Dieci giorni prima del 7 ottobre, il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe avvertito Netanyahu che Hamas stava preparando una grande operazione. Se confermata, la rivelazione non cancellerebbe le responsabilità dell’intelligence, ma renderebbe ancora più urgente capire che cosa sapesse il premier e perché non abbia allertato i vertici della sicurezza.

Esistono notizie che cambiano ciò che sappiamo e notizie che, più sottilmente, cambiano il significato di ciò che già sapevamo. La rivelazione pubblicata da Haaretz sull’allarme che il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe trasmesso personalmente a Benjamin Netanyahu dieci giorni prima del 7 ottobre appartiene, almeno potenzialmente, alla seconda categoria. Non dimostra che il primo ministro israeliano conoscesse il giorno, l’ora e le modalità dell’attacco. Non autorizza le fantasie complottiste secondo le quali qualcuno avrebbe deliberatamente consentito il massacro. Ma, se confermata, renderebbe molto più difficile sostenere che la catastrofe sia stata soltanto il risultato di un errore tecnico dei servizi d’intelligence o della mancata interpretazione di alcuni segnali raccolti durante la notte precedente l’assalto.

Secondo la ricostruzione del quotidiano israeliano, basata su un’inchiesta condotta per il libro Hostages: 843 Days of Abandonment dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Mohammed bin Zayed avrebbe parlato con Netanyahu per circa quarantacinque minuti, avvertendolo che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele. L’emiro avrebbe manifestato il timore che l’iniziativa di Hamas provocasse un bagno di sangue, destabilizzasse l’intera regione e compromettesse gli Accordi di Abramo. Netanyahu avrebbe risposto con relativa tranquillità, sostenendo che Israele era pronto e che l’eventuale operazione si sarebbe probabilmente concentrata in Cisgiordania. I vertici dell’esercito, del Mossad e dello Shin Bet affermano di non essere stati informati di quella telefonata. L’ufficio del primo ministro nega invece che la conversazione sia mai avvenuta e definisce la ricostruzione una menzogna assoluta; gli Emirati, per ora, non hanno commentato. Haaretz, Associated Press.

È dunque necessario resistere a due tentazioni opposte. La prima è trasformare immediatamente un’inchiesta giornalistica in una sentenza penale. La seconda è considerare irrilevante tutto ciò che non sia accompagnato da una fotografia del piano operativo di Hamas e dalla data dell’attacco scritta in rosso. Nel mestiere dell’intelligence gli avvertimenti quasi mai arrivano sotto forma di convocazioni notarili. Sono frammenti, confidenze, anomalie, improvvise interruzioni di contatti, mutamenti di linguaggio. Presi singolarmente possono apparire equivoci; messi insieme possono mostrare ciò che l’abitudine, l’arroganza o una convinzione politica impediscono di vedere. Ed è proprio qui che la vicenda diventa più inquietante. L’allarme attribuito al presidente emiratino non sarebbe nato dal nulla. Da mesi era attivo un canale riservato tra Israele e Hamas, autorizzato dallo stesso Netanyahu, attraverso il quale si discutevano una tregua temporanea e possibili accordi sui prigionieri. Nel settembre 2023 Sinwar avrebbe improvvisamente interrotto quei contatti, facendo arrivare attraverso un intermediario palestinese un messaggio minaccioso: stava preparando una grande sorpresa, uno zilzal, un terremoto.

Quella comunicazione sarebbe stata trasmessa anche allo Shin Bet. Ronen Bar ne avrebbe parlato telefonicamente con Netanyahu il 15 settembre e due giorni dopo si sarebbe svolta una riunione di sicurezza, conclusa senza decisioni operative. Il primo ottobre, inoltre, il capo dello Shin Bet avrebbe nuovamente proposto iniziative preventive contro i vertici di Hamas, compreso Sinwar. Netanyahu avrebbe chiesto la preparazione di piani da sottoporgli, senza assumere una decisione immediata. Secondo la stessa inchiesta, anche il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, avrebbe avvertito il premier che da Gaza poteva arrivare qualcosa di insolito e terribile. Netanyahu ha negato anche questa precedente ricostruzione. Nessuno di questi elementi, da solo, annunciava necessariamente l’apocalisse del 7 ottobre. Ma il problema è esattamente questo: i sistemi di sicurezza esistono per unire elementi che isolatamente sembrano insufficienti.

