Promesse sociali senza coperture definite, veti sull’Ucraina e un programma dichiarato «non negoziabile»: Conte mette alla prova il centrosinistra. Ma per costruire un’alternativa di governo servono conti credibili, una politica estera condivisa e la disponibilità al compromesso. Il voto degli iscritti non basta a trasformare le richieste di un partito nel progetto di una coalizione.
Sembra di assistere al posizionamento degli eserciti sulla mappa del “Risiko”: ognuno imposta la propria strategia di gioco, difende i propri confini, cerca di capire i punti deboli di alleati e avversari. Li osserviamo gli schieramenti politici di destra e di sinistra, mentre iniziano a piazzare i propri asset sul terreno di battaglia, preparandosi allo scontro finale nel 2027.
Ed è così che, mentre la coalizione di destra si consuma tra la crisi della Lega, la premier Giorgia Meloni che ha ormai abbandonato il suo tentativo di “cosplaying” una statista, il generale Roberto Vannacci e Antonio Tajani che se le danno di santa ragione facendo a gara per chi riesce a incarnare la peggiore versione di patriarcato medioevale, la coalizione di centrosinistra, per non essere da meno, inizia finalmente a parlare di contenuti, evidenziando la domanda che tutti, tranne loro, si ponevano già da tempo: come riusciranno a mettersi d’accordo? Il Movimento 5 Stelle arriva al tavolo del centrosinistra con un programma in venti punti, approvato dagli iscritti al Movimento attraverso la piattaforma Nova e con un preciso mandato: ciò che è stato votato non dovrà essere diluito nella trattativa con gli alleati.
Giuseppe Conte ha già circoscritto alcuni obiettivi definiti “non negoziabili”: il nuovo Reddito di cittadinanza, il salario minimo, una settimana lavorativa più corta a parità di stipendio, il rafforzamento della sanità pubblica, nuovi congedi parentali, interventi sulle pensioni, un piano per la casa, meno tasse sul lavoro e più investimenti nella scuola. Tutto bellissimo, se non fosse che Conte non spiega né quanto costerebbe finanziare tutte le misure, né dove trovare le risorse. Provando così ad allontanarci da una proposta politica pensata nell’armadio di Narnia, proviamo noi a fare due conti.
Partendo dal presupposto che Reddito e Pensione di cittadinanza nel 2022 costarono circa 8 miliardi di euro, e desumendo che il nuovo “Reddito 2.0” sarà una revisione integrale dell’Assegno di inclusione del governo Meloni, non si può prevederne la spesa prevista in modo preciso, se prima non si definisce esattamente chi ne saranno i beneficiari e quale sarà l’importo del nuovo assegno. Sicuramente superiore agli 8 miliardi del 2022.
Il salario minimo avrebbe invece un impatto diretto più limitato sui conti pubblici, perché il costo ricadrebbe soprattutto sulle imprese. Su questo tema PD, M5S e AVS hanno già una base comune avendo presentato insieme una proposta di legge nel 2024.
Più complicato, invece, è il ragionamento sulla settimana corta. Una proposta parlamentare di Nicola Fratoianni del 2026, sostenuta da Conte e Schlein, e bocciata in Parlamento, prevedeva incentivi pubblici fino a 275 milioni l’anno per le aziende disposte a ridurre l’orario mantenendo invariati gli stipendi. Ottima idea. Il vero problema è che se si fosse esteso questo modello sperimentale a milioni di lavoratori, la Ragioneria dello Stato ha stimato che questa misura avrebbe avuto un costo tra gli 8,5 e gli 11 miliardi annui.
Sui congedi parentali paritari le opposizioni quasi al completo avevano già presentato in questa legislatura una proposta stimandola a circa 3 miliardi l’anno, trovando le coperture attingendo alla rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi. I calcoli della Ragioneria dello Stato hanno però stimato un costo effettivo progressivo fino a 4,5 miliardi, che ha portato alla bocciatura di questa misura.
