Trump tratta l’interdipendenza come uno strumento di subordinazione, Carney trasforma la sovranità canadese in una linea rossa e Bruxelles scopre che Ottawa potrebbe diventare il laboratorio di un Occidente meno dipendente dalla Casa Bianca.
Ci voleva un ex banchiere centrale per ricordare a Donald Trump che la sovranità non è una voce di bilancio. Mark Carney, uomo abituato a pesare le parole, governare le aspettative e non spaventare i mercati, ha finito per usare il lessico della guerra: il Canada, ha detto in sostanza, è stato attaccato e dunque reagirà.
Non con i carri armati lungo il quarantanovesimo parallelo, naturalmente, ma con i dazi, la diversificazione commerciale e la ricerca di nuovi alleati. È la guerra più educata del mondo, combattuta fra due Paesi che per decenni avevano considerato la frontiera comune quasi un dettaglio amministrativo. Ma non per questo è meno seria. L’ultimo scontro è esploso dopo il fallimento dei negoziati commerciali tra Washington e Ottawa. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50 per cento su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi; Carney ha sospeso le trattative e annunciato una risposta “dollaro per dollaro”.
La Casa Bianca sostiene che sia stato il Canada a sottrarsi a un’intesa già raggiunta. Ottawa replica che gli americani abbiano cambiato le condizioni all’ultimo momento, pretendendo concessioni sulle regole dell’automotive, sulle garanzie per la lingua francese e perfino sulla libertà canadese di concludere accordi commerciali con altri Paesi. Alla domanda se modificare le condizioni all’ultimo momento fosse nel suo stile, Trump ha risposto con una sincerità quasi disarmante: sì, mi somiglia.
La diplomazia del colpo di scena elevata a dottrina.
Qui i dazi smettono di essere soltanto dazi. Quando un negoziato commerciale pretende di entrare nella legislazione linguistica di un Paese o di condizionarne le relazioni con Stati terzi, il prezzo richiesto non si misura più soltanto in punti di PIL: si misura in sovranità. Ed è precisamente questo il limite che Carney non poteva oltrepassare, non soltanto perché sarebbe stato politicamente suicida, ma perché avrebbe trasformato il Canada da alleato degli Stati Uniti in protettorato economico degli Stati Uniti.
Trump, del resto, non ha mai nascosto del tutto l’idea che il vicino settentrionale sia una specie di errore cartografico. Ha ripetuto che il Canada dovrebbe diventare il cinquantunesimo Stato, ha sostenuto che Ottawa vorrebbe i vantaggi dell’appartenenza agli Stati Uniti senza accettarne gli obblighi e ha accompagnato la pressione economica con provocazioni persino toponomastiche. Prese una per una, sembrano spacconate da social network. Considerate insieme, compongono invece una grammatica politica precisa: la prossimità non crea diritti reciproci, crea una gerarchia; l’alleato non è un soggetto con cui negoziare, ma un debitore da rimettere al proprio posto. È l’applicazione continentale dell’“America First”: non l’isolazionismo, come spesso si dice con una certa pigrizia, ma un imperialismo contrattuale. L’America resta nel mondo, eccome, purché ogni rapporto venga rinegoziato come se fosse una transazione immobiliare e ogni dipendenza altrui possa essere convertita in una leva.
