Manodopera in fuga, raffinerie colpite, inflazione e bilanci divorati dalla guerra: dietro la potenza ostentata dal Cremlino, la Russia mostra crepe sempre più profonde. E Putin reagisce rilanciando la minaccia ibrida e nucleare.
A.A.A.: Cercasi lavoratori e militi.
Le statistiche ufficiali, tanto più in un’autocrazia-dittatura come la Russia e tanto più nel corso di una guerra dall’inaspettato decorso negativo, vanno prese con le pinze. Nella migliore delle ipotesi i dati sono edulcorati, nella peggiore sono del tutto inaffidabili. Fatta questa premessa, tolta la crescita che continuano a presentare le attività produttive legate alla difesa (che però inducono una crescita “drogata” dell’economia), è sempre più difficile per Putin e i suoi fedelissimi nascondere le magagne crescenti dell’economia del paese più vasto del mondo.
Una prima palla al piede è rappresentata dalla grave carenza di manodopera. Si tratta di una crisi che in parte viene da lontano, in quanto dovuta a un declino demografico che la dice lunga sulle condizioni sociali e sanitarie russe. Ma a questo handicap l’“operazione militare speciale” voluta dal satrapo del Cremlino ne ha aggiunti un paio d’altri.
Innanzitutto, c’è il massiccio reclutamento di giovani, più o meno forzato o comunque incentivato, per infoltire le truppe necessarie a portare avanti la guerra all’Ucraina. Attualmente l’esercito russo conta su circa 2,4 milioni di uomini, con un tasso di sostituzione piuttosto alto: fra morti, feriti, dispersi e disertori le perdite dal fatidico 24 febbraio 2022 ammontano a circa 1,3 milioni. L’arruolamento avviene oggi in particolare nelle regioni più povere dell’Est, come la Siberia (77 per cento del territorio russo), dove la promessa di “lauti” stipendi e premi, oltre alla non consapevolezza dei reali pericoli, consente una leva più consistente.
Si stima che le perdite mensili dell’esercito di Mosca sul fronte ucraino (morti, feriti e dispersi) ammontino a 30-35mila uomini al mese. Secondo alcune fonti, molte famiglie povere, che speravano di consolarsi almeno in parte della perdita dei loro cari in battaglia incassando i risarcimenti promessi in caso di morte all’atto del loro ingaggio, vengono beffate perché spesso i loro deceduti vengono etichettati come “disertori”, per i quali non è previsto alcun indennizzo. La carenza di manodopera è ulteriormente aggravata dalla fuga dalla Russia di molti giovani, soprattutto fra quelli maggiormente scolarizzati: sono molte decine di migliaia solo quelli che hanno attraversato il confine con la Georgia dallo scoppio della guerra con l’Ucraina in poi.
In questo quadro non deve stupire che la disoccupazione sia pressoché inesistente, “frizionale” come si dice, ma nel caso russo questo non è affatto un sintomo di buona salute dell’economia.
L’energia va scemando.
Oltre ai settori che producono per la difesa, fino a qualche tempo fa a risollevare parecchio la disastrata economia russa era il ramo energetico. Le grandi riserve di idrocarburi e le numerose raffinerie erano una panacea per la bilancia commerciale di Mosca. Putin poteva pensare di essere in grado, con questo asso, di vincere qualsiasi partita. In più una situazione mondiale di diffusa belligeranza tendeva a far lievitare i prezzi dei combustibili e quindi a incrementare le entrate.
Ma l’asso di ori è stato per così dire sopraffatto da quello di bastoni: l’annunciata blitzkrieg per la conquista dell’Ucraina si è via via rivelata una palude peggiore di quanto erano state quelle vietnamite per gli Usa negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Anche per altre circostanze (conflitto Usa-Iran, “conquista” trumpiana del Venezuela) i prezzi di greggio, gas, ecc. ballano come non mai. Il gas russo, che prima aveva un mercato sicuro e ricco in Europa, ora causa sanzioni ha difficoltà ad essere collocato, sia pure a prezzi inferiori (un gasdotto non si improvvisa).