Ancora più impegnativo sarebbe il capitolo sanità. Il M5S chiede più personale e maggiori finanziamenti; il PD punta a portare progressivamente la spesa sanitaria al 7.5% del PIL e il M5S chiede di arrivare all’8%. Oggi siamo intorno al 6,4%: ai valori attuali, questo aumento di spesa significherebbe un investimento di circa 25 miliardi annui in più a regime.
Da questa breve verifica effettuata solo su alcune delle tante voci di nuova spesa del programma approvato dal Movimento 5 Stelle, sembra chiaro che, per presentare un programma di governo comune del centro sinistra, non si tratta soltanto di comporre un elenco di ciò che potrebbe comporre il mosaico del migliore dei mondi possibili, ma si tratta di trovare una sintesi credibile e soprattutto finanziariamente sostenibile. Non si tratta di vendere Fantasyland e finanziare un intervento una tantum, ma si tratta di ricordarsi che medici, pensioni, sussidi e congedi devono essere pagati ogni anno. Un programma serio di governo ha bisogno di fare i conti con la realtà, ha bisogno di coperture strutturali e non di entrate occasionali o computate come già in cassa, nonostante siano solo una previsione ancora senza basi definite.
L’esperienza del Superbonus 110% durante il governo Conte offre una lezione difficile da ignorare. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, il Superbonus e il bonus facciate hanno prodotto, tra il 2020 e il 2023, circa 170 miliardi di euro di crediti fiscali, con una differenza «macroscopica» tra i costi previsti e quelli effettivi. Quella misura era stata scritta e pensata male; se ne sono avvantaggiate le classi più abbienti, spesso per ristrutturare seconde case, e si sono verificate truffe per cui i costi reali dell’efficientamento energetico degli edifici, venivano gonfiati a dismisura. Così, invece di migliorare il livello generale di classe energetica delle nostre abitazioni, si è creato con questo provvedimento un enorme deficit nelle casse dello Stato.
L’Italia ha un debito pubblico vicino al 139% del PIL, cresce poco e deve destinare risorse sempre maggiori agli interessi. Può finanziare nuove politiche sociali, ma non può permettersi di scoprire il loro costo soltanto dopo averle approvate. Il M5S indica alcune possibili fonti di finanziamento: una maggiore tassazione degli extraprofitti e delle grandi attività finanziarie, la lotta all’evasione, una maggiore progressività fiscale e il trasferimento alla scuola dei circa 13,5 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto. Sono però coperture ancora tutte da dimostrare. I fondi per il Ponte sono distribuiti su più anni e non rappresentano una somma immediatamente disponibile. Anche gli extraprofitti e la lotta all’evasione possono generare risorse, ma servono stime precise. Soprattutto, occorrono entrate permanenti per finanziare spese permanenti.
La conclusione è abbastanza chiara: il programma presentato da Giuseppe Conte e votato dagli iscritti su Nova non è un programma economicamente sostenibile, ha troppe approssimazioni per quanto riguarda le coperture finanziarie e immagina una bella utopia che ci porterebbe alla bancarotta se realizzata nella realtà.
Per onestà intellettuale va detto che questo programma, sul terreno economico e sociale, ha già una forte base comune con AVS, il partito di Bonelli e Fratoianni, e diversi punti di convergenza con la segretaria del PD Schlein; molto meno con i riformisti del PD e con i partiti di centro e di Casa Riformista. Le difficoltà maggiori e la distanza che sembra ideologicamente incolmabile riguarda, invece, la politica estera.
