Da Ocasio-Cortez a Renzi, passando per la Francia che informa direttamente i ventinovenni sulla possibilità di conservare i propri gameti: la procreazione assistita sta diventando una questione politica. Conservazione degli ovociti, accesso alle tecniche, costi, LEA e viaggi all’estero raccontano però un’Italia che sulla libertà riproduttiva continua ad arrivare in ritardo
C’è voluta Alexandria Ocasio-Cortez che raccontasse pubblicamente il proprio percorso per congelare gli ovociti perché un tema confinato per anni negli ambulatori dei ginecologi diventasse improvvisamente una questione politica. La deputata democratica americana, 36 anni, ha deciso di mostrare un passaggio estremamente personale della propria vita per spiegare qualcosa che riguarda milioni di donne: la fertilità ha un tempo biologico che non necessariamente coincide con quello professionale, economico, sentimentale e sociale nel quale oggi si costruisce una famiglia.
In Italia Matteo Renzi ha provato, attraverso una proposta lanciata sui social, a introdurre lo stesso argomento nel dibattito politico: consentire alle donne di accedere alla conservazione degli ovociti con il sostegno del sistema pubblico. Si può discutere sull’età indicata nella proposta – 38 anni rischiano di rappresentare una soglia già tardiva dal punto di vista biologico – ma sarebbe un errore fermarsi al dettaglio. Il punto politicamente interessante è un altro: trasformare la fertilità da destino biologico privato a tema di politica pubblica.
Ed è precisamente la discussione che in Italia continua a mancare.
O, più esattamente, che rimane confinata alle iniziative di alcune associazioni, a qualche proposta parlamentare e alle battaglie di chi da oltre vent’anni cerca di modificare la legge 40. Tra questi c’è soprattutto l’Associazione Luca Coscioni, che ha fatto della libertà riproduttiva uno dei terreni principali della propria iniziativa politica e giudiziaria.
Perché dietro l’espressione tecnica “procreazione medicalmente assistita” si nascondono almeno quattro questioni differenti: la possibilità di conservare la propria fertilità, il diritto di accedere alla PMA, la capacità economica di permettersela e, infine, il paradosso di uno Stato che vieta alcune possibilità ai propri cittadini sapendo perfettamente che chi dispone del denaro necessario attraverserà semplicemente una frontiera per ottenerle.
1. Conservare gli ovociti significa conservare una possibilità
Il primo equivoco riguarda il cosiddetto social freezing. Congelare gli ovociti non significa rinviare indefinitamente la maternità e neppure acquistare un’assicurazione contro l’infertilità. Significa preservare oggi alcuni ovociti perché possano eventualmente essere utilizzati domani.
La distinzione è fondamentale.
L’età femminile rimane infatti uno dei principali fattori che determinano la fertilità. Per questo la discussione sull’età alla quale proporre la crioconservazione non può essere esclusivamente politica. Deve essere innanzitutto scientifica. Se una politica pubblica vuole davvero offrire alle donne una possibilità in più, deve intervenire quando quella possibilità conserva una ragionevole efficacia biologica, accompagnandola con informazione corretta e consulenza medica.
Ed è qui che il confronto con la Francia diventa quasi impietoso.
Con la legge sulla bioetica del 2021 Parigi ha autorizzato l’autoconservazione dei gameti anche senza una motivazione medica. Per le donne il prelievo degli ovociti può essere effettuato a partire dal ventinovesimo compleanno e prima del trentasettesimo. Non occorre dunque avere un tumore, essere sottoposte a una terapia potenzialmente dannosa per la fertilità o dimostrare l’esistenza di una patologia: è sufficiente voler preservare una possibilità riproduttiva futura.
Ma la Francia ha compiuto un passo ulteriore, forse ancora più interessante dal punto di vista politico.
Nel 2026 il governo francese ha annunciato una comunicazione destinata ai francesi che raggiungono i 29 anni per informarli sulle possibilità di preservazione della fertilità. Il principio è semplice: informare le persone quando l’informazione può ancora essere realmente utile, evitando che la consapevolezza della diminuzione della fertilità arrivi quando le possibilità biologiche sono già molto ridotte.
