I funerali quasi di Stato riservati in Serbia a Ratko Mladić mostrano come il nazionalismo possa trasformare un criminale in eroe e la religione in strumento di assoluzione collettiva. Quando la fede viene asservita all’identità nazionale, persino la croce rischia di diventare il simbolo dei carnefici anziché delle loro vittime.

Ci sono immagini che non documentano soltanto un funerale, ma rivelano la malattia morale di una nazione. A Belgrado migliaia di persone hanno reso omaggio alla bara di Ratko Mladić, avvolta nella bandiera serba, vegliata da uomini in uniforme e accompagnata dagli onori riservati agli eroi. Il governo aveva mandato un aereo di Stato a recuperare il corpo all’Aia; esponenti delle istituzioni hanno partecipato alle esequie e il patriarca della Chiesa ortodossa serba, Porfirije, ha presieduto personalmente il rito funebre. Formalmente non sono stati funerali di Stato. Sostanzialmente gli somigliavano abbastanza da rendere la distinzione quasi offensiva.

Ma l’immagine più disturbante non era quella delle uniformi, delle bandiere o delle autorità presenti. Era quella della gente che si faceva il segno della croce davanti al feretro, con la devozione che si riserva alle reliquie di un santo o alla salma di un martire. Naturalmente, nel rito cristiano ci si segna davanti a ogni bara e ogni morto ha diritto a una preghiera. Il problema non è il gesto religioso in sé. È ciò che quel gesto diventava dentro una cerimonia costruita come una glorificazione pubblica: non una preghiera per un peccatore, ma una specie di assoluzione collettiva; non la pietà per un defunto, ma la venerazione di un simbolo nazionale.

Sotto quella bandiera non giaceva semplicemente un generale sconfitto. C’era un uomo condannato definitivamente all’ergastolo da un tribunale internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi di guerra. C’era il comandante delle forze serbo-bosniache responsabili del massacro di circa ottomila uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica. C’era uno dei principali responsabili dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, durante il quale la popolazione civile venne sottoposta al tiro dell’artiglieria e dei cecchini. Non si tratta di una versione occidentale della storia, di una vendetta dei vincitori o di una controversia tra memorie contrapposte. Sono fatti stabiliti da una sentenza, confermata in appello nel 2021. Meccanismo internazionale delle Nazioni Unite per i tribunali penali

Mladić non è stato sepolto come un uomo che aveva commesso crimini mostruosi. È stato accompagnato come un uomo che li aveva commessi “per noi”. Ed è precisamente in quelle due parole che nasce ogni nazionalismo criminale.

Il nazionalismo non nega sempre il delitto. Spesso compie un’operazione più sottile: cambia il soggetto morale della frase. Non domanda più se una cosa sia giusta o sbagliata, ma se sia stata utile alla nostra gente. Le vittime scompaiono e al loro posto compare la comunità minacciata. Il carnefice diventa un difensore, l’aggressione una reazione, la pulizia etnica una necessità storica. Se poi a questa manipolazione si aggiunge la religione, la menzogna politica riceve una consacrazione superiore: la patria non è più soltanto una terra, ma una terra santa; il popolo non è più una comunità politica, ma una comunità eletta; il nemico non è più un avversario, ma un profanatore. È così che la fede viene sequestrata dall’identità. La religione, che dovrebbe giudicare il potere, viene arruolata per assolverlo. La croce, che nel cristianesimo rappresenta il supplizio di un innocente, viene collocata sulla bara di chi ha mandato a morte migliaia di innocenti. Il simbolo della vittima viene trasformato nel distintivo del carnefice.

Non è una colpa esclusivamente serba e non è una patologia propria dell’ortodossia. Sarebbe troppo comodo liquidarla come l’ennesima anomalia balcanica. Il meccanismo ritorna ovunque una comunità religiosa smette di considerarsi una comunità di credenti e comincia a immaginarsi come il corpo mistico della nazione. Accade quando il cristianesimo viene utilizzato per stabilire chi appartenga davvero all’Occidente e chi debba esserne escluso. Accade quando l’ortodossia diventa la giustificazione spirituale di un’espansione imperiale. Accade quando l’induismo viene trasformato in un criterio di cittadinanza e l’islam in un programma totalitario. Accade quando il messianismo religioso pretende di convertire una promessa biblica in un titolo di proprietà politica e di subordinare i diritti degli altri a un disegno provvidenziale. Le fedi sono diverse, ma la truffa è sempre la stessa: presentare come volontà di Dio ciò che è soltanto volontà di dominio degli uomini. Il fanatismo religioso non nasce da un eccesso di fede, bensì dalla sostituzione della fede con l’identità. Credere significa riconoscere una legge morale superiore a noi. Il fanatico compie il percorso opposto: attribuisce a Dio i propri rancori, i propri confini e le proprie ambizioni. Non obbedisce a una verità che lo trascende; obbliga il cielo a convalidare la sua politica. Per questo il nazionalismo religioso non conosce autentico pentimento. Ammettere il crimine significherebbe macchiare la nazione, e macchiare la nazione significherebbe contraddire il mito della sua elezione.

