Chernobyl

Chernobyl

La notte che cambiò la storia del nucleare e contribuì a incrinare il mito dell’infallibilità sovietica: il racconto delle ore che precedettero l’esplosione del reattore numero 4 di Chernobyl tra errori umani, difetti di progettazione e obbedienza cieca al potere.

Quando nella notte del 26 aprile 1986 il giovanissimo ingegnere Leonid Toptunov cominciò il suo turno presso la sala operativa della Centrale Nucleare ”Vladimir Il’ič Lenin”, certamente non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Tantomeno poteva immaginare che quello sarebbe stato il suo ultimo turno. In realtà, tra tutti gli operatori che presero servizio in quella fatidica notte, solo il supervisore Anatolij Djatlov sapeva che il test di verifica della sicurezza era stato ritardato talmente tanto a lungo da dover essere eseguito dal turno notturno. Nessuno degli operatori coinvolti era consapevole di dover affrontare un test così complesso. Né tantomeno era stato preparato a farlo. Fatto gravissimo, vista la delicatezza delle operazioni che andavano eseguite. Bisognava verificare che il reattore nucleare non si sarebbe surriscaldato anche in presenza di un black-out improvviso delle pompe di alimentazione dell’acqua di raffreddamento.

Per riuscire a diventare ingegnere di controllo, Leonid Toptunov aveva dovuto imparare nei minimi particolari tutti i meccanismi di funzionamento dei reattori RBMK, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia sovietica. Sapeva che, come in tutti i reattori nucleari, l’energia veniva ottenuta attraverso la rottura degli atomi del combustibile fissile, l’uranio-235, causata dalla loro collisione con dei neutroni ‘lenti’. Oltre ad una enorme quantità di energia, gli atomi di uranio, rompendosi, liberavano altri neutroni, i quali, però, erano troppo veloci per poter riuscire a comportare la rottura di altri atomi di uranio (se vuoi saperne di più ti invito a leggere il mio articolo “Le reazioni nucleari” https://ilminotauro.eu/le-reazioni-nucleari/). Per poter stabilire la necessaria reazione a catena, quindi, era necessario ‘rallentare’ i neutroni, facendoli attraversare un materiale cosiddetto ‘moderatore’, per quanto il suo ruolo fosse tutt’altro che quello di moderare la reazione, al contrario. Il ruolo del materiale moderatore era quello di consentire, favorire e quindi accelerare la reazione a catena, non certo quello di moderarla. I reattori RBMK erano stati progettati in modo da usare la grafite come materiale moderatore, una soluzione efficiente e anche economicamente vantaggiosa, poiché aveva il vantaggio di consentire la produzione di energia anche con livelli bassissimi di ‘arricchimento’ dell’uranio, cioè anche in presenza di piccole quantità percentuali di uranio-235. L’acqua, invece, nei reattori RBMK veniva usata come materiale refrigerante, facendola circolare all’interno di canali di raffreddamento che circondavano le barre di combustibile. Era noto, però, che l’acqua aveva anche un effetto di rallentamento della reazione, poiché ‘assorbiva’ una parte dei neutroni, causandone il loro arresto totale.

Toptunov sapeva perfettamente che la produzione di energia dei reattori RBMK si basava su un delicatissimo equilibrio tra il calore prodotto dalla fissione dell’uranio e quello smaltito dai circuiti di raffreddamento ad acqua. Perché tutto potesse funzionare senza problemi, era essenziale che una quantità sufficiente di acqua (liquida) circolasse nei canali di raffreddamento; e che il vapore risultante potesse a sua volta raffreddarsi nelle turbine preposte alla generazione di energia elettrica. È per questo motivo che il circuito di raffreddamento era alimentato da un gruppo di potentissime pompe idrauliche, le quali, aumentando enormemente la pressione dell’acqua, facevano in modo di farla circolare in grande quantità perché potesse assorbire l’enorme calore prodotto dal reattore. L’acqua nei canali di raffreddamento si riscaldava al punto da evaporare, producendo quel vapore che veniva fatto confluire nelle turbine dove, espandendosi e raffreddandosi, metteva in moto i generatori di energia. Usando esattamente gli stessi princìpi della termodinamica che mettono in moto le locomotive a vapore.