Il fallimento israeliano non fu soltanto la mancanza di un’informazione decisiva. Fu l’incapacità di mettere in discussione una convinzione divenuta dogma: Hamas era interessata a governare Gaza, a ricevere denaro, permessi di lavoro e concessioni economiche; poteva essere contenuta, comprata, amministrata. Sinwar era considerato feroce ma razionale, un terrorista diventato responsabile di governo e dunque prevedibile. Hamas mise in scena la propria moderazione perché sapeva che Israele desiderava crederci. Quella convinzione fu condivisa dall’intelligence, dall’esercito e da una parte considerevole dell’apparato politico. Lo Shin Bet e le Forze di difesa israeliane hanno riconosciuto enormi responsabilità professionali: informazioni non integrate, segnali sottovalutati, attività anomale interpretate attraverso una teoria ormai invecchiata. La loro autocritica, per quanto tardiva, è stata esplicita. Il rapporto interno dello Shin Bet ha ammesso che un comportamento differente dell’agenzia, negli anni precedenti e nella notte dell’attacco, avrebbe potuto impedire il massacro. Times of Israel. Ma una dottrina strategica non nasce spontaneamente in una stanza dei servizi segreti. Viene incoraggiata, premiata e trasformata in politica da chi governa.

Per anni Netanyahu ha presentato se stesso come l’uomo della sicurezza, il dirigente insostituibile capace di leggere il Medio Oriente meglio dei generali, degli avversari e degli alleati. La sua strategia consisteva nel contenere Hamas senza eliminarla, permettere l’ingresso dei finanziamenti del Qatar, concedere permessi di lavoro e ottenere in cambio periodi di relativa calma. Nel frattempo, Israele avrebbe potuto concentrarsi sull’Iran, sulla Cisgiordania e sulla normalizzazione con il mondo arabo, aggirando la questione palestinese. Questa politica non equivale, naturalmente, ad aver voluto il rafforzamento militare di Hamas. Ma ha contribuito a costruire l’illusione che Hamas fosse un problema gestibile e che la stabilità potesse essere acquistata a rate. Quando sono arrivati segnali contrari, l’apparato israeliano non li ha semplicemente analizzati male: li ha adattati alla teoria politica dominante. Se la telefonata di bin Zayed sarà confermata, la posizione di Netanyahu diventerà ancora più difficile. Non perché il premier avrebbe potuto dedurne automaticamente la data del 7 ottobre, ma perché un avvertimento proveniente dal presidente di uno dei principali partner arabi di Israele non è una voce raccolta in un mercato di Gaza. È un’informazione politica e strategica di primissimo livello. Anche dubitandone, un capo di governo responsabile avrebbe dovuto trasmetterla ai vertici della sicurezza, chiedere un riesame delle informazioni disponibili, riunire il gabinetto ristretto e pretendere una valutazione aggiornata della minaccia. Non averlo fatto sarebbe più di un errore di previsione. Sarebbe un fallimento nella circolazione dell’informazione al vertice dello Stato.

La rivelazione ha inoltre un significato particolare perché Netanyahu ha costruito la propria difesa sostenendo che, nelle ore precedenti l’assalto, i responsabili della sicurezza non lo avrebbero svegliato nonostante i segnali raccolti. È una linea difensiva politicamente formidabile: io non sapevo perché loro non mi dissero.

Ma se risultasse che, dieci giorni prima, era stato lui a ricevere un allarme di tale portata senza trasmetterlo ai responsabili della sicurezza, l’intera narrazione si rovescerebbe. La domanda non sarebbe più soltanto perché lo Shin Bet non svegliò Netanyahu la notte del 7 ottobre. Diventerebbe: perché Netanyahu non svegliò lo Stato dieci giorni prima? Non c’è bisogno di aderire alle dichiarazioni dell’opposizione, inevitabilmente condizionate dall’imminente confronto elettorale, per comprendere la gravità istituzionale della questione. Naftali Bennett ha sostenuto che la notizia sia vera, pur senza spiegare pubblicamente su quali elementi basi la propria certezza. Gadi Eisenkot ha accusato Netanyahu di avere ignorato numerosi avvertimenti. Sono dichiarazioni politiche, non prove. Ma pongono domande alle quali una democrazia non può rispondere con una conferenza stampa o con una smentita di quattro righe. Serve una commissione statale indipendente.

Non una commissione composta in modo da distribuire preventivamente le colpe tra maggioranza e opposizione. Non un tribunale politico incaricato di condannare Netanyahu prima di avere esaminato i documenti. Serve un organismo dotato dei poteri necessari per acquisire i registri delle comunicazioni, ascoltare bin Zayed e i funzionari emiratini, verificare il passaggio delle informazioni attraverso il canale palestinese, ricostruire le riunioni dello Shin Bet e stabilire che cosa sapessero il premier, i militari e i servizi. Netanyahu continua invece a opporsi alla creazione di una Commissione d’inchiesta di Stato., mentre numerosi dirigenti militari e dell’intelligence coinvolti nel fallimento hanno ammesso le proprie responsabilità o lasciato l’incarico. Il governo ha prospettato formule maggiormente controllate dal potere politico, contestate dalle opposizioni e dalle famiglie delle vittime. Times of Israel. È questa resistenza, più ancora delle accuse, a indebolire il primo ministro. Chi sostiene che la ricostruzione di Haaretz sia completamente falsa dovrebbe essere il primo a volere un’inchiesta indipendente capace di dimostrarlo. Quando invece il potere pretende di decidere chi debba indagarlo, il sospetto smette di essere un’arma dei suoi avversari e diventa una conseguenza del suo comportamento.

