La vittoria di James Talarico alle primarie democratiche del Texas indica una possibile crepa nel trumpismo: un populismo economico, lontano dall’identitarismo woke e centrato sulle difficoltà della classe lavoratrice, prova a trasformare la delusione degli elettori MAGA in un’alternativa politica.

C’è qualcosa di più di una vittoria alle primarie nel risultato di James Talarico in Texas. C’è un segnale, forse ancora debole, ma sempre più difficile da ignorare: qualcosa si sta incrinando nel blocco di consenso che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca per la seconda volta nel 2024. James Talarico, deputato del Texas, alle elezioni primarie del 3 Marzo 2026,  ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo la più nota Jasmine Crockett.  Il suo non è un risultato qualunque. Il Texas non elegge un candidato democratico a livello statale dal 1994 e forse questa può essere la volta buona. Nel suo discorso della vittoria, Talarico ha sottolineato: “Il numero di texani che non hanno mai votato prima, ma si sono presentati in queste elezioni è senza precedenti. E il numero di indipendenti e repubblicani che hanno votato nelle primarie democratiche è senza precedenti.” È per questo che su questa votazione apparentemente minore, una riflessione politica va fatta. Ed una riflessione la merita anche la scelta di Talarico: non direttamente sulla persona, né sul suo profilo da seminarista presbiteriano con un master ad Harvard, per quanto entrambi siano aspetti narrativi potenti in uno Stato profondamente religioso.  Il punto è la formula politica che ha scelto: il populismo come antidoto al populismo.

James Talarico ha vinto le primarie texane con un messaggio di populismo economico indirizzato agli elettori della classe lavoratrice, incentrato sui texani e non sulla difesa del Partito Democratico o dei suoi leader.  Ha attaccato le classe più ricche e dei miliardari, ha parlato di lotta di classe, ha evitato il lessico identitario della sinistra woke che ha logorato i democratici negli ultimi anni e, soprattutto, ha sostenuto che i democratici non debbano solo mobilitare il proprio elettorato di base, ma anche intercettare gli indipendenti e i repubblicani delusi da Trump. È, in sostanza, il tentativo di battere il populismo con il populismo, di rispondere alla rabbia con la rabbia, ma dirigendola verso un bersaglio diverso: non l’immigrato, non l’élite, ma verso il “sistema corrotto” e i suoi “mega-donatori miliardari”, tentando l’erosione silenziosa del consenso repubblicano e di chi ha dato fiducia a Trump e ne è rimasto deluso. Le percentuali  di approvazione di Trump hanno raggiunto un nuovo minimo storico a -15,3 ed è interessante analizzare i numeri che riguardano il suo stesso elettorato.

Il calo nell’approvazione di Trump tra gli americani della classe media, cioè chi guadagna tra i 50.000 e i 100.000 dollari l’anno, è stato costante: da -10 in ottobre, a -12 in novembre, fino a -17 in dicembre 2025.  E tra i lavoratori con redditi sotto i 50.000 dollari, il cuore del voto MAGA, il tasso di approvazione è crollato al 31%, con il 65% di questi che disapprova la gestione presidenziale.  Un sondaggio del network NBC dell’ottobre scorso, ha rivelato che circa due terzi degli elettori registrati ritengono che Trump e la sua amministrazione abbiano deluso le aspettative su inflazione, costo della vita e sulla tutela della classe media. La promessa era semplice: Make America Great Again, più lavoro, più soldi in tasca alla classe media, più sicurezza economica per chi era stato lasciato indietro. Una promessa che non è stata mantenuta e che sta allontanando chi ci aveva creduto.

A deludere ulteriormente tutte le promesse fatte da Donald Trump c’è adesso anche la guerra in Iran, un conflitto che nessun elettore MAGA aveva messo in programma mentre votava per “America First”. È il cortocircuito classico del populismo al governo: il leader che aveva promesso di occuparsi degli affari interni finisce per essere trascinato dagli eventi internazionali, e la distanza tra promessa e realtà diventa ingestibile. Questa rabbia di fronte alle tasche vuote che, nonostante gli slogan elettorali, sono oggi sempre più vuote, stanno rappresentando la vulnerabilità elettorale più seria per i repubblicani in questo ciclo elettorale.  Con le elezioni di Midterm a novembre, il 2026 si configura sempre più come un referendum sulla credibilità di Trump. I democratici hanno attualmente una posizione che potrebbero sfruttare a proprio vantaggio, cercando di capitalizzare il sentimento MAGA di frustrazione nei confronti di Trump. Per questo, la vittoria di James Talarico in Texas, uno Stato che resta comunque strutturalmente repubblicano, vale come laboratorio fondamentale. La sua sfida per il Senato sarà un banco di prova importante per valutare il potenziale di un candidato democratico alla sfida presidenziale.

Dimostra che un certo tipo di politica democratica, depurata dall’identitarismo e fondata su un messaggio diretto capace di parlare alle reali necessità popolari, può competere dove sembrava impossibile. La vittoria di James Talarico è un segnale che una politica centrata sulla classe dei lavoratori, capace di dispiegare una retorica populista genuina, può prevalere anche nel territorio Trump.

Il Texas non è ancora blu. Ma l’America di Trump sta diventando sempre meno sicura di sé e sempre meno “Great Again”… E in politica, il dubbio, se condito di rabbia sociale, è spesso il preludio del cambiamento.​​​​​​​​​​​​​​​​

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