Nel pieno della guerra con l’Iran, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan costruiscono un nuovo patto di difesa che intreccia capitali sauditi, potenza militare turca e deterrenza nucleare pachistana. Ma il vero paradosso è Ankara: membro della NATO e, insieme, architetto di una nuova alleanza regionale autonoma dall’Occidente.

La “NATO sunnita” firmata da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan nasce mentre l’Iran combatte contro Stati Uniti e Israele, e Riad teme di diventare il bersaglio delle rappresaglie di Teheran. Ma il vero fatto politico è un altro, il pilastro militare della nuova alleanza è la Turchia, secondo esercito della NATO per numero di effettivi e ormai grande industria autonoma della difesa. Erdogan non sta uscendo dall’Occidente. Sta costruendo un altro sistema di potere restando contemporaneamente dentro quello occidentale. La diplomazia possiede un talento particolare per inventare formule rassicuranti proprio quando sta accadendo qualcosa di inquietante. Così Ankara ha spiegato che l’accordo di mutua difesa firmato il 7 agosto alla Mecca da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non è rivolto contro nessuno e soprattutto non è diretto contro l’Iran.

Soltanto che l’Iran è in guerra con Stati Uniti e Israele, l’Arabia Saudita teme di diventare uno dei bersagli delle rappresaglie iraniane e tre grandi paesi musulmani sunniti hanno deciso proprio adesso che un attacco contro uno di loro dovrà essere considerato un attacco contro tutti. Dev’essere una coincidenza. La stampa ha già trovato un nome efficace: “NATO sunnita”. La definizione è imprecisa, perché non esistono ancora strutture militari integrate paragonabili a quelle dell’Alleanza Atlantica. Ma il principio politico è molto simile: se attacchi uno di noi, devi mettere nel conto di combattere contro tutti. E questa volta l’avvertimento non arriva soltanto dai miliardi sauditi. Arriva dai soldati turchi e dalla bomba pachistana.

Per capire l’accordo bisogna partire dall’Arabia Saudita e dalla sua grande contraddizione. È uno dei paesi che spendono di più al mondo per la difesa, possiede armamenti occidentali sofisticatissimi e tuttavia continua a sentirsi vulnerabile. La ragione è semplice. L’economia saudita dipende da infrastrutture energetiche enormi, costose e difficilissime da proteggere completamente da missili e droni. Gli attacchi del 2019 contro Abqaiq e Khurais restano una lezione impressa nella memoria strategica di Riad. Oggi quella paura è moltiplicata dalla guerra. Mohammed bin Salman non vuole combattere l’Iran, ma sa che si può scegliere di non partecipare a un conflitto senza poter scegliere di non subirne le conseguenze. Per quasi ottant’anni l’assicurazione sulla vita saudita aveva un nome: Stati Uniti d’America. Quel rapporto non è finito, ma evidentemente a Riad non è più considerato sufficiente.

Mohammed bin Salman sta quindi applicando alla sicurezza la stessa filosofia usata nell’economia: diversificare. America, ma non soltanto America. Dialogo con l’Iran, ma preparandosi all’Iran. E adesso Turchia e Pakistan. Ed è qui che entra in scena Recep Tayyip Erdogan. Perché dei tre firmatari la Turchia è il paese che possiede la combinazione più completa di capacità militari convenzionali. Ankara dispone di uno dei maggiori eserciti della NATO, di una marina sempre più ambiziosa, di una moderna aviazione e soprattutto di una vera industria militare nazionale. Produce droni Bayraktar, missili, blindati, radar, munizioni intelligenti e navi militari; ha sviluppato il carro Altay, il programma navale MİLGEM e il caccia KAAN. Ma il dato decisivo non è soltanto l’inventario. È l’esperienza.

Negli ultimi anni la Turchia ha impiegato direttamente o indirettamente la propria forza militare in Siria, Iraq, Libia e Caucaso. Ha basi all’estero, addestra eserciti stranieri, esporta sistemi d’arma e ha costruito una cultura operativa che l’Arabia Saudita non può comprare semplicemente firmando assegni. Se la “NATO sunnita” dovesse trasformarsi da dichiarazione politica in vera struttura militare, i soldi potrebbero essere sauditi, la bomba pachistana, ma il cervello operativo sarebbe probabilmente turco. Ed eccoci al paradosso più interessante. La Turchia non è semplicemente un grande paese musulmano con un potente esercito. È membro della NATO dal 1952.