La reazione di Netanyahu alle ultime iniziative internazionali sulla Cisgiordania dimostra, del resto, quanto il premier continui a trasformare ogni contestazione delle proprie politiche in un attacco contro Israele. Il Regno Unito, insieme a Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia, ha sottoscritto una dichiarazione che apre la strada a restrizioni nazionali o europee sul commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani, considerati illegali dal diritto internazionale. Londra, Parigi e Ottawa hanno annunciato l’intenzione di introdurre specifici divieti nazionali, mentre gli altri firmatari si sono impegnati a sostenere o valutare misure analoghe. Nell’elenco, ancora una volta, non compare l’Italia. Il valore politico dell’iniziativa è probabilmente superiore al suo immediato effetto economico. Per la prima volta alcuni importanti alleati occidentali di Israele cercano di trasformare una condanna ripetuta per decenni in una conseguenza concreta: se gli insediamenti sono illegali, non è più possibile trattare i prodotti che vi vengono realizzati come se provenissero da una parte legittima e internazionalmente riconosciuta dello Stato israeliano. I dodici governi hanno denunciato il livello senza precedenti raggiunto dalle violenze dei coloni, l’espansione degli insediamenti e il progetto E1, destinato a spezzare ulteriormente la continuità territoriale palestinese. Hanno inoltre chiesto al governo israeliano di fermare l’avanzata delle colonie, perseguire i responsabili delle aggressioni e interrompere ogni azione assimilabile all’annessione delle terre palestinesi o allo sfollamento forzato della popolazione.

La risposta del governo Netanyahu è stata rabbiosa e sproporzionata. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, dopo essersi coordinato con il premier, ha definito la decisione britannica «moralmente distorta» e una sfacciata interferenza negli affari interni e nel processo elettorale israeliano. Israele ha quindi disposto la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, accreditato presso l’Autorità nazionale palestinese, l’esclusione del Regno Unito dalla missione di coordinamento per Gaza guidata dagli Stati Uniti, la sospensione dei programmi britannici di addestramento delle forze di sicurezza palestinesi e il divieto d’ingresso per alcuni esponenti politici del Regno Unito. Queste misure non colpiscono formalmente Israele, ma attività economiche legate a insediamenti costruiti al di fuori dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. Eppure il governo reagisce come se fosse stata violata la sovranità israeliana. È precisamente questa incapacità di distinguere Israele dalle colonie a mostrare quanto l’annessione della Cisgiordania sia già penetrata nella politica di Netanyahu. Se sanzionare un avamposto illegale equivale ad aggredire lo Stato, significa che quell’avamposto viene ormai considerato parte dello Stato. La furia diplomatica finisce così per confermare l’accusa che vorrebbe respingere.

Anche in questo caso il riflesso del premier è lo stesso: non rispondere nel merito, ma costruire intorno a sé una fortezza politica. L’inchiesta sul 7 ottobre diventa un complotto per abbattere il governo; la richiesta di accertare le responsabilità viene presentata come una vendetta delle opposizioni; le sanzioni contro i coloni diventano un’interferenza straniera nelle elezioni israeliane. Tutto concorre a trasformare Netanyahu da governante chiamato a rispondere delle proprie decisioni in vittima di un assedio interno e internazionale. È una strategia elettoralmente efficace, ma democraticamente pericolosa: perché quando ogni controllo viene descritto come un’aggressione, il potere finisce per considerare illegittima qualsiasi istituzione che pretenda di giudicarlo. Il 7 ottobre fu contemporaneamente un crimine di Hamas e un fallimento dello Stato israeliano. La responsabilità criminale del massacro appartiene ai terroristi che lo prepararono e lo eseguirono. La responsabilità di spiegare perché Israele non seppe impedirlo appartiene invece alle sue istituzioni. Confondere le due cose sarebbe sbagliato. Separarle è il primo dovere di una democrazia. Perché il vero scandalo non sarebbe avere ricevuto un’informazione incompleta. I governanti ne ricevono continuamente. Il vero scandalo sarebbe averla considerata incompatibile con la propria narrazione e averla lasciata fuori dalla stanza in cui lo Stato avrebbe potuto comprenderla. Per anni Netanyahu ha chiesto agli israeliani di fidarsi di lui perché vedeva pericoli che gli altri non vedevano. Ora deve spiegare perché, quando qualcuno cercò forse di mostrargli il pericolo più grande, fu proprio lui a non volerlo vedere.

Iscrizione Newsletter

Iscriviti subito alla nostra Newsletter per rimanere sempre informato!


Leave a Reply