La vittoria storica dell’AfD in Sassonia-Anhalt non nasce all’improvviso: affonda le radici nelle diseguaglianze, nella frattura mai ricomposta tra Est e Ovest e nell’impoverimento delle classi medie. Un inquietante avvertimento per l’Europa alla vigilia delle decisive sfide elettorali del 2027.
Alle elezioni del 6 settembre 2026, Alternative für Deutschland ha ottenuto in Sassonia-Anhalt una vittoria storica: il 43,8% dei voti, più del doppio rispetto al risultato del 2021. La CDU è crollata al 17,2%, registrando il peggior risultato nel Land dalla riunificazione. Con 39 seggi su 83, l’AfD ha sfiorato la maggioranza assoluta. E tuttavia la formazione di un governo resta incerta, dal momento che la CDU e gli altri partiti tradizionali continuano a escludere qualsiasi alleanza con l’estrema destra. Per il cancelliere Friedrich Merz è un colpo durissimo. Per la Germania, un passaggio storico e inquietante. L’AfD ha ottenuto il miglior risultato dalla sua fondazione, nel 2013, con un programma capace di intercettare la rabbia sociale e trasformarla in radicalizzazione politica. Il partito ha promesso “un’offensiva di remigrazione” per espellere i migranti, classi separate nelle scuole per disabili e rifugiati, l’abolizione dell’obbligo scolastico e rapporti più stretti con Mosca, compreso il ripristino dei programmi di scambio scolastico con la Russia. Ha proposto inoltre di rimuovere le bandiere arcobaleno dalle scuole, contrastare quelle che definisce “deviazioni sessuali” e “stili di vita non riproduttivi” e introdurre un bonus alla nascita di 2.000 euro per ciascuno dei primi due figli e di 4.000 per ogni figlio successivo. Nel programma compare anche l’abolizione della “Kirchensteuer”, l’imposta ecclesiastica riscossa dallo Stato per conto delle comunità religiose.
A urne chiuse, c’è da augurarsi almeno che la vittoria dell’AfD in Sachsen-Anhalt abbia scosso il torpore con cui il centrosinistra europeo, nelle sue molte e spesso conflittuali declinazioni, si stava avvicinando alle sfide elettorali del 2027. Italia, Francia, Spagna, Polonia, Grecia, oltre a diversi Länder tedeschi, saranno chiamati al voto. E ovunque bisognerà fare i conti con un malessere che sta spingendo una parte crescente dell’elettorato verso formazioni radicali e populiste. Si racconta questa onda nera come se fosse una marea improvvisa. Si usano parole come “shock” e “sconcerto”. Eppure ciò a cui assistiamo oggi ha radici lontane, che la politica europea ha troppo a lungo preferito non vedere, mentre inseguiva un modello di sviluppo che ha finito per accettare quasi come inevitabile il progressivo impoverimento delle classi medie.
La Sassonia-Anhalt ne è un esempio emblematico. Land dell’ex Germania Est, presenta un PIL pro capite tra i più bassi della Germania, salari inferiori a quelli di molti altri Länder e livelli di disoccupazione relativamente elevati. È il ritratto di un disagio economico e sociale che accomuna, con intensità diverse, diverse aree dell’ex DDR, mai completamente integrate nella nuova realtà tedesca nata dalla “Wiedervereinigung”. La Germania Est ha cessato formalmente di esistere nel 1990. Ma, più di trentacinque anni dopo, la sua ombra continua ad attraversare la politica tedesca. La difficile costruzione di una nuova identità nella Germania riunificata, sommata alla persistenza delle diseguaglianze economiche e sociali, ha creato un terreno sul quale l’estrema destra ha potuto mettere radici. Forse è arrivato il momento di fare davvero i conti con questo pezzo di storia contemporanea. Perché governi diversi — da Helmut Kohl ad Angela Merkel, fino a Olaf Scholz e Friedrich Merz — non sono riusciti a colmare completamente la frattura tra Est e Ovest. E così, a più di tre decenni dalla caduta del Muro, una divisione che la storia sembrava avere cancellato dalla carta geografica continua a riemergere nelle urne.
In un articolo dell’aprile 2017, significativamente intitolato “Poveri, bianchi, tedeschi”, il giornalista e scrittore Lorenzo Monfregola descriveva con grande lucidità questo conflitto sociale nel cuore di quella che allora veniva ancora chiamata “la locomotiva d’Europa”. Nel suo reportage dalla Germania ricordava come, già alle elezioni del settembre 2016 nella città-Stato di Berlino, l’AfD avesse ottenuto il 14,2%, superando in alcuni quartieri il 30%. Pochi mesi prima, nel marzo 2016, in Sachsen-Anhalt il partito aveva raggiunto il 24,3%, diventando la seconda forza politica della regione dietro alla CDU, ferma al 29,8%. Monfregola osservava come quei risultati avessero favorito una lettura semplicistica del fenomeno: quella che identificava nei tedeschi dell’ex DDR, gli «Ossis», il cuore della nuova xenofobia tedesca. Ma dietro quella radicalizzazione c’era anche altro. C’erano i nuovi poveri della Germania ricca, gli invisibili con passaporto tedesco. Nel quartiere berlinese di Marzahn-Nord, ricordava il reportage, il 36,5% degli abitanti sotto i 65 anni viveva grazie all’Hartz IV, il sussidio destinato a chi non disponeva di risorse sufficienti per la propria sussistenza. All’epoca quasi sei milioni di persone in Germania ne beneficiavano, e circa quattro milioni e mezzo erano cittadini tedeschi. Il fenomeno aveva assunto dimensioni tali che il dizionario Duden aveva accolto persino il termine Hartzer per indicare chi viveva grazie al sussidio.