In Francia, insomma, lo Stato non dice ai cittadini quando devono avere un figlio. Dice loro che il tempo biologico esiste e mette a disposizione strumenti per conoscerlo e, in determinate condizioni, provare a governarlo.
È una politica demografica fondata sull’informazione anziché sull’esortazione.
Ed è forse questa la lezione più interessante per l’Italia. Perché da noi la politica continua a parlare moltissimo di natalità e pochissimo di fertilità. Distribuiamo bonus, discutiamo di assegni familiari, organizziamo convegni sulla denatalità, invochiamo continuamente la necessità di fare più figli, ma raramente affrontiamo il problema elementare che precede tutti gli altri: mettere le persone nelle condizioni di poterli avere quando decidono di averli.
Eppure una proposta italiana esiste.
Alla Camera è stata depositata la proposta di legge A.C. 2652, a prima firma del deputato del Partito Democratico Gian Antonio Girelli insieme a Silvio Lai e Ubaldo Pagano, che propone di rendere accessibile attraverso il sistema pubblico la preservazione della fertilità, prevedendo la crioconservazione degli ovociti per le donne tra 27 e 37 anni.
Non siamo quindi davanti a un’assenza di idee. Siamo davanti alla più classica delle situazioni italiane: le proposte esistono, ma manca la decisione politica di trasformarle in una politica nazionale.
La crioconservazione non promette un figlio. Offre una possibilità.
Ed è precisamente sulla possibilità di scegliere che dovrebbe intervenire una politica liberale.
2. PMA per tutti: vent’anni di battaglie contro la legge 40
Su questo terreno la posizione più radicale e coerente è probabilmente quella dell’Associazione Luca Coscioni, che da oltre vent’anni combatte le limitazioni della legge 40 del 2004.
Molti dei divieti contenuti nell’impianto originario della legge sono caduti nel corso degli anni attraverso le decisioni della Corte costituzionale. Ma un confine fondamentale è rimasto: l’articolo 5 continua a riservare l’accesso alle tecniche alle coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, escludendo quindi le donne single e le coppie formate da due donne.
La Coscioni chiede esplicitamente di superarlo.
La campagna “PMA per tutte” parte da un principio molto semplice: se la procreazione medicalmente assistita costituisce uno strumento medico attraverso il quale una persona può realizzare il proprio progetto familiare, l’accesso non dovrebbe dipendere dallo stato civile o dall’orientamento della coppia.
Nel maggio 2026 l’Associazione ha depositato alla Camera oltre 45 mila firme raccolte per chiedere la modifica della legge 40 e ha annunciato la costituzione di un comitato promotore per arrivare a una proposta di legge di iniziativa popolare.
Ma l’argomento più interessante utilizzato dalla Coscioni riguarda proprio il rapporto tra discriminazione giuridica e discriminazione economica.
Una donna single italiana non può accedere in Italia alla PMA con il seme di un donatore. Una coppia composta da due donne incontra lo stesso ostacolo. Ma quelle stesse persone possono andare in un altro paese europeo, sottoporsi legalmente al trattamento e tornare in Italia.
Il divieto, quindi, non impedisce realmente quella scelta.
Decide semplicemente chi può permettersela.
Ed è precisamente la denuncia dell’Associazione Luca Coscioni: chi dispone delle risorse economiche necessarie supera la legge 40 attraversando una frontiera; chi non dispone di quelle risorse rimane escluso.
La questione della PMA diventa così qualcosa di più grande della contrapposizione tra progressisti e conservatori.
Diventa una questione di uguaglianza.
Perché se una pratica medica è lecita quando viene utilizzata da una coppia eterosessuale e diventa vietata quando a richiederla è una donna single o una coppia di donne, non è più la tecnologia medica a essere giudicata.
È la biografia del paziente.
3. La PMA nei LEA: quando un diritto diventa davvero esigibile
Poi ci sono i soldi.
Ed è qui che negli ultimi anni è avvenuta una trasformazione importante che spesso il dibattito politico italiano non ha ancora pienamente metabolizzato: la PMA è entrata nei Livelli essenziali di assistenza.
Non è una modifica burocratica.
È un cambiamento politico.