Toptunov conosceva a menadito i manuali operativi che spiegavano questi princìpi di funzionamento dei reattori RBMK e, soprattutto, come riuscire a mantenere il necessario equilibrio tra l’energia liberata dalle reazioni nucleari e quella smaltita nelle turbine. Aveva anche imparato come intervenire in caso di anomalia. Qualora il flusso di acqua proveniente dalle pompe, o quello di vapore che riusciva a confluire nelle turbine, non fossero stati sufficienti a smaltire tutto il calore prodotto dalle reazioni nucleari, sapeva che si sarebbe osservato un aumento immediato della temperatura del reattore. E che, in quel caso, si sarebbe dovuto procedere ad una riduzione della potenza erogata agendo sulle cosiddette “barre di controllo”, delle barre costituite da materiale ‘assorbente’, il boro, progettate in modo che, una volta penetrate nel reattore, fossero in grado di arrestare i neutroni prodotti dalla fissione dell’uranio. E quindi rallentare la reazione a catena.

Chissà quante volte il giovane ingegner Toptunov avrà pensato che, in fondo, il suo lavoro era sì di grande responsabilità, ma non così difficile come si poteva immaginare. Bastava seguire ed eseguire le procedure operative per riuscire a tenere sotto controllo i pochi parametri fondamentali di un reattore: la pressione dell’acqua, la potenza prodotta dal reattore e, il più importante di tutti, la temperatura del reattore. Bastava alzare o abbassare le barre di controllo per stabilire un nuovo equilibrio al livello di potenza desiderato. Toptunov aveva persino imparato che neppure un innalzamento improvviso della temperatura avrebbe mai potuto comportare un’esplosione del reattore. Un reattore non è una bomba, non esplode. Tutt’al più fonde, gli avevano detto. E comunque, se proprio l’imponderabile fosse successo, gli operatori avrebbero pur sempre avuto a disposizione l’ultima spiaggia, il tasto di emergenza “AZ-5”. Bastava premere quel tasto rosso, quello debitamente protetto da un guscio di sicurezza, perché tutte le barre di controllo scendessero completamente all’interno del reattore, spegnendolo all’istante. Un tasto di emergenza di cui non c’era mai stato bisogno. Nel senso che, fino a quel momento, nessuno dei suoi colleghi aveva mai avuto la necessità di attivarlo. Ma soprattutto Toptunov aveva imparato che la cosa più importante di tutte era eseguire gli ordini dei responsabili di turno. Perché le gerarchie andavano rispettate e perché ognuno deve svolgere il proprio ruolo senza mettere in discussione quello degli altri. Insomma, Toptunov, in cuor suo, si sentiva tranquillo. Fino a quella fatidica notte.

In realtà l’equilibrio dei reattori RBMK era tutt’altro che facile da mantenere. Perché si basava su un meccanismo che troppo facilmente diventava instabile non appena le condizioni di funzionamento si discostavano da quelli di progetto. Voi la guidereste una macchina in cui, qualora si rompano i freni, contemporaneamente l’acceleratore verrebbe aperto a pieno gas? I reattori RBMK erano così, se qualcosa fosse andato storto si sarebbe scatenato quel circolo vizioso che ha portato al disastro di cui sappiamo. Tutto questo perché nei reattori RBMK, come abbiamo visto,  l’acqua, oltre che come materiale refrigerante, aveva anche il ruolo, diciamo così, secondario di agire come materiale assorbente dei neutroni. Una eventuale carenza di acqua allo stato liquido, quindi, non solo avrebbe comportato un aumento della temperatura del reattore ma allo stesso tempo avrebbe comportato anche un aumento della potenza (e quindi del calore) prodotta dalle reazioni. Semplicemente perché la carenza di acqua avrebbe ridotto il numero di neutroni assorbiti e quindi aumentato quelli che, dopo essere stati rallentati dalla grafite, erano a disposizione per scatenare delle ulteriori fissioni nucleari, alimentando la reazione a catena. Un circolo infernale, destinato a far schizzare in alto la temperatura del reattore, e quindi a far evaporare ulteriormente la (poca) acqua ancora presente nei canali refrigeranti, alimentando ulteriormente sia l’aumento della temperatura che quello del calore prodotto. Tornando all’esempio della macchina, è come se una perdita di acqua nel circuito di raffreddamento del motore scatenasse anche la contemporanea rottura dei freni e l’apertura a tavoletta dell’acceleratore!

