La Cisgiordania diventa il terreno della campagna elettorale israeliana: tra rivendicazioni bibliche, progetti di annessione e violenze dei coloni, a essere dimenticati sono ancora una volta i civili palestinesi.
Itmar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, rispettivamente Ministro della Sicurezza Nazionale e Ministro delle Finanze del governo Netanyahu e rappresentanti di due partiti di estrema destra messianici, usano la “Giudea e Samaria” come manifesto elettorale e i coloni più violenti come avanguardia sul terreno. Mentre lo Stato arretra, i palestinesi restano prigionieri di un conflitto in cui tutti discutono della terra e quasi nessuno delle persone che la abitano. La Cisgiordania non è ancora stata formalmente annessa a Israele, ma è già entrata nella campagna elettorale israeliana. Non come problema da risolvere, naturalmente, bensì come promessa da agitare. La destra messianica ha compreso che una terra contesa rende politicamente più di una pace possibile: la prima mobilita, divide, spaventa e porta voti; la seconda obbliga a scegliere, trattare e magari rinunciare a qualcosa.
Per questo ministri e dirigenti della maggioranza hanno smesso quasi del tutto di chiamarla Cisgiordania. Preferiscono “Giudea e Samaria”, denominazione storica e biblica ma, nel loro linguaggio politico, tutt’altro che neutrale. Le parole precedono le ruspe. Se un territorio è “Cisgiordania”, può ancora essere occupato, amministrato, negoziato e un giorno restituito. Se invece è “Giudea e Samaria”, diventa parte di una promessa originaria, sottratta alla diplomazia e consegnata alla fede. E con Dio, e con chi fa della fede una spada da brandire, come è noto, è difficile organizzare una conferenza di pace. La trasformazione del lessico serve precisamente a questo: cancellare la provvisorietà dell’occupazione e sostituire al diritto internazionale una specie di immutabile diritto ereditario certificato dalle Scritture. Ma la Bibbia può essere un testo sacro, una fonte storica, una componente dell’identità di un popolo; non può diventare una particella catastale. Se i confini del XXI secolo fossero ridisegnati sulla base dei regni esistiti, o promessi, tremila anni fa, il mondo dovrebbe prepararsi non a un nuovo ordine internazionale, ma a un gigantesco congresso di archeologi armati.
Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich lo sanno bene. Il primo ha costruito la propria fortuna politica sulla radicalizzazione del conflitto e sull’idea che la sicurezza coincida con la supremazia. Il secondo ha trasformato l’espansione degli insediamenti in un progetto amministrativo: non soltanto costruire nuove case, ma rendere irreversibile il controllo israeliano sul territorio, frammentare ulteriormente quello palestinese e svuotare dall’interno qualsiasi futura soluzione dei due Stati. L’annessione, del resto, non ha necessariamente bisogno di una cerimonia, di una legge solenne o di una nuova bandiera. Può procedere per delibere, strade riservate, avamposti inizialmente abusivi e successivamente regolarizzati, terre dichiarate demaniali, competenze trasferite dall’autorità militare a quella civile. È l’annessione senza il fastidio di chiamarla annessione.
Le ultime dichiarazioni di Ben-Gvir mostrano fin dove possa spingersi questa radicalizzazione. Parlando nel podcast dell’ex ostaggio Rom Braslavski, il ministro della Sicurezza nazionale ha criticato la riduzione degli attacchi israeliani sulla Striscia e sostenuto che a Gaza bisognerebbe compiere “assassinii mirati”, eliminando “trenta o quaranta persone ogni notte”. Non soltanto, ha precisato, coloro che rappresentano una minaccia immediata, perché vi sarebbero persone che “non meritano di vivere” e che “non sono nemmeno persone”. Non è una generica dichiarazione muscolare, né una delle consuete provocazioni destinate a conquistare qualche titolo. È la trasformazione della disumanizzazione in programma politico. Ben-Gvir non comanda l’esercito e non può ordinare direttamente gli attacchi, ma siede nel Gabinetto di sicurezza, dirige la polizia e il sistema carcerario e rappresenta una componente decisiva della maggioranza. Per questo le sue parole non possono essere archiviate come lo sfogo di un estremista isolato. Quando un ministro stabilisce pubblicamente una quota quotidiana di esseri umani da uccidere, senza limitarla neppure a chi costituisce un pericolo concreto, la sicurezza smette di essere una politica e diventa una licenza ideologica. Significa cancellare deliberatamente la distinzione tra terroristi e popolazione civile, indispensabile al diritto e alla stessa legittimità democratica di Israele..
