Dagli attacchi del ministro della Salute americano alle critiche di Lucio Malan contro Roberto Burioni, l’antiscienza diventa una piattaforma elettorale: una nuova caccia all’untore che getta discredito su ricercatori e competenze pur di riuscire a conquistare il consenso dei no-vax.
Un tempo l’untore era colui che diffondeva la malattia. Oggi, nel mondo capovolto del populismo antiscientifico, l’untore è diventato chi cerca di prevenirla: il medico che consiglia un vaccino, il ricercatore che pubblica uno studio, l’epidemiologo che interpreta i dati, il divulgatore che prova a spiegare perché una coincidenza temporale non dimostra un rapporto di causa ed effetto. È una trasformazione politica prima ancora che culturale. La diffidenza verso la medicina è sempre esistita, così come sono sempre esistiti errori scientifici, conflitti d’interesse, farmaci ritirati e istituzioni sanitarie incapaci di comunicare. Ma oggi quella diffidenza non viene semplicemente raccolta: viene organizzata, incoraggiata e trasformata in una piattaforma elettorale. La paura è diventata un bacino di consenso, il sospetto un’identità e il risentimento contro gli esperti una promessa di riscatto.
Il laboratorio più avanzato di questa operazione sono gli Stati Uniti, dove Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Salute dell’amministrazione Trump, ha portato dentro le istituzioni federali un lungo repertorio di argomenti cari al movimento antivaccinista. Non si tratta più soltanto di dichiarazioni pronunciate durante un comizio o diffuse attraverso qualche podcast. La contestazione della medicina ufficiale è entrata nei luoghi in cui si decidono i programmi di ricerca, le raccomandazioni vaccinali e le strategie di prevenzione.
Nel giugno del 2025 Kennedy ha rimosso in blocco i diciassette membri dell’Advisory Committee on Immunization Practices, il comitato di esperti che consiglia i Centers for Disease Control and Prevention sulle vaccinazioni. Due mesi dopo il Dipartimento della Salute ha annunciato la cancellazione di ventidue investimenti destinati allo sviluppo di vaccini a mRNA. Nel 2026, inoltre, il calendario vaccinale federale per l’infanzia è stato ridimensionato al punto da provocare una rottura senza precedenti con l’American Academy of Pediatrics, che ha mantenuto raccomandazioni più ampie sulla base delle evidenze disponibili. Non è più soltanto una disputa scientifica: sono due autorità sanitarie che parlano alle famiglie con voci differenti. E quando lo Stato genera confusione, la disinformazione trova un’autostrada.
Il paradosso è che questa offensiva procede mentre le malattie prevenibili tornano a presentare il conto. Al 3 settembre 2026, negli Stati Uniti erano stati confermati 3.134 casi di morbillo, il numero annuale più alto da oltre trentacinque anni. Il 95 per cento dei casi risultava collegato a focolai. Il morbillo era stato dichiarato eliminato dal Paese nel 2000: non perché il virus si fosse arreso alla libertà individuale, ma perché una campagna vaccinale sufficientemente estesa ne aveva interrotto la circolazione.
È questa la parte che il populismo antiscientifico non vuole vedere. I vaccini funzionano soprattutto quando le malattie scompaiono, e proprio allora diventano politicamente vulnerabili. Quando non ricordiamo più i polmoni d’acciaio della poliomielite, le encefaliti da morbillo, i bambini soffocati dalla difterite o le donne incinte terrorizzate dalla rosolia, il vaccino resta visibile mentre la malattia diventa astratta. A quel punto ogni effetto indesiderato, vero o presunto, sembra intollerabile; il beneficio collettivo, invece, viene dato per scontato.
Il successo della prevenzione produce l’illusione della sua inutilità. È come sostenere che i ponti non abbiano bisogno di manutenzione perché non sono ancora crollati.
