Dalla frontiera di Ceuta agli algoritmi di X: come una crisi locale può trasformarsi in una battaglia globale di narrazioni, interessi geopolitici e consenso politico

Ci sono momenti in cui la politica internazionale sembra funzionare come un gigantesco biliardo. Nessuno può dimostrare chi abbia colpito per primo la pallina, ma il percorso finale delle sfere appare talmente conveniente per alcuni giocatori da rendere difficile credere che tutto sia frutto del caso. Eppure, prima ancora di interrogarsi su chi abbia tratto vantaggio dalla vicenda, è necessario sgombrare il campo da almeno quattro grandi menzogne che hanno accompagnato il racconto dei fatti di Ceuta e che una parte delle destre europee ha cavalcato con sorprendente rapidità:

-La prima è che quanto accaduto sia stato un episodio spontaneo e isolato, privo di un preciso contesto geopolitico.

-La seconda è che le immagini circolate sui social raccontassero fedelmente la realtà, quando molte sono state rilanciate senza verifiche, decontestualizzate o trasformate in strumenti di propaganda.

-La terza è che quei fatti costituissero la prova definitiva del fallimento delle politiche migratorie europee, trasformando un episodio circoscritto nella rappresentazione dell’intero continente.

-La quarta, forse la più insidiosa, è che una crisi così complessa potesse essere spiegata attraverso una narrazione semplice, ridotta allo scontro tra buoni e cattivi, quando invece appare il punto d’incontro di interessi geopolitici differenti ma perfettamente convergenti. È proprio da qui che vale la pena partire.

La vicenda di Ceuta appartiene probabilmente a questa categoria. Non tanto perché esista la prova di una regia unica, quanto perché la crisi ha finito per favorire, quasi perfettamente, gli interessi di una sorprendente pluralità di protagonisti.

Il primo attore che sembra trarre un vantaggio politico dalla vicenda è naturalmente il Marocco. Da decenni Rabat considera Ceuta e Melilla gli ultimi residui del colonialismo europeo. Ogni tensione su quei territori riporta al centro dell’agenda internazionale una questione che la diplomazia marocchina non ha mai realmente accantonato. Per il re Mohammed VI, qualsiasi crisi che metta Madrid sulla difensiva rappresenta un dividendo politico interno e un messaggio all’Europa: il controllo dei flussi migratori rimane uno strumento di pressione geopolitica.

Un secondo attore che appare trarre un evidente vantaggio politico è il fronte della destra spagnola. Pedro Sánchez si trova da tempo nel mirino di un’opposizione che ha costruito gran parte della propria narrazione sull’incapacità del governo di controllare l’immigrazione. Ceuta offriva l’occasione perfetta: immagini spettacolari, forte impatto emotivo e una materia, quella delle frontiere, sulla quale il consenso si conquista spesso più con la percezione che con i numeri. Ma la vicenda non si è fermata ai Pirenei.

Nel giro di poche ore, la crisi è stata adottata dall’intero ecosistema della destra europea. Anche in Italia il caso è diventato immediatamente la dimostrazione del presunto fallimento delle politiche migratorie progressiste, accompagnato da una quantità impressionante di immagini fuori contesto, dati non verificati e ricostruzioni che hanno trovato nei social network un amplificatore ideale. È il meccanismo ormai collaudato della politica digitale: la velocità della narrazione prevale sulla lentezza della verifica.

In questo meccanismo di amplificazione ha avuto un ruolo anche Elon Musk. Il proprietario di X ha rilanciato uno dei video più spettacolari provenienti da Ceuta, accostandolo all’immaginario dell’invasione di World War Z, evocando una massa umana equiparata a un’orda di zombie. Non si è trattato di un semplice commento ironico. Quando una delle piattaforme più influenti del mondo e il suo proprietario scelgono di leggere un fatto attraverso una metafora tanto potente, quella metafora diventa immediatamente una chiave interpretativa globale. Milioni di utenti non vedono più una crisi migratoria complessa, con tutte le sue implicazioni geopolitiche, ma un’apocalisse da fermare. È la dimostrazione di come, nell’ecosistema digitale contemporaneo, la narrazione possa contare più della realtà e una singola immagine, se accompagnata dalla metafora giusta, possa orientare il dibattito politico molto più di qualsiasi analisi o verifica dei fatti.

