Da Ceuta a Roma, Madrid e Berlino, la crisi migratoria innesca una catena di controlli e ritorsioni che riporta le frontiere dentro l’Europa. L’avvertimento di Sandro Gozi diventa attualità: quando l’immigrazione torna a essere una somma di risposte nazionali, la solidarietà si dissolve e Schengen diventa la prima vittima.
La crisi di Ceuta non è più soltanto una crisi migratoria spagnola. Nel giro di pochi giorni è diventata una crisi politica europea e, soprattutto, un test sulla tenuta di Schengen. Al centro della corrida ci sono oggi Italia e Spagna: Roma ha reintrodotto controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna; Madrid ha risposto con controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia, annunciati esplicitamente come contromisura. Nel frattempo si è aperto un secondo fronte con Berlino, che ha annunciato la ripresa dei trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia e la Grecia secondo le regole europee.
È difficile non rileggere questi avvenimenti alla luce delle considerazioni formulate da tempo da Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo. Non perché Gozi avesse previsto nei dettagli Ceuta, ma perché aveva indicato con notevole anticipo il meccanismo politico che oggi vediamo all’opera: quando la gestione europea delle migrazioni viene rinazionalizzata, ogni governo finisce per difendersi dal vicino e la solidarietà lascia rapidamente il posto alla reciprocità delle restrizioni.
Già da responsabile italiano degli Affari europei, Gozi sosteneva che sui flussi migratori fosse essenziale «non sbagliare frontiera»: la sicurezza europea, spiegava, va costruita alle frontiere esterne, mentre rafforzare sistematicamente i controlli all’interno dell’Unione costituisce «un grosso sbaglio». E aggiungeva che rinunciare a Schengen non avrebbe aumentato la sicurezza, ma avrebbe inferto un colpo alla libertà europea.
Dieci anni dopo, Ceuta sembra quasi un caso di scuola di quell’avvertimento.
L’assalto alla frontiera dell’enclave spagnola è stato un evento eccezionale e drammatico. Ma Ceuta ha un regime particolare: esistono controlli specifici sui collegamenti marittimi e aerei verso il resto della Spagna e dello spazio Schengen. Lo stesso acquis europeo prevede espressamente questa peculiarità. Trasformare quindi l’emergenza di Ceuta in controlli generalizzati sui collegamenti fra due grandi Paesi dell’Unione significa spostare il problema dalla frontiera esterna alle frontiere interne.
Ed è precisamente qui che è scattato l’effetto domino.
Madrid ha risposto a Roma introducendo verifiche sui viaggiatori provenienti dall’Italia, con misure previste fino al 7 settembre. Il governo italiano le considera una ritorsione sproporzionata; quello spagnolo le presenta come risposta alle decisioni italiane. Qualunque sia la lettura politica, il risultato è lo stesso: due Paesi fondatori dello spazio europeo di libera circolazione applicano l’uno contro l’altro la logica che dovrebbero contrastare insieme.
E contemporaneamente arriva Berlino. Il governo tedesco ha annunciato di voler applicare pienamente il sistema europeo di asilo, prevedendo nuovamente trasferimenti di richiedenti verso Italia e Grecia. Berlino insiste che non si tratta di una rappresaglia, ma dell’applicazione delle regole comuni: «il funzionamento del sistema di Dublino» viene definito una condizione essenziale per il successo del sistema europeo d’asilo.
La distinzione è giuridicamente importante, ma politicamente il messaggio per Roma è chiarissimo: se l’Italia rivendica il diritto di applicare con rigore le regole che proteggono il proprio interesse nazionale, deve aspettarsi che gli altri facciano altrettanto quando quelle stesse regole favoriscono loro.
Anche su questo Gozi aveva anticipato il problema. Lo scorso febbraio aveva ammonito contro un’Europa «prigioniera delle logiche nazionali», sottolineando come la rinazionalizzazione delle politiche europee finisca spesso per svantaggiare proprio l’Italia. La sua alternativa è il «federalismo pragmatico»: più politiche comuni e cooperazione tra i grandi Paesi, non una competizione permanente fra interessi nazionali.
È anche la direzione indicata dalla Commissione europea. Bruxelles non nega agli Stati la possibilità di ripristinare temporaneamente i controlli quando esista una seria minaccia alla sicurezza o all’ordine pubblico. Ma la sua dottrina è inequivocabile: i controlli interni devono essere necessari, proporzionati, temporanei ed eccezionali. A giugno la vicepresidente Henna Virkkunen ricordava che Schengen è «uno dei più grandi successi dell’Europa» e che l’obiettivo deve essere il progressivo superamento dei controlli interni. In queste ore la Commissione sta infatti cercando una soluzione che permetta a Roma e Madrid di revocare reciprocamente le misure.
Ceuta offre dunque una lezione che Renew Europe dovrebbe mettere al centro del dibattito. La sicurezza delle frontiere è indispensabile. Il controllo dell’immigrazione irregolare è una responsabilità europea. Ma proprio per questo la risposta non può essere una catena di rappresaglie nazionali.
La previsione politica degli europeisti si sta materializzando: quando si smette di governare insieme la frontiera europea, ricompaiono le frontiere fra europei. E nella corrida sovranista non esistono vincitori nazionali. Alla fine perde Schengen, perde l’Europa e, come dimostrano Madrid e Berlino, rischia di perdere soprattutto l’Italia.
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