Su Nova il 91,7% degli iscritti ha approvato lo stop all’invio di armi all’Ucraina, il 94,1% ha respinto il piano europeo di riarmo e il 91,8% l’aumento delle spese militari. Va fatta però una doverosa precisazione. Alla votazione conclusiva di Nova 2026 hanno partecipato 45.340 iscritti su una platea di 106.829 aventi diritto: quindi il 42,4%. In altri termini, ha votato poco più di 4 iscritti su 10 e quella che potrebbe sembrare una percentuale bulgara, riguarda invece nemmeno la metà degli aventi diritto al voto. L’affluenza poi cambia a seconda dei blocchi tematici. Per esempio, sul blocco comprendente politica estera, giustizia, sicurezza e diritti, hanno votato 39.770 iscritti, cioè il 37,2% degli aventi diritto. È su questa platea, ad esempio, che il 91,7% ha approvato la posizione secondo cui continuare a inviare armi all’Ucraina “allontana la pace”.
Quella che Conte ha definito come una scelta “non negoziabile” degli iscritti del Movimento 5 Stelle, cioè lo stop immediato del sostegno all’Ucraina e dell’invio di armi, in realtà è l’opinione di nemmeno un terzo della base grillina. Esattamente come i punti riguardanti le posizioni che l’Italia dovrà assumere in politica estera. Questa “non negoziabilità”, che è il vero ostacolo verso la formazione di una coalizione competitiva e credibile, ha un alleato in AVS. Molti cercano di minimizzare e si dicono sicuri che si riuscirà a trovare una sintesi nella stesura di un programma, ma la politica estera non è una voce accessoria di un governo: è il luogo in cui un Paese definisce la propria collocazione nel mondo, le proprie alleanze e, in ultima analisi, una parte della propria identità politica. Per uno Stato come l’Italia, la politica estera non può essere un capitolo separato dalla politica interna. L’appartenenza all’Unione europea e alla NATO, i rapporti con gli Stati Uniti, la posizione sulla Russia e sull’Ucraina, il Mediterraneo, il Medio Oriente e la Cina incidono direttamente su sicurezza, energia, commercio, industria, difesa e finanza pubblica.
Non basta quindi che Conte abbia detto cosa intende portare al tavolo della coalizione, ma il M5S deve accettare una discussione su quanto costerà tradurre quei punti irrinunciabili in politiche concrete e quale spazio esista davvero per costruire una sintesi con gli alleati. Per trasformare Nova da manifesto identitario a programma di governo servirà accettare la logica del compromesso, che non è una rinuncia ai propri principi, ma la condizione stessa di una coalizione. E qui emerge il nodo politico. Se molti dei punti indicati da Conte vengono considerati “non negoziabili”, tanto sul terreno economico quanto su quello della politica estera, lo spazio per un programma comune inevitabilmente finisce. E se poi sul tavolo mettiamo anche il nodo della scelta del candidato premier e delle primarie di coalizione, le difficoltà di trovare un accordo crescono in modo esponenziale. Sarà capace chi perde le primarie di mettersi al servizio del candidato scelto dalla base per portarlo a vincere le elezioni? Sarebbe disponibile Giuseppe Conte a restare nella coalizione e a sostenere Elly Schlein lealmente, se fosse lei la candidata premier del Campo Largo e di Casa Riformista?
Tutti questi dubbi e queste incognite lasciano trasparire il fatto che le prossime elezioni si potranno vincere, ma il centrosinistra può anche mettercela tutta per perderle. Ognuno dei due poli ha i suoi problemi da affrontare. L’esperienza ci dice che la destra quando si arriva al dunque trova sempre una buona ragione per superare le differenze e per pensare a come mantenere le posizioni di potere acquisite. La sinistra è più generosa da questo punto di vista: preferisce auto sabotarsi, dividersi e litigare per avere la certezza di perdere. I presupposti e l’intransigenza con cui Conte ha presentato il programma del suo partito non sono certo di buon auspicio. Certo, ci si aspetterebbe più apertura da chi è già stato Presidente del Consiglio dei ministri per due volte, praticamente cooptato e senza alcun merito politico preesistente specifico.
Ambire a tornare a Palazzo Chigi per la terza volta è legittimo, pretenderlo è un atto di estromissione “non negoziabile”.
Iscrizione Newsletter
Iscriviti subito alla nostra Newsletter per rimanere sempre informato!


Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.