Quanto delicato fosse l’equilibrio di funzionamento dei reattori RBMK era un fatto noto. Si sapeva che una eventuale disattivazione delle pompe di alimentazione dell’acqua avrebbe causato disastri irreparabili. E difatti gli ingegneri responsabili avevano previsto l’uso di generatori di emergenza che avevano il compito di assicurare il corretto funzionamento delle pompe idrauliche anche in presenza di un black-out persistente della rete elettrica da cui in condizioni nominali venivano alimentate. Si trattava di generatori a gasolio, quindi del tutto indipendenti da ogni forma di alimentazione elettrica, il cui funzionamento a pieno regime, però, era garantito solamente a partire da 60 secondi dopo la loro attivazione. Il problema è che in quei 60 secondi non si sapeva se il reattore avrebbe innescato quel circolo infernale di cui abbiamo parlato prima. O meglio, si sapeva benissimo che 60 secondi di arresto totale delle pompe avrebbero rappresentato un tempo troppo lungo perché il reattore potesse sopravvivere. E allora gli ingegneri avevano ideato una soluzione basata sullo sfruttamento dell’energia residua che (si sperava!) le turbine avrebbero continuato a generare sfruttando il vapore ancora circolante. Ma non c’era nessuna certezza che quella energia sarebbe stata sufficiente ad evitare il peggio. E difatti era stato richiesto di fare un test di sicurezza che verificasse, appunto, che la centrale sarebbe sopravvissuta ad un black-out nell’alimentazione delle pompe. Insomma, bisognava fare un test per verificare che non ci sarebbero stati danni catastrofici qualora le pompe idrauliche avessero smesso di funzionare. Tutto questo non avendo alcuna certezza che il test stesso non sarebbe stata la causa di quel disastro che, in teoria, doveva confermare che non avrebbe mai potuto succedere. Una vera e propria follia!

 Ma le follie di quella notte non sono finite qui. Le procedure di esecuzione prevedevano di eseguire il test ad un livello di potenza del reattore di gran lunga inferiore a quello nominale. Lo scopo era quello di minimizzare le conseguenze di eventuali imprevisti durante l’esecuzione del test. O meglio, siccome era noto che il test andava a toccare dei meccanismi delicatissimi, allora si era pensato che sarebbe stato meglio eseguirlo alla potenza più bassa possibile, in modo da facilitare un eventuale spegnimento di emergenza del reattore. Una cautela che si è poi rivelata fatale.

In realtà, non sappiamo con certezza cosa sarebbe successo qualora il test fosse stato eseguito secondo i piani. Non lo sappiamo perché i piani concordati non sono stati rispettati! Anzi, sono stati stravolti completamente. Quando durante la giornata del 25 aprile si è cominciato a ridurre la potenza del reattore, così come previsto per poter procedere all’esecuzione del test, il dispacciamento elettrico di Kiev si rese conto che questo avrebbe comportato carenze di energia durante i turni lavorativi nelle fabbriche. E allora chiesero di rimandarlo alla notte successiva.

I responsabili della centrale accettarono di buon grado la richiesta di rimandare il test. Ma decisero di mantenere il reattore nella configurazione a potenza ridotta, in attesa del via libera definitivo per poter procedere al test. Una decisione colpevolmente inconsapevole delle drammatiche conseguenze che avrebbe comportato. Perché a potenze ridotte si rompeva un altro di quei delicatissimi equilibri su cui si basava il funzionamento dei reattori RBMK: veniva prodotto più Xeno di quanto ne venisse smaltito. Causandone l’accumulo, il cosiddetto ‘avvelenamento’ dell’uranio. La presenza eccessiva di Xeno, infatti, riduceva sensibilmente la potenzialità dell’uranio di agire come combustibile fissile. Un po’ complicato da capire (e ancor più da spiegare…) ma credo si possa paragonare a quello che succede nei motori a scoppio quando si ‘ingolfano’ poiché la miscela di aria e benzina al loro interno non è quella prevista. È come se il motore fosse soffocato e non riuscisse più a sviluppare tutta la sua potenza.

