Il futuro non si eredita

Tra diritti e responsabilità, il rischio di crescere una generazione convinta che il futuro sia un credito da esigere anziché un traguardo da conquistare

La nostra è probabilmente la prima epoca nella storia in cui una generazione di adulti si sente costantemente in colpa nei confronti dei propri figli. Ripetiamo costantemente a noi stessi che abbiamo sottratto loro il futuro, che abbiamo distrutto il mercato del lavoro, impoverito il pianeta, costruito un sistema economico incapace di valorizzarne il talento. E così, nel tentativo di riparare a questa colpa, abbiamo progressivamente modificato il nostro modo di guardare i figli: non più soggetti chiamati a costruire il proprio destino, ma vittime da proteggere e risarcire. È una narrazione che nasce dalle migliori intenzioni. Eppure, come spesso accade, le migliori intenzioni possono produrre gli effetti più nefasti; perché c’è un rischio enorme nel considerare una generazione esclusivamente attraverso la categoria della vittima: le si sottrae la responsabilità del proprio desiderio e un desiderio senza responsabilità è soltanto la pretesa di meritare quel desiderio, senza doverselo conquistare.

La psicoanalisi ci insegna che il desiderio nasce sempre dalla mancanza. Nessuno desidera ciò che possiede già. Nessuno costruisce la propria identità senza fare esperienza del limite, della fatica, del fallimento e della frustrazione. Diventare adulti significa precisamente questo: accettare che la vita non coincida mai perfettamente con le nostre aspettative e che il compito di darle una forma appartenga innanzitutto a noi stessi. Allora dovremmo forse chiederci se non stiamo commettendo un grande errore educativo nel modo in cui raccontiamo i giovani di oggi. Forse abbiamo parlato troppo dei loro diritti e troppo poco dei loro doveri. Forse abbiamo dedicato troppo tempo a spiegare loro ciò che la società dovrebbe garantirgli e troppo poco a ricordargli che esiste una parte del futuro che nessuna società, per quanto giusta e generosa, potrà mai costruire al loro posto. L’ossessione contemporanea per la tutela delle nuove generazioni nasconde una grande rimozione culturale: quella del principio di realtà. Tutto sembra dover essere immediatamente compatibile con la nostra felicità: il lavoro deve essere gratificante fin dal primo giorno, deve essere ben retribuito, coerente con il nostro percorso di studi e capace di soddisfare le nostre aspirazioni più profonde. Se non accade, il problema è sempre e soltanto del sistema. Le responsabilità sono sempre altrove e mai nelle proprie azioni. O meglio, le responsabilità non sono mai del proprio immobilismo.

L’impressione, così, è che abbiamo allevato giovani straordinariamente competenti nell’individuare gli ostacoli che impediscono loro di realizzarsi, ma sempre meno allenati a riconoscere le risorse che possiedono per superarli. In altre parole, li abbiamo educati alla consapevolezza dei propri diritti, ma non sufficientemente a lottare per conquistarli.           “Conquista” è una parola quasi proibita nel lessico educativo contemporaneo. Evoca fatica, rinuncia, disciplina, sacrificio. Tutte parole che sembrano appartenere al passato. Eppure, ogni autentico processo di crescita è sempre stato un esercizio di conquista. Pensiamo a un esempio quasi banale. Molti stabilimenti balneari, quest’estate, hanno avuto difficoltà a trovare giovani disposti a lavorare come bagnini o a svolgere altri impieghi stagionali con mansioni modeste. Naturalmente esistono casi di salari insufficienti o condizioni di lavoro inaccettabili, che vanno denunciati senza esitazione, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui e non porsi domande scomode: siamo sicuri che non esista anche un problema culturale e che una parte dei giovani non consideri alcuni lavori indegni delle proprie aspettative? Siamo sicuri che non si sia progressivamente affermata l’idea secondo cui il lavoro debba essere innanzitutto conforme all’immagine ideale che ciascuno ha di sé? Per molte generazioni il lavoro estivo non era soltanto un modo per guadagnare qualche soldo. Era un’iniziazione simbolica alla vita adulta. Significava confrontarsi con l’autorità, con gli orari, con la responsabilità, con il denaro guadagnato attraverso il proprio impegno. Non era il lavoro della vita, ma era l’inizio dell’idea che grazie al lavoro si potesse ambire a una vita libera e indipendente. Oggi il rischio è che l’attesa del lavoro ideale produca una forma di immobilità esistenziale. Si attendono l’occasione perfetta e il contratto perfetto senza accorgersi che nel frattempo, il tempo passa e il desiderio si trasforma lentamente in risentimento verso una realtà che non corrisponde alle aspettative.

È chiaro che i giovani non debbano accettare qualsiasi condizione lavorativa, perché sarebbe un messaggio tanto sbagliato quanto quello opposto. Lo Stato ha il dovere di garantire salari d’ingresso dignitosi, investimenti nella scuola e nella formazione, strumenti efficaci per incentivare le ambizioni di mobilità sociale. Un Paese che paga mille euro al mese un laureato e lo costringe a vivere con i genitori fino a trentacinque anni ha evidentemente fallito. Ma proprio perché lo Stato deve fare la sua parte, anche i giovani devono essere chiamati a fare la propria. Dovremmo dire loro con maggiore chiarezza che partire dall’ultimo gradino della scala non è un’umiliazione. Che lasciare l’Italia per cercare opportunità altrove non è una sconfitta, ma una straordinaria manifestazione di fiducia nelle proprie capacità. Che cambiare città, accettare un lavoro temporaneo e ricominciare da zero sono esperienze che appartengono alla biografia di quasi tutte le persone che hanno costruito qualcosa nella propria vita.

Forse il vero problema dei giovani di oggi non è che gli adulti abbiano dato loro troppo poco. Forse è che abbiamo dato loro la cosa sbagliata: troppe rassicurazioni e troppo poche richieste esigenti. Abbiamo insegnato ai nostri figli che meritano di essere felici, ma molto meno che meritano di essere all’altezza delle proprie ambizioni e che per riuscirci non ci sono scorciatoie, ma c’è solo tanto lavoro e sacrificio. Una società adulta non è quella che protegge i propri giovani da ogni fatica, è quella che li accompagna nell’incontro con il proprio limite e insegna loro che il futuro non è un’eredità da ricevere, né un credito da esigere. Il futuro è una costruzione lenta e ostinata, fatta di successi e fallimenti, ma soprattutto di compromessi con le proprie aspettative. Il futuro non appartiene a chi lo aspetta, ma a chi accetta il rischio di costruirlo. E, come ci ricorda José Ortega y Gasset, «Io sono io e sono la mia circostanza, e se non salvo la mia circostanza non salvo me stesso». Nessuno può scegliere le proprie circostanze, ma ciascuno può scegliere di non esserne vittima, lottando per cambiarle.

Iscrizione Newsletter

Iscriviti subito alla nostra Newsletter per rimanere sempre informato!


Leave a Reply