Tra Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Iran stringe il commercio mondiale in una tenaglia energetica. Mentre Trump evita un nuovo fronte nello Yemen e gli Stati Uniti possono beneficiare del petrolio più caro, l’Europa rischia di pagare il conto in bollette, inflazione e minore crescita.

L’Iran non ha bisogno di chiudere ermeticamente Hormuz e Bab el-Mandeb: gli basta renderli abbastanza pericolosi da far salire petrolio, assicurazioni e trasporti. Mentre Trump evita di aprire un nuovo fronte nello Yemen, l’Europa scopre ancora una volta che la propria sicurezza energetica dipende da decisioni prese altrove. Per comprendere la nuova geografia del potere iraniano non occorre osservare le dimensioni degli eserciti o contare il numero degli aerei. Basta aprire una carta geografica e cercare due sottilissime strisce d’acqua.

La prima è lo Stretto di Hormuz, la porta del Golfo Persico, attraverso la quale transita una parte decisiva del petrolio mondiale. La seconda è Bab el-Mandeb, la “Porta delle lacrime”, che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo e all’Europa. Tra queste due porte passa buona parte della sicurezza energetica dell’Occidente. E su entrambe, oggi, Teheran può esercitare una capacità di interdizione. Dire che l’Iran “controlla” Hormuz non significa naturalmente immaginare una dogana iraniana piazzata in mezzo allo stretto. Significa qualcosa di più sottile e, sotto molti aspetti, più efficace: la Repubblica islamica possiede missili, droni, mine, motovedette e basi costiere sufficienti per rendere la navigazione pericolosa, rallentarla o interromperla. Non deve necessariamente affondare ogni petroliera. Le basta convincere armatori e compagnie assicurative che attraversare quelle acque potrebbe costare troppo. Nel mercato dell’energia, infatti, anche la paura è una materia prima.

Sul versante opposto della Penisola arabica operano gli Houthi. Definirli semplicemente “rappresentanti dell’Iran” sarebbe riduttivo: il movimento yemenita conserva una propria struttura politica, militare e tribale. Ma sarebbe altrettanto ingenuo negare la profondità del rapporto con Teheran, che gli ha fornito armi, tecnologia, addestramento e sostegno strategico. La recente avanzata houthi lungo la costa yemenita del Mar Rosso, con la conquista di Mokha e dell’isola di Mayun-Perim, ha rafforzato la loro capacità di minacciare Bab el-Mandeb. Secondo fonti regionali citate da Reuters, l’operazione sarebbe stata sostenuta anche da consiglieri dei Guardiani della rivoluzione iraniani. Non si tratta ancora di un dominio assoluto su ogni nave in transito, ma della possibilità concreta di condizionare uno dei principali passaggi marittimi del pianeta. Ed è questa possibilità che interessa a Teheran.

Il risultato è una gigantesca tenaglia geografica. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra. Se la prima porta viene ristretta, una parte del petrolio saudita può essere trasferita attraverso l’oleodotto est-ovest fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Ma da Yanbu le petroliere devono poi attraversare proprio Bab el-Mandeb per raggiungere i mercati asiatici. Se anche quella rotta diventa insicura, resta il lungo periplo dell’Africa: più giorni di navigazione, più carburante, meno petroliere disponibili, noli e premi assicurativi molto più alti. L’Iran, in altre parole, non sta soltanto combattendo una guerra militare. Sta cercando di trasformare la geografia in inflazione.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto a Donald Trump di colpire direttamente gli Houthi. Il presidente americano ha rifiutato, limitandosi a offrire condivisione di informazioni e supporto all’individuazione degli obiettivi. La Casa Bianca vuole concentrare le proprie forze sull’Iran e su Hormuz, evitando di aprire un altro fronte nello Yemen. È una scelta comprensibile dal punto di vista militare, ma rischiosa sul piano strategico: mentre Washington cerca di non allargare la guerra, Teheran la allarga attraverso i propri alleati.

È il paradosso della dottrina Trump. L’America vuole dimostrare di poter esercitare la massima pressione sull’Iran senza assumersi i costi della stabilizzazione regionale. Vuole colpire il centro senza presidiare le periferie. Ma l’Iran combatte proprio attraverso le periferie: Hezbollah, milizie irachene, gruppi armati siriani e Houthi. Ogni volta che Washington decide di non aprire un nuovo fronte, Teheran può aprirne uno per procura.

C’è poi una domanda più scomoda, che non può essere liquidata come semplice dietrologia: fino a che punto gli Stati Uniti hanno davvero interesse a impedire che il prezzo del petrolio rimanga elevato? Washington non controlla direttamente le scelte delle proprie compagnie energetiche e non esiste alcuna prova che la Casa Bianca voglia deliberatamente prolungare la crisi. Tuttavia, è difficile ignorare l’esistenza di una convergenza oggettiva di interessi. Gli Stati Uniti sono oggi tra i maggiori produttori ed esportatori di petrolio al mondo e ogni barile che non riesce a uscire dal Golfo aumenta il valore di quello estratto in Texas, nel Nuovo Messico o nel North Dakota.