Naturalmente la scienza non è una religione e gli scienziati non sono sacerdoti. Un vaccino, come qualsiasi trattamento medico, deve essere sottoposto a controlli rigorosi. I dati devono poter essere contestati, gli studi replicati, gli effetti avversi sorvegliati e i conflitti d’interesse denunciati. Le aziende farmaceutiche non sono congregazioni di beneficenza e le autorità sanitarie possono commettere errori. Ma è precisamente il metodo scientifico a rendere possibile questa verifica. La scienza non chiede fiducia cieca: chiede prove migliori. Il populismo compie invece un’operazione opposta. Non sottopone una teoria a controllo, ma dichiara sospetto l’intero sistema che potrebbe smentirla. Se uno studio contraddice la tesi antivaccinista, lo studio è comprato. Se cento studi la contraddicono, allora è comprata la comunità scientifica. Se una rivista ritira una ricerca metodologicamente debole, si grida alla censura. Se un ricercatore spiega che correlazione e causalità non sono la stessa cosa, viene accusato di nascondere la verità.
È un meccanismo perfetto perché rende la teoria impermeabile a qualunque confutazione. Ogni prova contraria diventa la prova dell’esistenza del complotto. Sui social questa logica prospera. La ricerca scientifica è lenta, condizionale, piena di sfumature. Dice “i dati disponibili indicano”, “con questo margine d’incertezza”, “in questa popolazione e a queste condizioni”. La propaganda, invece, offre risposte immediate: “Ci stanno avvelenando”, “Non vogliono farvelo sapere”, “Io faccio solo domande”. Da una parte ci sono grafici, revisioni, denominatori e intervalli di confidenza; dall’altra un video di trenta secondi, un caso individuale emotivamente potente e un colpevole già pronto.
Non è una competizione ad armi pari. Gli algoritmi premiano ciò che indigna, spaventa e divide, non ciò che spiega. Un recente studio pubblicato su PLOS One ( Public Library of Science – rivista scientifica internazionale a libero accesso ) ha rilevato nel discorso antivaccinista schemi ricorrenti di errori statistici: percentuali prive di denominatore, coincidenze temporali presentate come cause, selezione dei soli dati compatibili con la tesi di partenza. Ma correggere un’affermazione falsa richiede molto più tempo di quanto ne serva per inventarla. In questo ambiente il ricercatore non viene più criticato: viene processato. Il suo curriculum diventa la prova della sua appartenenza alla “casta”, un finanziamento regolarmente dichiarato viene trasformato in corruzione, una frase estratta da un’intervista diventa una confessione. Seguono insulti, minacce, campagne coordinate, richieste di licenziamento. Non interessa discutere i risultati della ricerca; interessa intimidire chi li rende pubblici.
L’Italia ha appena offerto un esempio quasi didattico di questo rovesciamento delle responsabilità. Dopo la morte a Palermo di una bambina di quattro anni non vaccinata, uccisa dalla difterite secondo quanto successivamente confermato dall’Istituto superiore di sanità, Roberto Burioni ha denunciato il ruolo delle falsità sui vaccini e ha ricordato che l’immunizzazione contro questa malattia è sicura, efficace e obbligatoria. La risposta politica non è stata una riflessione sul ritorno di una patologia che in Italia non provocava una vittima da oltre trent’anni. Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, ha invece rilanciato sui social un articolo de La Verità che accusava Burioni di avere strumentalizzato la morte della bambina e attribuiva la diffidenza verso i vaccini proprio a lui e alle presunte “bugie” raccontate durante la pandemia. Il bersaglio non diventava così la disinformazione che aveva convinto una famiglia a temere il vaccino, ma il medico che quella disinformazione cercava di contrastare. Si possono criticare Burioni, i suoi toni talvolta sprezzanti e alcune affermazioni troppo categoriche pronunciate durante l’emergenza pandemica. La critica è legittima e, quando fondata, persino necessaria. Ma utilizzare quelle controversie per spostare su di lui la responsabilità della morte di una bambina non vaccinata contro la difterite significa confondere deliberatamente due vaccini, due malattie e due vicende completamente differenti. Il vaccino antidifterico non è nato durante la pandemia, non utilizza la tecnologia a mRNA e non è una terapia sperimentale: rappresenta da decenni uno dei pilastri della prevenzione pediatrica.
