Da Fauci alla Commissione Covid italiana, la pandemia viene processata a posteriori come se nel 2020 sapessimo già tutto ciò che sappiamo oggi. Ma dietro la ricerca dei colpevoli si intravede qualcosa di più profondo: la trasformazione del dubbio scientifico in sospetto politico e della competenza in una colpa.

Il Covid è finito, almeno come emergenza mondiale. Ma politicamente gode di ottima salute. Anzi, sembra aver trovato una seconda giovinezza. Cinque o sei anni dopo le terapie intensive, le bare di Bergamo, le conferenze stampa serali e la corsa disperata ai vaccini, la pandemia sta diventando qualcosa che allora nessuno aveva previsto: un gigantesco tribunale politico retroattivo. Negli Stati Uniti l’imputato principale si chiama Anthony Fauci. In Italia gli imputati ideali sono Giuseppe Conte, Roberto Speranza e, più in generale, quelli che ebbero la sventura di trovarsi al governo quando un virus sconosciuto arrivò in Europa prima delle istruzioni per l’uso.

Naturalmente indagare sulle decisioni prese durante la pandemia è legittimo. Anzi, sarebbe necessario. Capire quali errori siano stati commessi, perché l’Italia fosse impreparata, perché mancassero mascherine e respiratori, perché il piano pandemico fosse inadeguato, quali restrizioni siano state realmente utili e quali meno, dovrebbe essere uno dei più importanti esercizi di apprendimento istituzionale degli ultimi decenni. La Commissione parlamentare italiana continua, infatti, a svolgere audizioni e lavori sulla gestione dell’emergenza.

Il problema comincia quando una commissione d’inchiesta smette di chiedersi che cosa abbiamo imparato e comincia a domandarsi chi possiamo mettere sul banco degli imputati. È esattamente la tentazione che si vede oggi dall’altra parte dell’Atlantico. Donald Trump ha suggerito pubblicamente che Fauci dovrebbe essere perseguito penalmente, mentre il senatore repubblicano Rand Paul guida da tempo l’offensiva contro di lui. Nei giorni scorsi una commissione del Senato ha votato, lungo linee partitiche, per dichiararlo in contempt of Congress dopo che Fauci aveva invocato ripetutamente il Quinto Emendamento durante un’audizione. Il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto il deferimento.

È un passaggio politicamente impressionante perché Fauci non è stato un capo di partito. È stato per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, servendo amministrazioni repubblicane e democratiche. Si può discutere ogni sua decisione, ogni previsione sbagliata e ogni comunicazione contraddittoria. La scienza, fortunatamente, non dispone di papi infallibili. Ma trasformare Fauci nel simbolo del male pandemico significa riscrivere la storia secondo una curiosa logica: non viene processato il virus, né l’impreparazione delle istituzioni, ma chi provò a spiegare che contro un virus le opinioni personali del presidente degli Stati Uniti contavano meno dell’epidemiologia.

Ed è qui che il Covid smette di essere l’argomento e diventa il pretesto. Perché dietro la battaglia contro Fauci c’è un conflitto molto più interessante: quello tra competenza e sovranità politica. Il populismo contemporaneo ha costruito gran parte della propria fortuna sulla promessa che ogni mediazione fosse sospetta. I giornalisti sarebbero parte dell’establishment, i magistrati di una casta, i funzionari dello Stato di una burocrazia, gli economisti dei tecnocrati. Durante il Covid è comparsa inevitabilmente una nuova categoria: gli scienziati. Il problema della scienza, per una certa politica, è quasi antropologico. La scienza pronuncia tre parole che il populismo detesta: “non lo sappiamo ancora”. La politica populista deve invece sapere tutto immediatamente. Deve offrire una causa, un colpevole e possibilmente una soluzione comprensibile in trenta secondi. La scienza procede al contrario: formula ipotesi, raccoglie dati, corregge le proprie conclusioni. Quello che a marzo 2020 sembrava ragionevole poteva apparire inutile sei mesi dopo. Non perché qualcuno avesse necessariamente mentito, ma perché nel frattempo avevamo imparato qualcosa.

La pandemia ha mostrato questa differenza con una brutalità quasi didattica. Quando SARS-CoV-2 cominciò a circolare in Lombardia, gli studi ricostruirono successivamente che il virus era probabilmente già molto diffuso prima dell’individuazione del primo caso e possedeva un’elevatissima capacità di trasmissione, con il rischio di rendere rapidamente insostenibile il carico sugli ospedali. Oggi possiamo discutere con calma se una zona rossa dovesse essere istituita tre giorni prima o quattro giorni dopo. Nel febbraio del 2020 quella calma semplicemente non esisteva. Questo non assolve nessuno. Ma introduce una distinzione che dovrebbe essere elementare: un errore compiuto nell’incertezza non è automaticamente una colpa, e una decisione discutibile non è automaticamente un complotto. La Commissione Covid italiana rischia di inciampare precisamente su questo equivoco. La sua esistenza potrebbe essere preziosa se servisse a costruire un manuale per la prossima pandemia. Quali scorte strategiche deve possedere lo Stato? Chi decide durante un’emergenza? Qual è il rapporto corretto tra governo, Regioni e autorità sanitarie? Quando una limitazione delle libertà diventa proporzionata? Come si comunica l’incertezza senza provocare panico? Come si organizza una campagna vaccinale nazionale? Sono domande enormi. Ma sono terribilmente poco televisive.