Inserire una prestazione nei LEA significa affermare che quella prestazione non deve dipendere esclusivamente dalla capacità economica individuale o dalla disponibilità di una determinata Regione, ma deve rientrare tra le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire secondo le condizioni previste.
Con l’entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario, le tecniche di PMA omologa ed eterologa sono diventate prestazioni erogabili nell’ambito del Servizio sanitario nazionale. Il quadro nazionale prevede l’accesso alle tecniche entro i limiti anagrafici e clinici previsti dalla normativa.
È un passaggio enorme.
Perché per anni la PMA italiana è stata anche una gigantesca lotteria geografica: prestazioni, costi, ticket, limiti e disponibilità potevano cambiare significativamente passando da una Regione all’altra.
Ma inserire una prestazione nei LEA non significa automaticamente aver risolto ogni problema.
Ed è proprio su questo punto che interviene nuovamente l’Associazione Luca Coscioni.
La sua battaglia riguarda oggi anche il completamento delle prestazioni effettivamente garantite dal sistema pubblico. In particolare, l’Associazione chiede che venga assicurata nei LEA anche la diagnosi genetica preimpianto, con tariffe adeguate che permettano ai centri pubblici di effettuarla concretamente e senza discriminazioni territoriali.
È una distinzione decisiva.
Perché esiste un diritto scritto sulla Gazzetta Ufficiale ed esiste il diritto che una persona riesce concretamente a esercitare entrando in un ospedale.
Tra i due possono esserci una lista d’attesa, un centro che non offre una determinata tecnica, una tariffa insufficiente, una Regione più organizzata di un’altra o centinaia di chilometri da percorrere.
L’obiettivo dovrebbe allora essere quello di costruire finalmente un diritto nazionale alla medicina riproduttiva, nel quale l’accesso alle prestazioni essenziali non cambi con il codice di avviamento postale.
Ed è qui che il tema dei LEA incontra quello della crioconservazione degli ovociti.
Se accettiamo il principio che la PMA possa essere una prestazione sanitaria garantita dal sistema pubblico, diventa perfettamente legittimo discutere se anche la preservazione non medica della fertilità debba, entro limiti di età scientificamente ragionevoli, entrare nella stessa logica.
È precisamente ciò che propone il progetto di legge del PD.
La domanda non è quindi se lo Stato debba garantire a qualcuno un figlio – cosa che nessuna tecnica medica potrebbe promettere – ma se debba garantire un accesso equo alle possibilità che la medicina contemporanea mette a disposizione.
4. Il diritto che dipende dal conto corrente
Rimane infatti un problema fondamentale.
Anche quando una tecnica esiste, anche quando è legalmente consentita e persino quando rientra nel sistema pubblico, accessibilità teorica e accessibilità reale possono essere molto diverse.
La PMA può richiedere visite, farmaci, stimolazione ovarica, prelievo degli ovociti, fecondazione in vitro, conservazione e trasferimento degli embrioni. Spesso un tentativo non è sufficiente.
Lo stesso vale per il social freezing.
Ed emerge un paradosso sociale quasi perfetto: le condizioni economiche che inducono molte donne a rinviare la maternità sono spesso le stesse che rendono più difficile pagare privatamente gli strumenti necessari per preservare la fertilità.
Una donna di trent’anni con un lavoro precario, un affitto elevato e nessuna certezza sulla propria vita professionale ha probabilmente più ragioni per rimandare la maternità di una coetanea economicamente stabile. Ma è anche quella che avrà maggiori difficoltà a spendere migliaia di euro per congelare i propri ovociti.
La medicina amplia la libertà.
Ma se quella medicina è accessibile soltanto a chi può pagarla, amplia contemporaneamente la disuguaglianza.
Ed è proprio qui che la discussione sui LEA assume un significato che va oltre la sanità.
Un Servizio sanitario pubblico non può eliminare la disuguaglianza biologica né garantire il successo di una gravidanza, ma può impedire che l’accesso alle tecniche dipenda esclusivamente dalla capacità di spesa.
La PMA è quindi anche un caso esemplare di ciò che significa rendere sostanziale un diritto: non basta che una procedura sia consentita dalla legge, occorre che sia concretamente accessibile.