Quello che colpisce, tuttavia, non è soltanto il comportamento di Musk come singolo imprenditore o influencer globale. È la trasformazione di X in qualcosa di molto più ambizioso di un semplice social network. La piattaforma sta progressivamente assumendo il ruolo di una vera infrastruttura politica transnazionale, un luogo nel quale le diverse destre occidentali si parlano, si rafforzano e costruiscono una narrazione comune. Dai sostenitori di Trump negli Stati Uniti a Vox in Spagna, passando per le forze sovraniste di altri Paesi europei, i temi sono gli stessi, il lessico è lo stesso, perfino le immagini che diventano virali sono spesso le stesse. Non è necessario immaginare una cabina di regia centralizzata. È sufficiente osservare come l’algoritmo, la viralità e la condivisione reciproca producano una sorta di ecosistema politico nel quale ogni crisi nazionale viene immediatamente trasformata in un argomento della battaglia culturale globale. In questo senso X non si limita più a raccontare la politica: contribuisce a organizzarne il linguaggio, le priorità e perfino le emozioni.

In questo scenario si inserisce inevitabilmente anche Donald Trump. Non perché esistano elementi pubblici che dimostrino un suo coinvolgimento diretto nella vicenda, ma perché ogni indebolimento dei governi progressisti europei produce un vantaggio politico per quella rete internazionale di movimenti sovranisti che guarda a Washington come punto di riferimento. Trump ha trasformato la politica estera in una rete di relazioni personali, costruita più sulle affinità tra leader che sulle tradizionali alleanze diplomatiche. Il Marocco rappresenta uno degli interlocutori privilegiati di questa nuova geometria del potere, e sarebbe ingenuo ignorare quanto le convergenze politiche internazionali possano incidere anche sulla gestione delle crisi regionali. La domanda, allora, non è se tutto sia stato pianificato in una stanza segreta. La storia funziona raramente così. La domanda è un’altra: è possibile che interessi diversi abbiano finito per convergere spontaneamente nella costruzione della stessa narrazione? L’ipotesi merita almeno di essere presa sul serio.

La geopolitica contemporanea non ha più bisogno di grandi complotti. Le basta la simultaneità degli interessi. Quando un evento rafforza il Marocco nelle proprie rivendicazioni territoriali, indebolisce Sánchez, offre argomenti a Vox, alimenta la retorica delle destre europee e contribuisce alla polarizzazione politica occidentale, la tentazione di trasformarlo in un caso mediatico diventa quasi inevitabile. Il punto decisivo, tuttavia, riguarda l’informazione. Le democrazie occidentali stanno progressivamente sostituendo il principio della verifica con quello della viralità. Un video condiviso milioni di volte produce effetti politici immediati anche se il giorno successivo viene smentito. La rettifica non recupera mai il terreno perduto, perché la percezione collettiva si forma nelle prime ore, quando l’emozione domina sulla razionalità ( una famosa frase che viene attribuita al  ministro della propaganda di Hitler , Joseph Goebbels, “ Ripete una bugia cento, mille un milione di volte e diventerà una verità “, sembra l’applicazione stretta di questa logica ).

È questo il vero insegnamento di Ceuta. Non tanto ciò che è accaduto sulla frontiera, quanto il modo in cui quella frontiera è stata trasformata in un racconto globale. Le guerre del XXI secolo non si combattono soltanto con i carri armati, con le sanzioni economiche o con i migranti utilizzati come leva diplomatica. Si combattono soprattutto attraverso le piattaforme digitali, dove la conquista dell’opinione pubblica precede spesso quella del terreno. E chi riesce a imporre per primo la propria narrazione, oggi più che mai attraverso reti globali come X, ha già conquistato una parte decisiva della vittoria politica. Forse è proprio questa la lezione più importante. Nell’epoca degli algoritmi, il potere non appartiene soltanto a chi controlla un territorio, un esercito o un governo. Appartiene sempre più a chi riesce a definire il significato degli eventi prima ancora che essi vengano compresi. La battaglia decisiva non si combatte più soltanto alle frontiere di Ceuta o di Melilla, ma nello spazio immateriale dove si formano le percezioni collettive. Ed è lì che, sempre più spesso, si decide il destino delle democrazie occidentali.

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