Fondamentale, inoltre, è il fatto che la controffensiva ucraina ha via via affinato la propria capacità di colpire con droni sofisticati cuore e arterie del settore energetico del nemico, intesi come raffinerie ed altre attività produttive strategiche (porti, navi cisterna). Le «sanzioni a lungo raggio», come le chiama Zelensky (i droni di Kyiv sono arrivati fin quasi a duemila chilometri di distanza dal confine ucraino), hanno messo fuori uso alcuni dei maggiori impianti di raffinazione e una buona fetta della capacità di trattare il petrolio è andata a farsi benedire. Secondo la Reuters si sarebbe ridotta a 700mila barili giornalieri, contro i 6 milioni del 2021. Rimettere in funzione le raffinerie, peraltro, è impresa pressoché impossibile in tempi ragionevoli perché richiederebbe l’acquisto di componenti industriali di produzione straniera, in parte sottoposte a embargo.
Colmo dei colmi, quindi, uno dei maggiori produttori mondiali di greggio a causa delle sanzioni è costretto a venderlo a prezzi scontati a Cina e India e a importare per i consumi interni costosa benzina. Fra l’altro la Russia non dispone di scorte significative, non ha mai ritenuto che potessero esserle necessarie: raffinava quel tanto che richiedeva la domanda interna di benzina. Ora che molte delle più grandi raffinerie sono state colpite dai droni, il carburante che può raggiungere le stazioni di servizio non è più sufficiente. La benzina disponibile viene ormai distribuita a prezzi stratosferici, mai visti prima in Russia, Col risultato, per ora, di vedere il propellente razionato severamente dappertutto e talvolta proprio irraggiungibile (in Crimea, mentre scriviamo, la vendita di benzina per usi civili è stata addirittura sospesa, anche perché gli ucraini hanno sabotato i percorsi di rifornimento della penisola con la Grande Madre Russia, forniture che erano anche essenziali per proseguire l’offensiva verso Odessa).
Nel paese dagli 11 fusi orari si segnalano un po’ dappertutto lunghe file ai distributori. Tempi di attesa che talvolta non si misurano in ore ma in giorni, e financo commercio dei posti nella fila più vicini alle pompe. Addirittura, nelle immagini trasmesse dalla tv moscovita di una recente visita di Putin in Siberia (forse il posto più sicuro che gli è rimasto), i cartelli con i prezzi della benzina, esposti accanto alle pompe, sono stati oscurati per evitare commenti sgradevoli. Inutile aggiungere che sono diminuite sostanzialmente le cospicue entrate fiscali legate alla vendita di idrocarburi, proprio quando la spesa pubblica per armamenti si è fatta più ingorda.
Un altro ganglio vitale raggiunto di recente dai droni di Kyiv è costituito dagli immensi depositi di merci di Wildberries, l’Amazon russa. L’Ucraina ne ha colpiti e distrutti il 70 per cento fra i più grandi, probabilmente altri ne seguiranno. Si tratta di bersagli che, come la benzina mancante e forse ancor più, rendono esplicito a strati sempre più ampi della popolazione russa che l’“operazione militare speciale” sta ormai producendo danni crescenti nel “cortile di casa”.
La crisi fiscale dello Stato putiniano.
Quanto ricordato fin qui ha contribuito ad alimentare l’inflazione, benché le statistiche ufficiali minimizzino, si stima che l’aumento dei prezzi si collochi fra il 7 e il 10 per cento. La fame di manodopera ha fatto crescere le retribuzioni; la fame di armamenti e in genere le spese della difesa hanno contribuito a stimolare una domanda che, trovando difficoltà ad essere soddisfatta, fa salire i prezzi. Last but not least, le sanzioni contro la Russia, decise dopo il 24 febbraio 2022 dall’Unione europea e da altri paesi, hanno dato il loro contributo a rendere più costosi una serie di beni per i quali l’import substitution è pressoché impossibile. Ad esempio Mosca non può fare a meno di importare microprocessori e altri componenti tecnologici. Deve rivolgersi a mercati più lontani e costosi che in passato, anche acquistando prodotti di assai minore qualità oltre che di maggior prezzo.
Il complesso di fattori accennato non tende solo a provocare un pesante effetto inflattivo bensì causa più propriamente una stagflation (stagnazione più inflazione). Infatti la Banca centrale della Federazione, guidata da ben tre mandati dall’accorta Elvira Nabiullina, è costretta a tenere alto il tasso di sconto (che ha raggiunto livelli del 17-21 per cento) per contenere la crescita dei prezzi (ma non può farlo ad libitum, Putin non potrebbe sopportare che la “sua” economia venisse strangolata).
