L’Islanda non ha voltato le spalle all’Europa, ma ha rifiutato di compiere un nuovo passo verso l’Unione. Un segnale che Bruxelles non può minimizzare: come avverte Sandro Gozi, per tornare convincente l’UE deve dimostrare di sapersi riformare e offrire non soltanto vantaggi economici, ma un progetto politico capace di suscitare fiducia e appartenenza.
Il referendum islandese non è una Brexit del Nord, ma sarebbe un errore minimizzarne il significato. La sconfitta del fronte favorevole alla riapertura dei negoziati di adesione mostra che il potere di attrazione dell’Unione europea non può più essere considerato automatico. Per Sandro Gozi il voto è un “monito” per Bruxelles: per tornare convincente, l’Europa deve dimostrare di sapersi riformare.
Il 29 agosto gli islandesi hanno scelto di non riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione europea. Il risultato è stato netto, anche se tutt’altro che plebiscitario: il 52,8% ha votato contro e il 47,2% a favore, con un’affluenza dell’82,5%. Poco più di dodicimila voti hanno separato i due campi. Reykjavík si è mostrata più favorevole alla prospettiva europea, mentre nelle zone rurali il No ha prevalso con maggiore forza.
È importante chiarire innanzitutto che gli islandesi non erano chiamati a decidere sull’ingresso immediato nell’Unione. Il referendum riguardava la riapertura dei negoziati di adesione interrotti più di un decennio fa. E l’Islanda è già profondamente integrata nello spazio europeo: fa parte dello Spazio economico europeo e di Schengen, partecipa al mercato unico e recepisce una quota molto significativa della legislazione comunitaria. Per questo sarebbe semplicistico interpretare il risultato come una nuova Brexit o come il rifiuto dell’identità europea.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato, per chi crede nel progetto europeo, consolarsi con questa distinzione.
Il voto islandese è una sconfitta politica per l’Unione. Non perché Reykjavík fosse indispensabile a un futuro allargamento, ma perché un Paese democratico, prospero, occidentale e già fortemente integrato con l’UE non ha ritenuto sufficientemente vantaggioso compiere il passo successivo.
A pesare è stata soprattutto la pesca, settore che in Islanda non rappresenta soltanto un interesse economico, ma una componente dell’identità nazionale. Il timore di perdere il controllo sulle acque e sulle risorse ittiche ha avuto particolare presa nelle aree rurali. La campagna del No ha inoltre fatto leva sulla difesa della sovranità nazionale e, secondo i sostenitori dell’adesione, anche su informazioni false o fuorvianti riguardo alle conseguenze dell’ingresso nell’Unione.
È proprio su questo punto che è intervenuto Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe.
Gozi, che a giugno si era recato personalmente in Islanda incontrando i promotori del referendum, ha riconosciuto di essere «deluso» ma «non sorpreso» dal risultato. Nella sua analisi, gli argomenti del No sono riusciti a mobilitare perché fortemente emotivi, facendo leva in particolare sulla paura di perdere la pesca e, in alcuni casi, su vere e proprie fake news. «La pesca ha deciso questo referendum», ha sintetizzato l’eurodeputato.
La questione, tuttavia, non può essere ridotta alla capacità comunicativa degli euroscettici. Lo stesso Gozi ha indicato una conclusione più impegnativa per chi sostiene l’integrazione europea: «Il voto dell’Islanda contro la riapertura dei negoziati di adesione all’Ue è un monito che l’Europa dovrebbe prendere sul serio».
È probabilmente questa la lezione più importante del voto islandese.
Per decenni l’integrazione europea ha esercitato una forza gravitazionale quasi naturale. Entrare nell’Unione significava consolidare la democrazia, accedere al mercato unico, aumentare la prosperità e appartenere definitivamente allo spazio politico occidentale. Quel potere di attrazione continua a essere evidente per Paesi come Ucraina, Moldova e quelli dei Balcani occidentali. Ma il caso islandese pone una domanda differente: che cosa offre oggi l’UE a un Paese che è già democratico, prospero, sicuro e ampiamente integrato nel mercato europeo?
Non basta rispondere con una lista di vantaggi economici. La campagna islandese dimostra ancora una volta che l’integrazione europea non può essere raccontata esclusivamente attraverso norme, statistiche e benefici tecnici. Quando dall’altra parte vengono mobilitate identità, appartenenza e sovranità, una proposta europea puramente razionale rischia di apparire distante.
Qui la risposta liberale e centrista deve distinguersi sia dal sovranismo sia dall’immobilismo comunitario. La conclusione non può essere che occorra meno Europa perché gli elettori ne temono le conseguenze. Ma neppure che basti spiegare meglio l’Europa esistente. Occorre costruirne una migliore. E qui, per l’ennesima volta, un referendum sulla partecipazione alla costruzione europea diventa una cartina tornasole per il dibattito su dove l’Europa stia andando: dalla guerra in Ucraina che si trascina ormai troppo a lungo senza delle reali prospettive di pace, all’incapacità di promuovere un quadro coerente di riforme per rendere più efficiente il mercato unico – con il Rapporto Draghi che sin qui è rimasto lettera morta – all’incapacità di elaborare una politica sull’immigrazione che riesca a garantire in maniera effettiva la sicurezza dei cittadini. L’incapacità dell’Unione europea di elaborare risposte credibili alle sfide che si presentano con sempre maggior forza alle sue porte comunica l’immagine di una potenza debole e poco attrattiva.
Ampliando lo sguardo sul quadro internazionale attuale il referendum islandese arriva, inoltre, in un momento nel quale l’allargamento è tornato a essere una questione geopolitica. Russia, Cina e Stati Uniti competono apertamente per influenza, risorse e sicurezza anche nell’Artico. In questo scenario, un’Europa incapace di attrarre persino un partner già profondamente inserito nel proprio spazio economico deve interrogarsi sulla propria capacità di trasformare il suo peso economico in influenza politica.
La risposta al No islandese, dunque, non dovrebbe essere né il risentimento né l’indifferenza. L’Islanda resta un partner strettissimo dell’Unione e la porta europea non deve chiudersi. Ma Bruxelles deve prendere sul serio il segnale arrivato dalle urne.
Il 47,2% ottenuto dal Sì dimostra che esiste un’Islanda pronta a discutere del proprio futuro nell’Unione. Il 52,8% del No ricorda invece che l’Europa non può limitarsi ad aspettare di essere scelta.
Deve tornare a dare agli europei — dentro e fuori dai suoi confini — una ragione politica per sceglierla.
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