Anche il capoturno Aleksandr Akimov quella notte aveva preso servizio in tutta tranquillità. Tranquillità che derivava dai tanti anni in cui aveva lavorato lì nella sala di controllo della centrale ma che lo abbandonò subito quando si rese conto che il reattore stava lavorando a potenza ridotta. E che i sistemi di sicurezza automatici erano stati quasi completamente disattivati. Fu solo allora che il supervisore Djatlov comunicò ad Akimov che sarebbe stato lui a dover condurre il test di sicurezza del reattore. Un test di cui Akimov non sapeva quasi nulla, ma abbastanza per capire che non sarebbe stato nelle condizioni di eseguirlo in sicurezza. Né lui né nessun altro degli operatori di turno erano stato coinvolti nella preparazione delle procedure esecutive, tantomeno addestrati ad eseguire una procedura così delicata.

Akimov non sapeva molto neppure dei tanti difetti di progettazione dei reattori RBMK. Difetti talmente critici che li rendevano delle vere e proprie bombe ad orologeria. Aveva abbastanza esperienza, però, per intuire che il timer della bomba rappresentata dal reattore numero 4 della Centrale ”Lenin” di Chernobyl era stato fatto partire nel momento stesso in cui si era deciso di procedere comunque all’esecuzione del test. Nonostante non ce ne fossero più le condizioni, nonostante il reattore stesse funzionando a potenza ridotta da più di dieci ore, nonostante fosse oramai chiaro che era entrato in una fase di forte instabilità.

Credo che il modo migliore per capire cosa successe dopo quella improvvida decisione sia riportare la sequenza esatta degli eventi.

Ore 00:05: l’ingegnere Leonid Toptunov riceve l’ordine di procedere ad un ulteriore abbassamento della potenza erogata dal reattore. Lo scopo era quello di farla scendere fino al livello (bassissimo) previsto dal test in modo da poter procedere ‘in sicurezza’ con la simulazione dello spegnimento delle pompe. Toptunov abbassò sempre più le barre di controllo, con estrema cautela, consapevole del fatto che stava portando il reattore in un regime di funzionamento estremamente instabile.

Ore 00:28: nonostante Toptunov abbia già smesso di abbassare le barre di controllo, la potenza del reattore precipita rapidamente. Fino a quasi azzerarsi. Gli operatori intuirono che questo crollo improvviso della potenza era conseguente all’avvelenamento dell’uranio. Lo Xeno-135, che si era accumulato nelle lunghe ore di funzionamento a potenza ridotta, letteralmente ‘soffocava’ la reazione a catena, impedendo al reattore di riguadagnare potenza.

A questo punto Toptunov e Akimov insistettero perché il reattore venisse spento completamente, così come previsto dalle procedure di ‘disintossicazione’ del reattore. Ma il supervisore Djatlov decise di procedere comunque con il test. E ordinò tassativamente di riportare la potenza del reattore ai livelli richiesti.

Ore 01:00: Toptunov procede al sollevamento progressivo delle barre di controllo, con la speranza di riuscire a ristabilire il livello di potenza desiderato. Ma l’avvelenamento dell’uranio era tale che fu necessario sollevare sempre più una gran parte delle barre di controllo, finché fuoriuscirono completamente dal reattore. Lasciandolo così praticamente privo di ogni sistema frenante attivo. A quel punto la potenza risalì faticosamente ma a stento riuscì a raggiungere un livello di gran lunga inferiore a quello previsto per poter procedere al test.

Ore 01:22: nonostante le preoccupazioni ripetutamente espresse da Akimov e ogni evidenza che il reattore si trovasse in condizioni critiche, Djatlov dispone che si proceda al più presto con il test. Una decisione presa contro ogni norma di sicurezza. E anche con ogni norma di ragionevolezza. Il cui solo scopo era quello di eseguire gli ordini che gli erano stati impartiti dai suoi immediati superiori.

Ore 01:23:04: il test ha ufficialmente inizio. Le valvole di ammissione alle turbine vengono chiuse, impedendo così al vapore che proveniva dai circuiti di raffreddamento di fluirvi dentro. L’ennesimo errore che si rivelerà essere fatale. Ma non fu un errore degli operatori. Questo passaggio era previsto dalla procedura di esecuzione del test per causare una improvvisa riduzione dell’elettricità che alimentava le pompe idrauliche, cercando di simulare in questo modo un black-out della rete elettrica cui erano normalmente connesse. Dopo la chiusura delle turbine bisognava solo verificare (e sperare) che il reattore sarebbe stato in grado di ‘sopravvivere’ nei successivi 60 secondi. Una speranza vana, come ben sappiamo.