Naturalmente Nabiullina cerca di esercitare una moral suasion nei confronti del presidente russo ma alla fine deve chinare il capo: l’autonomia dell’istituto di emissione di via Neglinnaya non è paragonabile a quella delle banche centrali occidentali. Alla fine, Nabiullina deve chinare il capo, o per meglio dire inchinarsi al Capo. Ad esempio, consentendo uno smisurato aumento del contante in circolazione che certo non giova al governo dei prezzi.
Fra gli effetti rilevanti di queste politiche monetarie un po’ schizofreniche vi è un massiccio ritorno all’uso del contante in un paese dove ormai da molti anni era praticamente scomparso del tutto, comunque assai più che nella maggioranza degli Stati occidentali, sostituito dalla moneta elettronica. «Quasi il 15 per cento dei russi preferisce ormai conservare i propri risparmi esclusivamente in banconote» rilevava sorprendentemente un paio di mesi fa il “Moskovsky Komsomolets”. La medesima pubblicazione calcolava che a primavera i risparmi totali detenuti in banconote ammontassero a oltre il 9 per cento del Pil e concludeva che si stava tornando all’epoca dei «soldi sotto al materasso». Se questo è il comportamento che si diffonde tra la gente più o meno comune, i più ricchi, i cosiddetti oligarchi, sembra abbiano ricominciato da tempo a spostare parte dei loro capitali all’estero utilizzando le criptovalute.
L’opinione sulle prospettive economiche tra gli addetti ai lavori più coraggiosi (e in Russia di coraggio per parlare schietto ce ne vuole molto) è incontrovertibile. Andrei Klepach, per una dozzina d’anni capo economista della Veb, seconda banca russa, e prima viceministro, in un recente discorso a un Club di colleghi banchieri ha detto fra l’altro: «Stiamo perdendo la competizione sia economica che tecnologica nel mondo. La stiamo perdendo non solo contro Cina e Stati Uniti, ma in qualche modo anche contro l’Ucraina… Ci culliamo nell’illusione che in Ucraina tutto crollerà, ma non è successo e non succederà e intanto i costi per noi aumentano… sono quasi certo che andremo incontro a una crisi sociale che eromperà quando nessuno se l’aspetta». Dopo che le opinioni di Keplach sono state riportate dal “Moscow Times” l’economista è stato licenziato (forse si dovrebbe dire: per ora è stato solo licenziato). Ma le opinioni del neodisoccupato sono condivise da altri banchieri e oligarchi, anche se espresse con parole più diplomatiche.
Alcuni recenti provvedimenti economici di Putin indicano chiaramente che anche il despota russo si sta preoccupando per la deriva economica del suo paese. Così, ad esempio, ha tenuto di recente un incontro riservato con i maggiori oligarchi e li ha “invitati” (dubito che si possa dire “gentilmente”) a versare contributi miliardari al disastrato bilancio dello Stato. Di sicuro con “entusiasmo”, personaggi come Suleiman Kerimov, uno degli uomini più ricchi del mondo, o come Vladimir Potanin e Oleg Deripaska, hanno immediatamente e “volontariamente” sborsato circa 5 miliardi di euro, secondo la stima della rivista “Expert”. Non solo: il sanguinario inquilino del Cremlino ha decretato che le imprese strategiche del suo paese potevano/dovevano provvedere a difendersi da sole dagli attacchi sempre più micidiali dei droni ucraini che ormai arrivano dappertutto. Quindi le maggiori società private hanno cominciato ad acquistare a loro spese radar, missili, droni e quant’altro. «Un esercito in outsourcing», ha scritto sulla “Stampa” Anna Zafesova. «Una tassa non ufficiale» hanno commentato altri, per alleggerire almeno in parte a spese dei privati il disavanzo enorme della Difesa.
Operazione speciale, soprattutto nei costi.
Quasi 8 miliardi di euro ogni dieci giorni, con tendenza all’aumento. Tanto costa alla Russia la “campagna d’Ucraina”, all’incirca il medesimo ammontare del bilancio annuale di una regione russa di media grandezza, secondo le stime di Zafesova. Nel complesso le spese di Mosca per la difesa, sfondando ogni previsione, si stanno avvicinando alla metà del totale delle uscite pubbliche. In quattro anni e mezzo l’“operazione militare speciale” di Putin è costata al paese del dittatore ben oltre 600 miliardi di euro. Le spese militari sono salite del 69 per cento rispetto al 2024, il 129 per cento in più dal 2023 e 4,6 volte dal 2022 (Zafesova). Ogni obiettivo annunciato di contenimento è fallito e nel 2026 il deficit del bilancio statale si avvia a diventare il doppio di quello previsto.