La Serbia avrebbe potuto utilizzare la morte di Mladić per affrontare finalmente il proprio passato. Avrebbe potuto concedergli un funerale privato, rispettare il dolore della famiglia e, contemporaneamente, ribadire senza ambiguità la verità giudiziaria e storica sui suoi crimini. Avrebbe potuto dire che un morto conserva la propria dignità umana, ma una nazione conserva la propria dignità soltanto se non confonde la pietà con l’apologia. Ha scelto invece la scenografia dell’eroe: l’aereo governativo, la bandiera, le uniformi, la sciabola, la folla, il patriarca. Ha scelto di proteggere ancora una volta il mito perché il mito è politicamente più utile della verità. La Commissione europea, già prima delle esequie, aveva denunciato da tempo la lentezza della Serbia nel perseguire i crimini di guerra e il clima di pressione contro chi contesta la glorificazione dei condannati. Il funerale non è quindi un incidente isolato, ma il culmine simbolico di una rimozione mai davvero terminata. Commissione europea

Aleksandar Vučić conosce bene il valore politico di questa ambiguità. La Serbia può proclamare la propria aspirazione europea e contemporaneamente alimentare la nostalgia nazionalista; può trattare con Bruxelles e strizzare l’occhio a Mosca; può dichiarare di rispettare le sentenze internazionali senza pretendere che la società ne accetti il significato morale. È la politica del doppio binario: l’Europa come destinazione economica, il vittimismo nazionale come carburante elettorale. Ma non si entra davvero in Europa soltanto armonizzando regolamenti, aprendo capitoli negoziali o ricevendo fondi. L’Europa politica nasce anche dal rifiuto del culto dei propri carnefici. La Germania non è diventata una democrazia perché ha smesso di essere tedesca, ma perché ha accettato che nessuna identità nazionale potesse prevalere sulla responsabilità individuale e sulla memoria delle vittime. Non esiste riconciliazione senza questa frattura: il momento nel quale una comunità smette di domandare che cosa “i nostri” abbiano fatto per noi e comincia a domandare che cosa abbiano fatto agli altri. È qui che il segno della croce davanti alla bara di Mladić acquista il suo significato più inquietante. Quelle persone non stavano soltanto salutando un morto. Molte stavano difendendo una narrazione nella quale il proprio popolo può essere soltanto vittima o eroe, mai colpevole. E quando una nazione si dichiara incapace di colpa, diventa anche incapace di giustizia.

Il compito di una Chiesa, davanti a un simile passato, non dovrebbe essere quello di aggiungere incenso al mito nazionale. Dovrebbe essere quello assai più difficile di pronunciare la parola che la politica teme: peccato. Pregare per Mladić sarebbe stato cristiano. Trasformarlo nel “generale Mladić”, nel soldato esemplare accolto dal patriarca e onorato dalle istituzioni, significa invece offrire una liturgia all’amnesia. La fede autentica non santifica una nazione. La obbliga a guardare le proprie colpe. Non benedice automaticamente i suoi eserciti. Ricorda che anche il nemico possiede un volto, un nome e una dignità. Non promette l’innocenza collettiva, ma esige la responsabilità personale. Proprio per questo i nazionalisti hanno bisogno dei simboli religiosi, ma temono profondamente il loro significato.

Davanti alla bara di Ratko Mladić ci si poteva certamente fare il segno della croce. Ma, se quella croce avesse conservato il proprio senso, avrebbe dovuto ricordare prima di tutto gli ottomila morti di Srebrenica, i civili di Sarajevo, le famiglie distrutte e le fosse comuni. Avrebbe dovuto indicare le vittime, non incoronare il loro carnefice.

Il vero scandalo di Belgrado non è stato che migliaia di persone abbiano pregato per un morto. È stato che uno Stato, una Chiesa e una folla abbiano quasi trasformato il funerale di un condannato per genocidio nella celebrazione di una nazione incapace di pentirsi. E una nazione che consacra i propri carnefici non sta soltanto falsificando il passato. Sta preparando moralmente la possibilità che qualcuno, un giorno, torni a imitarli.

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