Subito dopo l’inizio del test la potenza del reattore e la sua temperatura crebbero vertiginosamente. Il reattore era entrato in quel circolo infernale in cui la carenza di acqua allo stato liquido causava un aumento della temperatura, e quindi un’ulteriore evaporazione dell’acqua e quindi una riduzione dell’assorbimento dei neutroni con il conseguente aumento della potenza generata. Che causava un ulteriore aumento della temperatura e quindi dell’evaporazione dell’acqua. E così via. Un circolo infernale senza via d’uscita.

Ore 01:23:40: Akimov decide di azionare il tasto di emergenza AZ-5, l’ultima speranza che aveva per cercare di spegnere il reattore. Le barre di controllo, che in precedenza erano state completamente estratte dal reattore, vengono comandate perché penetrino di nuovo all’interno del reattore, il più rapidamente possibile. Ma l’azionamento del tasto AZ-5 non ottenne l’effetto sperato. O meglio, ottenne l’effetto esattamente opposto. Invece di causare lo spegnimento del reattore ne causò l’esplosione.

Fu subito chiaro che era successo qualcosa di catastrofico. Ma nessuno nella sala di controllo ebbe modo di capire cosa fosse successo davvero. Anche perché nessuno di loro era al corrente di un altro gravissimo difetto di progettazione dei reattori RBMK. Un difetto tenuto rigorosamente segreto persino agli addetti ai lavori. Finché Valerij Legasov trovò il coraggio di raccontare la verità dei fatti.

Lo scienziato Legasov era stato incaricato dal Politbüro di gestire la crisi conseguente all’esplosione del reattore, per cercare di contenerne la gravità. Quando fu chiamato a testimoniare nel processo contro i responsabili della centrale di Chernobyl, Legasov raccontò tutto quello che la nomenclatura sovietica non avrebbe mai voluto sentirsi dire. Il disastro di Chernobyl non era stato causato dalla sola inettitudine di chi aveva pianificato e gestito il test di sicurezza. La causa ultima delle conseguenze così catastrofiche di quell’incidente era da ricercare nei tantissimi difetti di progettazione dei reattori RBMK. Non ultimo quello che aveva trasformato il tasto AZ-5 in un vero e proprio detonatore.

Il principio di funzionamento delle barre di controllo è molto elementare. Sono costituite da un materiale altamente assorbente di neutroni, come il boro, per cui è sufficiente farle penetrare all’interno del reattore per inibire la reazione a catena e ridurre la potenza generata. Fino ad azzerarla nel momento in cui vengono abbassate del tutto. Ma le barre di controllo dei reattori RBMK non erano costituite solo da boro. Non per tutta la loro lunghezza. Il segmento iniziale, proprio quello che penetra per primo all’interno del reattore, era stato realizzato con la grafite. Un dettaglio non trascurabile, perché la grafite ha sì la caratteristica di rallentare i neutroni, ma non di assorbirli. E rallentare i neutroni significa accelerare la reazione a catena, non frenarla. L’esatto opposto di quello che le barre di controllo dovrebbero fare.

Ed ecco allora cosa è successo quando è stato attivato il tasto AZ-5! Le barre di controllo si sono abbassate per cercare di rientrare all’interno del reattore. Ma lo hanno fatto proprio con la loro porzione di grafite, la quale ha contribuito ad accelerare ulteriormente la reazione a catena che già stava aumentando vertiginosamente a causa della carenza sempre maggiore di acqua. Lo sbalzo di potenza conseguente all’inserimento della grafite fu talmente violento da causare la deformazione istantanea dei canali di inserimento delle barre di controllo; che quindi rimasero bloccate, senza mai riuscire ad avanzare fino al punto in cui cominciava a penetrare la parte costituita da boro, il materiale assorbente. E quindi senza mai riuscire a rallentare la reazione a catena.

Nel frattempo, l’acqua residua nei canali refrigeranti, la poca ancora rimasta allo stato liquido, si trasformò rapidamente in vapore, senza che questo potesse fluire nelle turbine (che erano state chiuse proprio per eseguire il test!). E quindi la pressione si impennò al punto da causare l’esplosione di tutti i canali del circuito di raffreddamento e, a cascata, di tutta la struttura di contenimento che ricopriva il reattore. Migliaia di tonnellate di acciaio e cemento armato sgretolate all’istante! Il reattore che non poteva esplodere aveva fatto esplodere tutto quello che lo circondava.