Nelle ultime ore Ben-Gvir ha compiuto un ulteriore passo, passando dalle parole al cantiere. In un video diffuso attraverso il proprio canale Telegram ha mostrato il luogo, ancora in costruzione, nel quale dovrebbero essere impiccati i detenuti palestinesi condannati a morte per attacchi terroristici. La struttura comprenderà un braccio della morte, una forca collocata al centro del reparto e alcune “cabine di osservazione”, dalle quali le vittime sopravvissute e i familiari delle persone uccise potranno assistere alle esecuzioni. «Lo avevamo promesso e lo stiamo facendo», ha rivendicato il ministro, presentando il patibolo come il risultato concreto di una promessa mantenuta. La legge, approvata dalla Knesset il 30 marzo, prevede la pena capitale per palestinesi della Cisgiordania giudicati colpevoli di attentati mortali nei tribunali militari.
Il punto non è soltanto la pena di morte, sulla quale è possibile discutere e che continua a essere applicata anche in Paesi democratici come gli Stati Uniti. Il punto è la rappresentazione che Ben-Gvir ha scelto di offrirne. Un ministro non ha mostrato una misura estrema come una necessità dolorosa della giustizia, circondata da dubbi e garanzie, ma ha esibito una forca in costruzione come si mostrerebbe un ponte, una scuola o un’opera pubblica. Ha trasformato il patibolo in un’infrastruttura elettorale e l’esecuzione in uno spettacolo al quale riservare persino apposite cabine. È questo il passaggio più inquietante. La pena non serve più soltanto a punire il colpevole o, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, a dissuadere altri dal commettere gli stessi crimini. Diventa una cerimonia politica, una pedagogia della vendetta, la messa in scena del potere assoluto dello Stato sul corpo del condannato. La giustizia dovrebbe sottrarre la società alla vendetta privata; qui, al contrario, è lo Stato a organizzare la vendetta, a costruirle un palco e a predisporre i posti per il pubblico.
Naturalmente le famiglie delle vittime del terrorismo hanno diritto al dolore, alla verità e alla giustizia. Nessuno può pretendere da chi ha perso un figlio, un genitore o un coniuge il distacco dei giuristi o la moderazione dei diplomatici. Proprio per questo spetta allo Stato impedire che quel dolore venga utilizzato come carburante elettorale. Il compito della politica non è trasformare la sofferenza delle vittime in desiderio collettivo di morte, ma difendere la giustizia dalla tentazione di diventare una replica istituzionale della violenza che dovrebbe condannare.
In questo meccanismo i coloni più estremisti svolgono una funzione decisiva. Arrivano dove lo Stato non vuole ancora comparire ufficialmente, occupano una collina, impediscono ai pastori palestinesi di raggiungere i pascoli, bloccano una strada, danneggiano ulivi, assediano abitazioni, danneggiano le fonti di acqua. Poi interviene la politica, che trasforma il fatto compiuto in una rivendicazione ideologica e infine in una pratica amministrativa.
Non tutti i coloni sono violenti e confondere un’intera popolazione con le sue frange estremiste sarebbe falso oltre che ingiusto. Ma proprio questa distinzione rende ancora più grave la responsabilità del governo israeliano: un potere democratico dovrebbe isolare i violenti, non offrire loro una giustificazione religiosa, una sponda politica e, troppo spesso, la sensazione dell’impunità.
Il recente assedio di alcune famiglie palestinesi a Qusra ha mostrato ancora una volta la pericolosità di questa zona grigia. L’esercito è intervenuto e si è persino scontrato con gli occupanti di un avamposto illegale, ma solo dopo giorni di intimidazioni e sotto una crescente pressione internazionale. Il fatto che simili interventi appaiano eccezionali dice più di molte dichiarazioni ufficiali. Il problema non è soltanto ciò che fanno i coloni violenti; è ciò che polizia ed esercito talvolta non fanno, fanno tardi o fanno in maniera contraddittoria. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha ora chiesto di preparare il trasferimento alla polizia delle funzioni di ordine pubblico riguardanti i cittadini israeliani in Cisgiordania. Una decisione presentata come risposta alle violenze, ma interpretata dai critici come un altro passo verso l’applicazione diretta dell’amministrazione israeliana nei territori occupati: più che fermare l’annessione, potrebbe normalizzarla. Nel frattempo, dal 2023 decine di comunità palestinesi sono state costrette ad abbandonare le proprie terre.