Già nove anni fa, dunque, era evidente che l’AfD raccogliesse un consenso particolarmente forte tra operai, disoccupati e beneficiari di aiuti sociali. Un apparente paradosso, considerando che il suo programma economico prevedeva tagli al welfare e una maggiore privatizzazione della sanità. La spiegazione stava soprattutto in quella che potremmo definire l’”etnicizzazione del disagio sociale”. Durante la crisi dei rifugiati del 2015-2016, il malcontento economico e la sensazione delle classi popolari di essere diventate invisibili agli occhi della politica si saldarono alla protesta contro la scelta di Angela Merkel di aprire la Germania a circa un milione di profughi e richiedenti asilo. Cominciò allora una guerra tra poveri che, con il passare degli anni, si sarebbe trasformata in qualcosa di più profondo: una rivolta identitaria e anti-establishment. Non possiamo quindi stupirci se oggi quella radicalizzazione riemerge con una forza ancora maggiore. Per troppo tempo abbiamo scelto di ignorare il disagio sociale, le diseguaglianze, l’esasperazione di persone convinte che la politica si occupasse di altro, impegnata a discutere dei massimi sistemi mentre i loro problemi quotidiani rimanevano senza risposta.
Il rischio che nel 2027 l’Europa possa ritrovarsi governata, in alcuni dei suoi principali Paesi, da forze di estrema destra non è più un’ipotesi astratta. Parliamo di partiti e leader portatori di programmi non semplicemente conservatori, ma in alcuni casi apertamente regressivi rispetto a conquiste politiche e sociali degli ultimi decenni, fondati su una visione sovranista e spesso profondamente critica nei confronti del progetto europeo. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, la classe dirigente europea degli ultimi vent’anni non potrebbe sottrarsi a una riflessione sulle proprie responsabilità. La spallata all’Europa auspicata da Donald Trump per il suo secondo mandato trova oggi condizioni politiche assai più favorevoli. La disgregazione dell’unità europea indebolirebbe un alleato scomodo, ostinatamente legato alla difesa della democrazia liberale; ridimensionerebbe un concorrente industriale che ancora rappresenta un ostacolo alle ambizioni commerciali cinesi; e lascerebbe maggiore spazio alle aspirazioni neoimperialiste di Vladimir Putin. Sullo sfondo restano inoltre gli interessi economici che si intrecciano con la diplomazia dell’amministrazione americana e con il ruolo svolto da figure come Jared Kushner e Steve Witkoff.
È su questo persistente divario economico — tra Est e Ovest, tra Nord e Sud — che le destre hanno saputo costruire una risposta politica, indicando a una società sempre più arrabbiata un colpevole: il potere centrale, accusato di aver spinto le fasce più fragili ai margini, fino a farle sentire periferia non soltanto geografica, ma sociale e politica. E quando oggi parliamo di povertà non parliamo più soltanto di chi non ha un reddito. Parliamo di giovani che entrano nel mondo del lavoro con stipendi indegni; di classi medie i cui salari non consentono più una vita dignitosa; di laureati che non trovano un’occupazione all’altezza della propria formazione; di insegnanti mortificati da politiche incapaci di riconoscerne adeguatamente il ruolo e di studenti meritevoli ai quali non vengono offerte sufficienti opportunità. Parliamo di diseguaglianze che si allargano invece di ridursi. E parliamo, infine, di un mondo che l’intelligenza artificiale sta trasformando a una velocità alla quale soltanto pochi sembrano davvero preparati. A questo insieme di paure e frustrazioni la destra populista ha offerto risposte semplici. Ha indicato un nemico da temere e da odiare: lo straniero che arriva e sottrae ciò che sarebbe «nostro». E ha proposto un modello da inseguire: il sovranismo, fondato sull’illusione che basti richiudersi entro i propri confini e pensare innanzitutto ai propri interessi perché i problemi scompaiano. Non soluzioni concrete, dunque, ma spiegazioni elementari di problemi complessi. E proprio per questo straordinariamente efficaci nella comunicazione politica: slogan immediati, facilmente riproducibili sui social media, amplificati da campagne di propaganda e disinformazione alle quali hanno contribuito anche gli strumenti della guerra ibrida russa. Anni di manipolazione dell’informazione hanno così contribuito a portare le forze estremiste e antidemocratiche alle soglie di una battaglia che potrebbe essere decisiva. Di fronte a questo scenario, la sinistra non può più permettersi il lusso delle divisioni, delle rivalità e delle guerre interne. Deve guardare in faccia la gravità del momento e comprendere che la posta in gioco supera largamente il destino dei singoli partiti.
Il 2027 potrebbe dirci quale Europa avremo davanti negli anni a venire: se un’Europa ancora capace di difendere la propria democrazia oppure un continente progressivamente conquistato dai nazionalismi, dalle paure e dalla tentazione di tornare a chiudersi dentro i propri confini. “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, scriveva Antonio Gramsci. Il prossimo anno potrebbe essere uno di quei momenti in cui l’interregno finisce e una direzione deve essere scelta. La speranza è che l’Europa trovi ancora la forza di scegliere se stessa.
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