Difesa, accesso al mercato, energia, tecnologia, intelligence: tutto diventa negoziabile, tutto può essere sospeso, tutto deve produrre un dividendo politico immediato per la Casa Bianca. Carney ha compreso che con Trump la disponibilità al compromesso viene facilmente interpretata come disponibilità alla resa. Da qui la durezza: sospensione dei colloqui, controdazi, invito agli americani a smetterla con meme, insulti e atteggiamenti muscolari per tornare a una discussione seria. La reazione ha funzionato, almeno sul piano interno. Un sondaggio ha rilevato che il 76 per cento dei canadesi approva la decisione di interrompere i negoziati; persino le province e l’opposizione conservatrice hanno sostenuto la necessità di non cedere. Ma sarebbe un errore trasformare Carney nel nuovo Churchill con la foglia d’acero. La sproporzione resta brutale. L’economia statunitense è circa tredici volte quella canadese e più del 70 per cento delle esportazioni del Canada è destinato al mercato americano. I nuovi dazi colpiscono per ora poco più del 5 per cento delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti, ma l’escalation annunciata nell’automotive e l’incertezza sull’accordo nordamericano possono moltiplicare rapidamente i danni. Le stime parlano di circa 90 mila posti di lavoro potenzialmente a rischio. Quattro canadesi su dieci approvano la fermezza del loro primo ministro e, contemporaneamente, temono per il proprio impiego. Non è una contraddizione: è il costo concreto della dignità quando la dignità incontra una catena di montaggio.
Anche la risposta “dollaro per dollaro” va guardata senza romanticismi. I dazi di ritorsione colpiscono l’avversario, ma presentano il conto anche ai consumatori e alle imprese del Paese che li impone. In due economie integrate come quelle di Canada e Stati Uniti, una guerra commerciale è una forma sofisticata di autolesionismo reciproco, con la differenza che il vicino più piccolo sanguina prima. Carney non può vincere una lunga guerra di logoramento contro Washington. Può però rendere la coercizione abbastanza costosa da costringere Trump a ricalcolare la convenienza dello scontro. E soprattutto può fare ciò che il Canada avrebbe dovuto cominciare a fare da tempo: ridurre la propria dipendenza. È qui che entra in scena l’Europa. Non come consolatrice sentimentale del cugino canadese maltrattato, ma come possibile architrave di una strategia.
Carney sostiene da mesi che le potenze medie debbano smettere di contendersi il favore delle grandi e cominciare a sommare la propria forza. Ha definito il Canada “il più europeo dei Paesi non europei”, ha intensificato i rapporti con l’Unione ed è entrato nel programma europeo SAFE per gli acquisti della difesa, primo Paese non europeo a farlo. A settembre parlerà al Parlamento europeo. Il CETA offre già la base commerciale; energia, minerali critici, tecnologie, industria militare e sostegno all’Ucraina possono fornire la sostanza strategica. L’espressione “potenze medie” rischia di evocare un club di gentiluomini beneducati che discutono di multilateralismo mentre gli imperi si dividono il mondo. Ma il progetto di Carney è meno ingenuo di quanto sembri. Non mira a sostituire gli Stati Uniti con una superpotenza alternativa che non esiste. Mira a moltiplicare le opzioni, perché chi possiede una sola via di esportazione, un solo fornitore di sicurezza o un solo mercato di sbocco non ha un’alleanza: ha una dipendenza. Il Canada porta a questo progetto risorse energetiche, minerali critici, territorio artico, capacità industriali, credibilità finanziaria e una posizione privilegiata nel Nord America. L’Europa porta un mercato di circa 450 milioni di persone, una capacità normativa globale, risparmio, tecnologia e una base industriale che sta tentando faticosamente di riarmarsi.
Insieme non diventano un nuovo impero. Diventano però abbastanza grandi da rendere meno conveniente la politica del “prendere o lasciare”. E qui affiora il paradosso europeo. Il Canada è molto più esposto economicamente agli Stati Uniti, ma possiede ciò che all’Unione manca: un governo, una voce, una linea rossa. L’Europa è economicamente più grande, più diversificata e dispone persino di strumenti costruiti apposta per reagire alla coercizione, dalla lista di controdazi da 93 miliardi di euro all’Anti-Coercion Instrument. Eppure, davanti a Trump, continua spesso a comportarsi come una potenza che chiede il permesso di scoprire la propria forza.