Le conseguenze dell’esplosione furono drammatiche. Il reattore (o meglio, quello che ne restava) rimase completamente scoperto, privo di alcuna protezione che potesse contenere i gas pieni di materiale radioattivo che cominciò a liberare in grande quantità. A completare l’opera ci pensò un incendio che si sviluppò subito dopo e che generò una tale quantità di fumo da formare una nube radioattiva che andò ben al di là dei confini dell’Unione Sovietica. Pensate che si diffuse talmente tanto che investì gran parte dell’Europa e arrivò a lambire persino la costa orientale degli Stati Uniti e del Canada. Quella nube densa di materiale radioattivo aveva trasformato un incidente operativo avvenuto in una centrale elettrica situata nei pressi di Kiev in una catastrofe di portata mondiale. Da quel momento in poi il nome Chernobyl, fino ad allora del tutto sconosciuto, è diventato sinonimo stesso di ogni evento catastrofico causato dall’uomo. Guerre a parte.

  Né Akimov né Toptunov ebbero mai la soddisfazione di sapere che non erano loro i principali responsabili del disastro avvenuto. Morirono prima. Pagarono la colpa di aver obbedito al loro supervisore, l’irresponsabile Anatolij Djatlov, non solo quando decise di proseguire con l’esecuzione del test nonostante lo stato del tutto anomalo del reattore, ma anche quando pretese che andassero a controllare di persona cosa fosse successo. Esponendoli così ad una dose di radiazioni talmente alta da causarne la morte. Dopo varie settimane di indicibili sofferenze.

A seguito della vicenda di Chernobyl le autorità sovietiche si decisero finalmente a modernizzare i reattori RBMK, cercando di scongiurare il pericolo che una catastrofe così potesse succedere di nuovo. In questo senso si può dire che il test di sicurezza aveva avuto successo, era stato utile. Perché aveva consentito di mettere a nudo tutte le fragilità di quei sistemi così potenzialmente pericolosi. E anche tutte le fragilità di un sistema gerarchico basato sulla cieca obbedienza ai responsabili di turno, tutte persone che brillavano molto più per la loro fedeltà al partito piuttosto che per le competenze necessarie a svolgere il ruolo che gli veniva assegnato. Al punto che lo stesso Michail Gorbaciov, il capo dell’Unione Sovietica all’epoca dei fatti, dichiarò più volte che l’incidente di Chernobyl aveva contribuito non poco alla crisi di legittimità e di credibilità del sistema sovietico. Secondo Gorbaciov fu proprio quel disastro a scatenare la presa d’atto collettiva del fallimento del sistema organizzativo del regime comunista, quella che segnò l’inizio del suo inarrestabile sgretolamento.

Questa volta vorrei concludere questo mio racconto con una considerazione di natura tecnica. Da ingegnere che ha lavorato a lungo nel settore delle operazioni di sistemi spaziali, credo che ci sia moltissimo da imparare dall’incidente di Chernobyl. Sistemi così complessi, e così potenzialmente pericolosi, come le centrali nucleari, devono essere progettati in modo intrinsecamente sicuro; basati, cioè, su dei meccanismi di funzionamento stabili di per sé, e non solo quando tutto funziona (o fallisce) come previsto. Si potrebbe obiettare che il disastro di Chernobyl è stato causato da una sequenza interminabile, e del tutto imprevedibile, di difetti di progettazione, errori operativi e decisioni sbagliate. E difatti è così! Ma è proprio questa la lezione di Chernobyl: che l’imprevisto è dietro l’angolo. Che l’imponderabile può succedere. E difatti è successo!

La lezione di Chernobyl è che il modo migliore di evitare eventi così catastrofici è quello di progettare sistemi sicuri di per sé; basati, cioè, su dei princìpi che tendono autonomamente a minimizzare, se non ad annullare, le possibili conseguenze di una qualsiasi anomalia.  Sia di quelle che si possono prevedere ma anche, direi soprattutto, di quelle che non si possono prevedere. Come gli errori operativi! Mi auguro davvero che le centrali nucleari di nuova generazione rispettino questo principio di sicurezza così basilare. Pena un nuovo disastro di Chernobyl.

Mauro Pecchioli

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