Se il greggio mediorientale diventa più raro, rischioso e costoso da trasportare, quello americano può essere offerto agli alleati europei ai prezzi più elevati stabiliti dal mercato internazionale. L’America energetica guadagna così nuovi clienti, consolida il proprio peso geopolitico e trasforma la vulnerabilità europea in un’occasione commerciale. Non sarebbe la prima volta che una crisi internazionale produce, accanto ai costi strategici, vincitori economici perfettamente riconoscibili. Naturalmente, anche per Washington si tratta di un vantaggio avvelenato. Il petrolio più caro significa benzina più costosa per gli americani, nuova inflazione, minore potere d’acquisto e un problema politico per Trump. Ma il danno non è distribuito in modo uniforme: ciò che pesa sulle famiglie e sulle industrie energivore può contemporaneamente arricchire produttori, esportatori e Stati federali legati all’industria petrolifera.

Non si può dunque affermare che Trump abbia lasciato mano libera agli Houthi per far salire intenzionalmente il prezzo del greggio. Si può però osservare che, per una parte importante dell’economia americana, la crisi delle rotte mediorientali non rappresenta soltanto una minaccia. È anche un gigantesco trasferimento di mercato: meno petrolio attraversa Hormuz e Bab el-Mandeb, maggiore diventa il valore dell’energia che gli Stati Uniti possono vendere a un’Europa sempre più dipendente. L’America teme l’incendio, ma possiede anche una parte delle autobotti chiamate a spegnerlo. Intanto il conto arriva alle economie occidentali.

Il Brent ha già superato i cento dollari al barile e le esportazioni mediorientali risultano sensibilmente inferiori ai livelli precedenti alla guerra. Il prezzo non incorpora soltanto il petrolio che manca, ma anche quello che potrebbe mancare domani. A questo si aggiungono i maggiori costi di trasporto, assicurazione e raffinazione. L’Europa sarà tra i soggetti più esposti. Non perché tutto il greggio diretto verso i porti europei debba necessariamente attraversare entrambi gli stretti, ma perché petrolio, gas, diesel e trasporto marittimo hanno prezzi globali. Se una parte dell’offerta viene bloccata o costretta a percorsi più lunghi, il rincaro si trasferisce ovunque: alle pompe di benzina, nelle bollette, nei fertilizzanti, nei prodotti industriali, nei biglietti aerei e infine sugli scaffali dei supermercati.

L’inflazione energetica potrebbe inoltre costringere la Banca centrale europea a mantenere una politica monetaria più restrittiva. Le imprese pagherebbero due volte: prima con l’energia più cara, poi con il credito più costoso. Le famiglie tre volte: carburanti, prezzi al consumo e rate dei prestiti.

E qui emerge l’abituale impreparazione europea. Abbiamo trascorso anni discutendo, giustamente, di come ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma abbiamo sostituito una vulnerabilità terrestre con una vulnerabilità marittima, senza dotarci di una politica estera, navale ed energetica capace di proteggere le nuove rotte.

L’Europa vuole l’autonomia strategica, purché siano gli americani a garantirle la libertà di navigazione. Vuole diversificare gli approvvigionamenti, ma non investe abbastanza nelle infrastrutture necessarie. Vuole essere una potenza geopolitica, ma quando due passaggi decisivi per la sua economia finiscono sotto la minaccia dello stesso avversario, può soltanto attendere una telefonata dalla Casa Bianca, da Riad o da Teheran. Non significa che la soluzione consista necessariamente in una nuova campagna di bombardamenti contro lo Yemen. L’esperienza dell’ultimo decennio dovrebbe averci insegnato che gli Houthi possono essere colpiti, ma difficilmente cancellati dall’aria. Occorrono una coalizione navale credibile, protezione delle rotte commerciali, coordinamento con gli Stati del Golfo, pressione diplomatica sull’Iran e investimenti urgenti in oleodotti, terminali, riserve strategiche e fonti alternative.

Soprattutto, occorre comprendere che la sicurezza energetica non è una questione tecnica da lasciare ai ministri dell’Economia. È politica estera allo stato puro. Teheran lo ha capito benissimo. Per questo non ha bisogno di conquistare capitali né di affrontare frontalmente le flotte occidentali. Le basta tenere una mano su Hormuz e l’altra su Bab el-Mandeb, lasciando che sia il mercato a fare il resto. L’Iran non controlla tutto il petrolio del mondo. Gli basta controllarne la paura.

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