafono amplifica ciò che una parte politica vuole dire; il sismografo registra le scosse che quella stessa parte non ha ancora imparato a cogliere. Le sue canzoni non hanno semplicemente accompagnato un’epoca, spesso ne hanno intuito le crepe prima che diventassero evidenti. Ne è un esempio una canzone che Guccini non amava affatto, ma che divenne a sua volta un ennesimo simbolo distorto, letto come un attacco all’industria discografica, ma che in realtà voleva soprattutto manifestare la frustrazione di Guccini verso la stampa specializzata e gli intellettuali di sinistra, che gli avevano cucito addosso un’immagine in cui non si riconosceva: quella del cantautore colto e impegnato, portavoce dei movimenti studenteschi. “L’ Avvelenata” nasce nel 1976 come reazione a una recensione negativa del critico musicale Riccardo Bertoncelli scritta su “Stanze di vita quotidiana”. Nel finale della canzone i versi sono un atto d’accusa diretto: «Colleghi cantautori, eletta schiera, / che si vende alla sera per un po’ di milioni, / voi che siete capaci fate bene / a aver le tasche piene e non solo i coglioni. / Che cosa posso dirvi? Andate e fate, / tanto ci sarà sempre, lo sapete, / un musico fallito, un pio, un teorete, / un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!» Da questo momento in avanti la sua traiettoria creativa resterà coerente. Il disincanto e l’ironia verso la retorica dell’impegno, il fastidio per chi voleva trasformarlo in una bandiera, la difesa ostinata della propria libertà non raccontano un Guccini che si allontana dalla sinistra: raccontano un uomo che resta fermo mentre la politica cambia linguaggio, simboli e illusioni. E quando, anni dopo, molti arrivano alle stesse disillusioni, scopriranno semplicemente che Guccini era passato da lì molto tempo prima.

Tutto parte da Pàvana, e a Pàvana tutto ritorna. Nel 1978 esce “Amerigo”, storia di famiglia e storia universale. Amerigo è un viaggiatore che si ispira alla figura di Amerigo Vespucci, ma è anche Enrico Guccini, che in dialetto veniva chiamato “Merigo”. Raccontava lo stesso Francesco: “”Amerigo”, la canzone che dà il titolo all’album, è la più bella, completa, finita, ricca di cose, forse una delle più belle che io abbia mai scritto. […] Mi affascinava da sempre l’idea di una canzone su Enrico, il mio prozio emigrato in America. C’è un confronto continuo tra la sua America emarginata, di fatica, di sconfitte — e la mia — fatta di miti e immaginazioni, di viaggi, di fantasia. Le immagini non si sovrappongono, restano distanti: la sua America di lavoro e sangue, fatica uguale mattina e sera; la mia America provincia dolce, mondo di pace. Avevo già conosciuto la disillusione, dopo il mio viaggio in Pennsylvania, quando avevo capito che non tutto luccicava, ma nella canzone lasciai spazio solo all’America immaginata e mai vissuta, l’America sognata a Pàvana da bambino.”

Un’altra storia di disincanto e speranza è quella di “Dio è morto”, scritta nel 1965 e portata al successo due anni dopo da I Nomadi. Ispirata dal titolo di una celebre copertina del “Time” e da suggestioni beat, la canzone è una riflessione sulla crisi morale della società e sulla necessità di ritrovare valori autentici. Venne inizialmente censurata dalla Rai perché ritenuta blasfema, ma paradossalmente fu trasmessa da Radio Vaticana, che ne colse il senso più profondo: un mondo in cui “Dio è morto” nei falsi miti, nell’ingiustizia, nell’ossessione per il benessere materiale. Nel finale, però, si parla di una nuova generazione pronta a costruire un mondo diverso, e proprio per questo Dio risorge — «se Dio muore è per tre giorni e poi risorge». Guccini stesso la portò dal vivo solo a metà degli anni Settanta, cantandola insieme ai Nomadi, dieci anni dopo averla scritta.

È forse qui che si capisce perché le canzoni di Guccini siano state, per tanti, qualcosa di più di un rifugio. Per mezzo secolo abbiamo preso in prestito le sue parole per raccontare un mondo che cambiava senza che riuscissimo a capirlo del tutto. Anche per questo Guccini ha saputo invecchiare con una naturalezza rara, senza mai cercare di somigliare a quelli venuti dopo, né facendo della propria carriera una rendita di posizione acquisita. Semplicemente, è diventato vecchio. Ha lasciato che gli anni facessero il loro mestiere sul corpo e sulla voce, senza la pretesa di restare “attuale” e in realtà esserlo comunque. Non è diventato il patriarca rassicurante della canzone italiana, quello a cui tributare un applauso perché ormai non disturba più nessuno. Del nostro presente, del resto, non si era fatto un’idea particolarmente consolatoria: nell’ultima intervista concessa al “Corriere della Sera”, il 31 dicembre scorso, aveva definito questo un tempo fosco e oscuro. Non era diventato più indulgente nell’esprimere le sue opinioni. Fino alla fine Guccini ha conservato quello sguardo un po’ storto sul mondo, talvolta affettuoso ma mai accomodante. Forse era proprio questo il suo modo di voler bene alla vita attraverso la musica: tenerla in controluce, senza mai addolcirne i contorni, né raccontarsi che fosse migliore di ciò che era.

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