Molto più semplice stabilire se Conte abbia detto una frase sbagliata, se Speranza sapesse una cosa ventiquattr’ore prima di comunicarla o se un verbale possa diventare il titolo del giorno dopo.

Il risultato è il paradosso italiano: trasformare la più grande emergenza sanitaria della Repubblica in una specie di interminabile processo politico alla conferenza stampa delle diciotto. Eppure, la questione interessante non riguarda Conte. Riguarda noi. Perché quello che sta accadendo negli Stati Uniti e in Italia appartiene alla stessa mutazione culturale, pur con storie e intensità diverse: la conoscenza scientifica viene sempre più percepita come una forma di potere politico concorrente. Non si contesta più soltanto una conclusione scientifica. Si contesta la legittimità di chi possiede una competenza specialistica a influenzare una decisione collettiva. È una rivoluzione silenziosa. Il medico diventa “uno che la pensa così”. L’epidemiologo “uno degli esperti”. Il climatologo “uno che ha la sua teoria”. Il ricercatore viene collocato nello stesso mercato delle opinioni nel quale ciascuno può scegliere quella che preferisce.

Naturalmente anche gli esperti sbagliano. Fauci ha sbagliato. I comitati scientifici hanno sbagliato. L’OMS ha sbagliato. I governi hanno sbagliato. Sarebbe sorprendente il contrario davanti a un patogeno nuovo che in pochi mesi stava attraversando il pianeta. Ma la grande truffa intellettuale consiste nel trasformare quegli errori nella prova che la competenza non serva. È come scoprire che un meteorologo ha previsto male un temporale e concludere che d’ora in poi le previsioni del tempo verranno affidate a un referendum. Qui emerge forse il tratto più curioso di una parte della nuova destra occidentale. Una cultura politica che per decenni aveva rivendicato realismo, responsabilità individuale, ordine e diffidenza verso le utopie ha progressivamente sviluppato una sorprendente attrazione per teorie alternative, sospetti sistematici e narrazioni complottistiche.

Non è necessario essere no-vax per alimentare questo meccanismo. È sufficiente suggerire continuamente che dietro ogni decisione sanitaria esistesse qualcosa che “non ci hanno detto”. La frase è perfetta perché non può essere smentita. Qualunque documento venga pubblicato dimostra che ce n’è un altro nascosto. Qualunque spiegazione venga fornita dimostra che qualcuno sta cercando di giustificarsi. Qualunque contraddizione diventa prova di menzogna anziché conseguenza dell’incertezza. Durante la pandemia gli studiosi parlarono anche di “infodemia”: la circolazione massiccia di informazioni false o di bassa qualità poteva influenzare i comportamenti collettivi proprio mentre l’emergenza sanitaria richiedeva informazioni affidabili. Sei anni dopo rischiamo di assistere all’infodemia retroattiva.

Non discutiamo più soltanto ciò che è accaduto. Ricostruiamo ciò che è accaduto sulla base delle appartenenze politiche di oggi.

Così negli Stati Uniti Fauci diventa il nemico di Trump. In Italia Conte e Speranza diventano i protagonisti di un processo politico sulla pandemia. E progressivamente scompare dalla scena l’unico protagonista che dovrebbe interessarci davvero: il prossimo virus.

Perché arriverà. Non sappiamo quando, non sappiamo quale sarà e non sappiamo quanto sarà pericoloso. Ma sappiamo già quale sarebbe il modo peggiore per prepararci: convincere medici, ricercatori e funzionari pubblici che, dopo aver affrontato la prossima emergenza prendendo decisioni inevitabilmente imperfette sulla base di informazioni incomplete, potranno trascorrere i successivi dieci anni davanti a commissioni parlamentari costruite per dimostrare che erano colpevoli. La politica ha tutto il diritto di controllare la scienza. Deve impedirle di trasformarsi in tecnocrazia, deve pretendere trasparenza, deve verificare conflitti d’interesse e deve ricordare che la decisione finale, in democrazia, appartiene alle istituzioni elette. Ma esiste anche il pericolo opposto: una politica che non controlla la scienza bensì la intimidisce. Ed è una distinzione decisiva. Una democrazia adulta dovrebbe uscire dal Covid dicendo: abbiamo commesso errori, individuiamoli affinché non accadano più.

Una democrazia impaurita dice: troviamo qualcuno a cui farli pagare.

La prima costruisce istituzioni. La seconda costruisce capri espiatori. E il virus, che non vota né a destra né a sinistra e soprattutto non guarda i talk show, attende pazientemente la prossima occasione.

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