5. Il turismo della PMA: vietato ai poveri, consentito ai ricchi
Ed eccoci alla conseguenza più evidente del sistema: il turismo procreativo.
La definizione più corretta sarebbe cross-border reproductive care: persone che attraversano una frontiera per accedere a trattamenti riproduttivi non disponibili, non accessibili oppure troppo costosi nel proprio paese.
Per l’Italia il fenomeno assume però un significato particolare.
Le limitazioni previste dalla legge 40 spingono infatti una parte degli italiani verso paesi nei quali l’accesso alla PMA è regolato in maniera differente.
Spagna, Francia, Belgio e altri paesi europei diventano così la soluzione pratica a un limite italiano.
Ed emerge una delle contraddizioni più antiche del proibizionismo: il divieto non elimina il comportamento, seleziona economicamente chi può permetterselo.
È esattamente il punto sul quale insiste l’Associazione Luca Coscioni nella sua campagna per estendere l’accesso alla PMA alle donne single e alle coppie dello stesso sesso.
Chi possiede denaro, informazioni, tempo e possibilità di viaggiare può attraversare la frontiera normativa. Chi non li possiede rimane sottoposto al divieto.
A quel punto il confine non separa più ciò che è moralmente consentito da ciò che è vietato.
Separa semplicemente chi può pagare da chi non può farlo.
Ed è forse qui che la legge 40 mostra più chiaramente tutta la propria età politica. Una legge nata per fissare un confine etico finisce, vent’anni dopo, per produrre soprattutto un confine economico.
Lo Stato vieta in Italia ciò che sa perfettamente che una parte dei propri cittadini farà legalmente in Spagna, Francia o Belgio.
La differenza è soltanto che per farlo bisogna avere denaro.
La politica che parla di figli ma non di fertilità
Mettendo insieme tutti questi elementi, emerge una contraddizione italiana difficile da ignorare.
Ocasio-Cortez rende pubblico il proprio congelamento degli ovociti e trasforma una scelta personale in una discussione politica. Matteo Renzi rilancia il tema in Italia. Il Partito Democratico ha depositato una proposta per rendere accessibile la crioconservazione degli ovociti tra 27 e 37 anni. L’Associazione Luca Coscioni combatte da oltre vent’anni per superare le discriminazioni della legge 40 e oggi chiede una “PMA per tutte”. La PMA omologa ed eterologa è finalmente entrata nel sistema dei LEA.
E dall’altra parte delle Alpi la Francia scrive ai suoi ventinovenni per spiegare loro che la fertilità non è infinita e che esistono strumenti per provare a preservarla.
I pezzi del puzzle, dunque, ci sono già tutti.
Manca una politica capace di metterli insieme.
Perché non possiamo discutere seriamente di denatalità senza parlare dell’età alla quale uomini e donne riescono a costruire una famiglia. Non possiamo parlare di libertà femminile senza parlare della conservazione della fertilità. Non possiamo parlare di uguaglianza senza affrontare i costi della PMA. Non possiamo inserire la procreazione assistita nei LEA e contemporaneamente accettare che l’accesso concreto alle tecniche continui a dipendere troppo dalla Regione nella quale si vive. E soprattutto non possiamo fingere che i divieti italiani impediscano comportamenti che una frontiera europea rende perfettamente possibili poche ore dopo.
La domanda, alla fine, è sorprendentemente semplice.
Vogliamo che la medicina riproduttiva rimanga una possibilità determinata dal modello familiare, dal reddito, dal luogo di residenza e dalla capacità di andare all’estero oppure vogliamo considerarla una delle nuove libertà rese possibili dalla medicina?
Nessuno Stato può promettere un figlio.
Ma uno Stato moderno può fare qualcosa di molto meno ambizioso e molto più importante: informare prima che sia troppo tardi, garantire l’accesso alle cure, ridurre le disuguaglianze economiche e lasciare alle persone la libertà di decidere.
La Francia ha scelto di cominciare da una lettera spedita a ventinove anni.
L’Italia ha già proposte di legge, battaglie civili, sentenze e perfino nuovi LEA.
Adesso dovrebbe semplicemente trasformare tutti questi pezzi in una politica.
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