L’Incognita X

L’Incognita X

Ognuno di noi è un’opera unica, anche se siamo stati tutti ‘scritti’ utilizzando un alfabeto di quattro sole lettere, una sorta di alfabeto della vita che condividiamo con tutte le altre specie viventi.

Nel maggio del 1952 fu scattata una foto destinata a cambiare la storia della biologia e di tutta la scienza. Catalogata come “Foto 51”, quella foto raffigurava una strana ‘X’ che sembrava quasi di sfida a chi voleva scoprire cosa ci fosse dietro quella immagine così misteriosa. Ray Gosling, uno studente del dottorato presso il King’s College di Londra, era stato incaricato dalla ricercatrice Rosalind Franklin di generare immagini dei nuclei cellulari sfruttando l’effetto di diffrazione dei raggi-X, così denominati dal loro scopritore, Wilhelm Conrad Röntgen, proprio perché all’epoca rappresentavano ancora un’incognita… Maurice Wilkins, anche lui del King’s College, aveva sfruttato quelle immagini (all’insaputa della Franklin…) per concludere che una particolare molecola del nucleo cellulare aveva una strana struttura allungata ed elicoidale. Nel 1953, in uno storico numero della rivista “Nature”, furono pubblicati tre articoli che, letti insieme, fornivano una chiave di lettura della Foto 51. Senza saperlo, Ray Gosling e Rosalind Franklin avevano fotografato il DNA! Il Premio Nobel per la medicina del 1962 fu poi assegnato agli scienziati Crick, Watson e Wilkins, i principali autori di due di quegli articoli, per il loro contributo alla scoperta della struttura del DNA. Rosalind Franklin era morta in giovane età qualche anno prima, per un tumore causato con ogni probabilità dalla sovraesposizione ai raggi-X con cui conduceva le sue ricerche.

Negli anni ’50, dunque, fu teorizzata e poi documentata la struttura del DNA. Fino ad allora quella strana molecola era ancora denominata ‘nucleina’, il nome che quasi un secolo prima le aveva dato il suo vero scopritore, Friedrich Miescher. Nel condurre una delle sue ricerche presso l’Università di Tübingen, il giovane Miescher si era trovato per caso di fronte ad una sostanza tanto complessa quanto sconosciuta, di cui ebbe il merito di intuirne l’enorme importanza. Un altro caso di serendipità, certamente meno noto di quello che qualche decennio più tardi avrebbe consentito a Fleming di inventare la penicillina.

Invece è oramai ben noto che il DNA ha una struttura tridimensionale a doppia elica. La ‘X’ raffigurata nella Foto 51 altro non era che l’immagine bidimensionale di un piccolissimo tratto del DNA, in cui le due eliche sembravano incrociarsi, anche se in realtà non si incrociano mai. Le eliche rappresentano la struttura portante del DNA su cui si appoggiano le cosiddette ‘basi azotate’, le quali tengono la molecola saldamente unita accoppiandosi con quelle che si trovano sull’altra elica. Il materiale genetico contenuto nel DNA è tutto lì, nelle basi azotate, o meglio, è codificato nell’ordine in cui si susseguono. Esistono solo quattro tipi di basi azotate ma una sola molecola di DNA ne contiene miliardi, dando così vita ad un numero incalcolabile di combinazioni possibili. Insomma, la struttura del DNA sembra il frutto della genialità di un architetto talmente visionario da concepire una scala che poteva essere realizzata in un numero infinito di varietà, semplicemente alternando tipi diversi di gradini. Per miliardi di volte.

Il DNA rappresenta il nostro codice genetico, la nostra identità. La sequenza di ‘gradini’ che lo caratterizza è unica e irripetibile e rende ogni essere vivente altrettanto unico e irripetibile. Sì, ma come? La molecola del DNA è presente nel nucleo di ogni singola cellula e ne determina la produzione di proteine. L’organismo di un essere vivente è come una grande fabbrica di proteine, costituita da migliaia di miliardi di cellule, tutte che lavorano sulla base di uno stesso piano di produzione, il DNA. Insomma, il DNA è il ‘software’ delle nostre cellule, il programma che ne regola il funzionamento. Gli appassionati di informatica direbbero che il DNA è un programma scritto in ‘Assembler’, proprio perché utilizza le istruzioni più elementari che le cellule sono in grado di eseguire. Quattro sole istruzioni, ma che hanno dato vita alla meravigliosa varietà di specie viventi che popolano il nostro pianeta!

A me piace pensare ad ogni singolo essere umano come ad una grande composizione letteraria. Ognuno di noi è un’opera unica, anche se siamo stati tutti ‘scritti’ utilizzando un alfabeto di quattro sole lettere, una sorta di alfabeto della vita che condividiamo con tutte le altre specie viventi: ‘A’ come Adenina, ‘T’ come Timina, ‘C’ come Citosina e ‘G’ come Guanina. Noi umani siamo tutti esemplari unici ma allo stesso tempo tutti pressoché identici. Pensate che il 99,9% del DNA di un qualunque essere umano è assolutamente indistinguibile da quello di un qualunque altro essere umano. Insomma, basta uno 0,1% del nostro DNA per dar vita all’infinita varietà di individui che appartengono all’umanità. Uno 0,1% che fa la differenza… Ma allora, se siamo tutti tanto simili gli uni gli altri quanto diversi gli uni dagli altri, ha davvero senso parlare di ‘diversità’? E se ognuno di noi è un individuo unico e irripetibile, ha davvero senso parlare di ‘normalità’? Una cosa è certa: geneticamente parlando, le cosiddette razze umane semplicemente non esistono. Esiste la specie umana ma non le razze umane. Il DNA di ognuno di noi è diverso da quello di una qualunque altra persona esattamente nella stessa misura se lo confrontiamo con quello del nostro vicino di casa oppure con quello di un qualunque altro individuo concepito, nato e vissuto in una qualunque altra parte del mondo. È possibile che esista il gene della stupidità, ma quello della razza sicuramente no.

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