Qui il populismo antiscientifico mostra il suo meccanismo più cinico. Prima alimenta il sospetto verso la medicina; quando quel sospetto produce conseguenze, accusa la medicina di non essere stata abbastanza credibile. Diffonde sfiducia e poi usa la sfiducia come prova della colpevolezza degli scienziati. Burioni può avere sbagliato un tono o una previsione; il batterio della difterite, però, non legge i suoi editoriali e non modifica la propria pericolosità in base alla simpatia suscitata da un virologo. La vicenda è ancora più grave perché Malan non è un utente qualunque in cerca di attenzione sui social: è il presidente del gruppo parlamentare del principale partito di governo. Quando una figura con questa responsabilità rilancia un’accusa simile, non sta semplicemente partecipando a una polemica. Sta offrendo una legittimazione istituzionale a una comunità politica che considera ogni tragedia un’occasione per processare la scienza e assolvere la disinformazione.
La caccia all’untore serve dunque a rovesciare i ruoli. Chi diffonde falsità si presenta come dissidente perseguitato. Chi chiede prove viene dipinto come censore. Chi protegge la salute pubblica diventa il nemico della libertà. È qui che il movimento antivaccinista incontra il populismo politico. Il no-vax non viene conquistato attraverso un programma di governo, ma attraverso una carezza identitaria: “Avevi ragione tu, ti hanno mentito, noi ti restituiremo la voce”. Poco importa che quella promessa esponga altre persone al contagio o indebolisca la ricerca. L’obiettivo non è risolvere un problema sanitario, ma trasformare una comunità rancorosa in una comunità elettorale. La tecnica è la stessa utilizzata contro magistrati, giornalisti, insegnanti, climatologi ed economisti. Ogni competenza che limita la libertà del potere di raccontare qualunque cosa viene descritta come un’aristocrazia illegittima. L’esperto non è più qualcuno che può sbagliare nel proprio campo: è qualcuno sospetto proprio perché conosce quel campo.
Si promette così di liberare il cittadino dalla dittatura degli specialisti, ma lo si consegna alla dittatura degli imbonitori.
La questione, dunque, non riguarda soltanto i vaccini. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Una democrazia può e deve discutere le scelte sanitarie, valutare costi e benefici, stabilire priorità e controllare le istituzioni. Ma non può votare sulla struttura di un virus, decidere per alzata di mano se un farmaco funziona o abolire per decreto il rapporto tra causa ed effetto. La politica stabilisce che cosa fare delle conoscenze disponibili; non può fabbricare conoscenze alternative per adattarle al proprio elettorato. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le vaccinazioni infantili salvano oltre quattro milioni di vite ogni anno. Non significa che ogni vaccino sia perfetto né che ogni campagna sanitaria sia stata gestita bene. Significa che abbiamo a disposizione uno degli strumenti più efficaci mai prodotti dalla medicina. Smontarlo per racimolare qualche voto non è ribellione al sistema. È cinismo esercitato sulla pelle degli altri.
La nuova caccia all’untore ha già scelto i suoi bersagli: ricercatori, medici, infermieri, divulgatori, funzionari sanitari. Ma le sue vittime finali saranno soprattutto coloro che il populismo sostiene di difendere: bambini, anziani, persone fragili e famiglie confuse da istituzioni che non riescono più a distinguere tra un’evidenza scientifica e un’opinione diventata virale. La politica antiscientifica offre ai cittadini un privilegio seducente: quello di sentirsi competenti senza aver studiato, coraggiosi senza aver rischiato e perseguitati senza che nessuno li perseguiti. In cambio chiede soltanto un voto.
Il conto, però, non arriverà nelle urne. Arriverà negli ospedali.
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