In questo quadro la Giordania può protestare, mobilitare la diplomazia e ricordare a Israele le conseguenze regionali delle sue scelte, ma non possiede gli strumenti per garantire l’ordine in Cisgiordania. Amman controllò e poi annesse il territorio tra il 1948 e il 1967, perdendolo nella guerra dei Sei giorni, e nel 1988 rinunciò alle proprie rivendicazioni in favore dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Oggi può cercare di contenere politicamente l’incendio, non spegnerlo sul terreno.
Ed è proprio la Giordania a conoscere meglio di molti governi occidentali il rischio finale: l’espulsione graduale dei palestinesi verso il suo territorio. Non necessariamente attraverso una deportazione dichiarata, ma rendendo la loro vita quotidiana impossibile fino a trasformare la partenza in una scelta apparentemente volontaria. È la vecchia tecnica della porta senza espulsore: nessuno ti caccia formalmente, ma tutto intorno a te viene organizzato affinché tu non possa più restare.
A questa tragedia si aggiunge una sproporzione morale nel racconto. Si discute della sicurezza di Israele, che è un diritto reale e non negoziabile; della minaccia terroristica, che esiste e non deve essere minimizzata; dei calcoli elettorali di Netanyahu; delle ambizioni di Smotrich e Ben-Gvir; delle paure della Giordania; delle esitazioni americane e dell’impotenza europea. Si parla di tutto e di tutti, fuorché dei palestinesi come persone.
Eppure, sotto ogni formula geopolitica, ci sono famiglie che non possono raggiungere i campi, bambini che percorrono strade controllate da uomini armati, villaggi che assistono alla costruzione di un avamposto sulla collina vicina sapendo che potrebbe essere l’inizio della loro espulsione. Le Nazioni Unite hanno documentato un forte aumento degli attacchi dei coloni e lo sfollamento forzato di oltre 36 mila palestinesi nel periodo esaminato dal loro ultimo rapporto. Difendere questi civili non significa assolvere Hamas, negare il terrorismo palestinese o contestare il diritto all’esistenza di Israele. Significa rifiutare il ricatto intellettuale con cui ogni critica all’occupazione viene trasformata in ostilità verso Israele e ogni palestinese viene trattato come un terrorista in attesa di manifestarsi. Una democrazia non si misura soltanto dalla forza con cui protegge i propri cittadini, ma anche dai limiti che sa imporre alla propria forza. La vera battaglia elettorale israeliana, dunque, non riguarda soltanto chi governerà dopo Netanyahu o insieme a lui. Riguarda quale Israele sopravvivrà a questa stagione: quello nato per offrire agli ebrei una patria sicura regolata dal diritto, oppure quello che alcuni vorrebbero trasformare in uno Stato teologico. autorizzato a espandersi sulla base delle promesse bibliche.
La forca orgogliosamente mostrata da Ben-Gvir è, da questo punto di vista, molto più di un macabro dettaglio carcerario. È il simbolo di un possibile mutamento dello Stato: dalla sicurezza come difesa alla morte come spettacolo, dalla legge come limite alla vendetta come propaganda. Prima le parole che cancellano un popolo, poi le norme che separano i diritti, infine il patibolo mostrato agli elettori come prova di efficienza. Non è soltanto l’imbarbarimento del linguaggio: è il tentativo di costruire consenso intorno all’imbarbarimento delle istituzioni. Nel frattempo, la Cisgiordania continua a essere trattata come una carta elettorale, una profezia da realizzare o un territorio da spartire. Ma una terra non è mai vuota soltanto perché chi la desidera ha deciso di non vedere chi già la abita e la possiede. E quando una campagna elettorale comincia a essere condotta con gli avamposti, le torce, i fucili e perfino le forche, smette di essere soltanto propaganda: diventa una guerra combattuta contro persone che non hanno né uno Stato capace di proteggerle né un seggio dal quale punire chi le ha abbandonate.
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