Le ragioni non sono misteriose. I Ventisette hanno interessi industriali diversi; Francia, Spagna e Paesi nordici invocano fermezza, mentre Germania, Italia e Irlanda temono maggiormente una guerra commerciale. Soprattutto, l’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti per elementi essenziali della propria sicurezza: intelligence, difesa aerea, deterrenza e sostegno all’Ucraina. Ottawa rischia una recessione sfidando Trump; Bruxelles teme che una sfida commerciale possa produrre anche una rappresaglia strategica. Per questo l’Unione ha accettato un’intesa commerciale sbilanciata, con un dazio americano del 15 per cento su molti prodotti europei, sperando di comprare stabilità.
Il problema è che con Trump la stabilità non si compra: si affitta, e il proprietario può aumentare il canone il giorno successivo. Una concessione può evitare il conflitto di oggi, ma diventa il punto di partenza della richiesta di domani. Se Washington minaccia ritorsioni per le regole digitali europee, per le politiche climatiche, per la Groenlandia o per qualunque scelta sovrana non gradita, allora il Canada non rappresenta soltanto un caso da osservare. Rappresenta un precedente. L’Europa dovrebbe dunque schierarsi con il Canada? Sì, ma non nel senso adolescenziale di scegliere Ottawa contro Washington. Stati Uniti, Canada ed Europa restano legati da interessi, società e apparati di sicurezza che sopravvivono ai presidenti. Trasformare la risposta a Trump in antiamericanismo sarebbe un regalo proprio a Trump, perché confonderebbe l’America con la sua amministrazione e distruggerebbe ciò che ancora funziona nell’alleanza occidentale. Schierarsi con il Canada significa un’altra cosa: accelerare l’integrazione commerciale prevista dal CETA; costruire accordi su energia e materie prime che riducano le dipendenze da Russia e Cina; aprire davvero il mercato europeo della difesa alle industrie canadesi in cambio di reciprocità; coordinare le risposte alle coercizioni economiche; rendere permanente una consultazione tra democrazie di media potenza.
Significa, soprattutto, far capire a Washington che dividere gli alleati non li renderà necessariamente più obbedienti: potrebbe renderli più autonomi e più uniti tra loro.
Naturalmente anche Carney sta facendo politica. La fermezza contro Trump lo rafforza in patria, gli permette di presentarsi come leader di guerra senza dover combattere una guerra e sposta su un antagonista esterno la responsabilità delle difficoltà economiche. Ma il fatto che una strategia sia politicamente conveniente non la rende automaticamente falsa. Trump ha realmente trasformato l’incertezza in uno strumento negoziale; il Canada ha realmente bisogno di nuovi mercati; l’Europa ha realmente bisogno di alleati affidabili. La propaganda funziona meglio quando poggia su un pezzo consistente di realtà. La sfida, per Carney, sarà mantenere il consenso quando la retorica del dollaro per dollaro diventerà una fabbrica che chiude o una rata più cara. La sfida, per l’Europa, sarà passare dagli applausi al Parlamento europeo ai contratti, alle infrastrutture, agli acquisti comuni e alle decisioni politiche. La sfida, per Trump, sarà capire se umiliare un alleato valga il rischio di insegnargli a vivere senza l’America.
È questo il significato più profondo dello scontro. Non si sta decidendo soltanto il prezzo dell’acciaio, del legname o di una mazza da hockey. Si sta decidendo se il sistema occidentale resterà una comunità di alleati oppure diventerà una piramide di vassalli con Washington al vertice. Carney ha scelto di pagare un prezzo per non scendere di grado. L’Europa, che ha più mezzi ma meno coraggio unitario, farebbe bene a prendere appunti. Il paradosso finale potrebbe essere degno del personaggio che lo ha provocato: nel tentativo di trasformare il Canada nel cinquantunesimo Stato, Donald Trump rischia di trasformarlo nel primo Stato di un Occidente post-americano. Non antiamericano, ma finalmente consapevole che un’alleanza è solida soltanto quando nessuno dei suoi membri può essere ricattato.
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