Partecipa alla pianificazione militare occidentale, ospita infrastrutture strategiche dell’Alleanza e dispone sul proprio territorio di basi decisive per la presenza americana nella regione. E quindi un paese protetto dall’articolo 5 della NATO firma con due paesi non appartenenti alla NATO un accordo il cui principio di difesa collettiva viene paragonato proprio all’articolo 5. Una NATO dentro la NATO. Giuridicamente, naturalmente, non esiste alcuna trasmissione automatica delle garanzie occidentali. Se l’Arabia Saudita venisse attaccata, questo non significherebbe che Francia, Italia o Stati Uniti sarebbero obbligati a difenderla. L’articolo 5 non funziona per proprietà transitiva. Ma la geopolitica non è soltanto diritto internazionale. Che cosa accadrebbe se Riad fosse attaccata, Ankara intervenisse in applicazione del nuovo patto e forze o territorio turchi venissero colpiti? Dove finirebbe la guerra della “NATO sunnita” e dove comincerebbe la questione NATO?

È il genere di ambiguità che Erdogan ha imparato a utilizzare benissimo. Da anni, infatti, si commette un errore interpretando la politica estera turca come una scelta tra Oriente e Occidente. Erdogan non vuole scegliere. Vuole entrambe le cose. Vuole appartenere alla NATO e mantenere rapporti con Mosca. Vuole essere partner dell’Europa e leader del mondo musulmano. Vuole parlare con Washington, con Putin, con i monarchi del Golfo e, quando serve, con Teheran. Non è incoerenza. È strategia. La Turchia vuole trasformare la propria posizione geografica nella principale fonte del proprio potere: è occidentale quando tratta con l’Asia, asiatica quando tratta con l’Europa, mediterranea quando guarda all’Africa, musulmana quando parla con il Golfo. Ed è membro della NATO quando deve ricordare alla Russia che dietro Ankara esiste l’Occidente.  Autonoma quando deve ricordare all’Occidente che Ankara non prende più ordini come durante la Guerra fredda.

Il patto della Mecca rappresenta forse il perfezionamento di questa strategia. Erdogan non abbandona la NATO. La usa come moltiplicatore della propria autonomia. Qui comincia anche il problema americano. Da anni Washington chiede agli alleati di diventare più forti e di assumersi una quota maggiore della propria sicurezza. Bene. Lo stanno facendo. Ma non necessariamente nel modo immaginato dagli Stati Uniti. La nuova architettura non è un’alleanza americana affidata a eserciti locali. È l’embrione di un sistema regionale nel quale Washington non siede formalmente al tavolo. Più la Turchia diventa militarmente autonoma, meno gli Stati Uniti possono controllarne le scelte. E più Ankara diventa indispensabile alla sicurezza del Medio Oriente, più Erdogan può negoziare con Washington da una posizione di forza.

Poi c’è Islamabad. Se Ankara fornisce il muscolo convenzionale e Riad il capitale, il Pakistan introduce nell’equazione qualcosa di completamente diverso: l’arma nucleare. L’accordo non significa che Islamabad abbia automaticamente esteso il proprio ombrello atomico all’Arabia Saudita e alla Turchia. Ma la deterrenza vive anche di dubbi. Il Pakistan è una potenza nucleare e dichiara che un attacco contro uno degli alleati riguarda anche gli altri. Chi pianifica un attacco contro Riad deve quindi almeno inserire questa variabile nei propri calcoli. Per Teheran non è un dettaglio. Se l’Iran dovesse avvicinarsi ulteriormente alla soglia nucleare, dall’altra parte del Golfo potrebbe non esserci più soltanto un’Arabia Saudita protetta dagli Stati Uniti, ma un’Arabia Saudita collegata militarmente a una potenza nucleare musulmana.

Ed ecco l’ironia più grande. Stati Uniti e Israele combattono l’Iran per ridurne la capacità militare e impedirgli di diventare la potenza egemone della regione. Potrebbero riuscirci, ma potrebbero contemporaneamente accelerare la nascita di un altro polo militare musulmano, sunnita e non completamente dipendente dall’Occidente. Israele potrebbe così scoprire che un Iran indebolito non significa automaticamente un Medio Oriente più semplice. Perché la Turchia di Erdogan non considera affatto naturale un’egemonia israeliana sulla regione. Teheran è il problema immediato e Ankara potrebbe diventare il problema strategico di domani. Il vero significato dell’accordo del 7 agosto sta quindi qui. Il Medio Oriente sta entrando in una fase nella quale le potenze regionali non vogliono più essere semplicemente clienti militari delle superpotenze. Vogliono diventare potenze.

Mohammed bin Salman usa il denaro e l’energia. Il Pakistan usa il proprio arsenale nucleare. Erdogan usa qualcosa di più sofisticato: la capacità di stare contemporaneamente dentro l’Occidente e fuori dalla sua   disciplina. Per questo la Turchia è il paese da osservare. Non perché stia lasciando la NATO, ma perché ha capito che appartenere a un’alleanza non significa necessariamente rinunciare a costruirne un’altra.

La chiamano “NATO sunnita”. Forse il nome è sbagliato, perché la questione più interessante non è che stia nascendo una seconda NATO, ma è che uno dei membri più importanti della prima alleanza ha deciso di contribuire a costruire il suo clone.

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