Com’è noto uno dei motivi alla base della crescente superiorità ucraina nella guerra dei droni e dei missili ha origine nel fatto che Mosca ormai dall’inizio del 2026 non può più utilizzare Starlink, la costellazione di satelliti decisiva nelle “guerre stellari” odierne, soprattutto per le comunicazioni al fronte. La Russia ha approfittato per anni del sistema brevettato da Elon Musk tramite terminali non autorizzati e senza mai pagare il “canone”. Per questo il visionario imprenditore ha deciso di impedire al “portoghese” Putin di continuare a servirsi a sbafo di Starlink e ha introdotto un sistema di identificazione dei collegamenti.
Per far tornare i conti, si fa per dire, il Lord Voldemort della Piazza Rossa ha escogitato un colpo di bacchetta magica. Ha costretto la Duma ad approvare in un batter d’occhio una norma che consente al governo di non rispettare i limiti di spesa approvati dal Parlamento con la legge finanziaria. Se riflettiamo sul fatto che le assemblee legislative sono nate proprio per impedire al Sovrano di spendere e spandere a piacimento, senza controlli, Putin sembra riuscito a riportare il suo paese indietro di diversi secoli, per la precisione 8 secoli se risaliamo alla Magna Carta o comunque più di 3 se il riferimento è al Bill of Rights (1689).
Vie d’uscita o vicoli ciechi?
Il criminale del Cremlino è un autocrate pazzoide ma non è stupido. Si sta rendendo conto che l’“operazione militare speciale”, dopo quattro anni e mezzo, sta creando gravissimi problemi all’economia del suo paese e, in una prospettiva ormai ravvicinata, al suo potere incontrastato. Sta quindi mettendo in atto e/o progettando vie d’uscita dall’impasse in cui si è ficcato.
La prima misura strategica del leader con l’acqua alla gola, di cui già da mesi si moltiplicano gli esempi concreti, è la cosiddetta guerra ibrida. Si tratta di azioni con le quali Putin vuol far sapere ai paesi europei che lui è in grado di allargare il conflitto oltre i confini della Ue, soprattutto verso gli Stati dell’Unione più impegnati ad aiutare l’Ucraina. Sono minacce che non si possono prendere sottogamba anche se la Russia, nelle condizioni economiche disastrate in cui versa, assai difficilmente potrebbe uscire vincente da un ulteriore conflitto. Ma i costi, per tutti, sarebbero immensi e per le società democratiche più difficili da sopportare che per la tirannia putiniana. Secondo l’International Institute for Strategic Studies e la U.S. Helsinki commission, da quando è iniziata la guerra all’Ucraina sabotaggi e azioni ibride collegabili alla Russia si sono moltiplicati per quattro o più volte, sono ormai centinaia.
Nella direzione sopra accennata si possono ricordare, come esempi, il tentativo, fallito, di distruggere un aereo militare ucraino che si trovava nello scalo di Lipsia-Halle. Sempre in Germania e nei medesimi giorni droni assai probabilmente russi hanno sorvolato una base militare, altri hanno sconfinato in Lettonia e Romania. Non si contano poi le interferenze radio e Gps, nonché il sabotaggio di cavi sottomarini per le telecomunicazioni, nel tentativo di dimostrare che la Russia arriva dove vuole.
Ha scritto Marta Serafini sul “Corriere della Sera” che «secondo fonti europee di intelligence, Mosca potrebbe intensificare le operazioni ibride contro gli Stati baltici e la Polonia, ricorrendo a sabotaggi infrastrutturali o perfino a operazioni false flag [sotto falsa bandiera]… La minaccia potrebbe avere anche una dimensione informativa: non tanto preparare un attacco convenzionale, quanto far credere di essere pronta a un’escalation per diffondere paura e aumentare il costo politico del sostegno all’Ucraina».
Ma queste provocazioni russe, queste poco velate minacce della guerra ibrida sono nulla a confronto delle ripetute e crescenti intimidazioni “nucleari” che escono dalla bocca dell’ex spia sanpietroburghese. «Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che sta annegando», ha avvertito su “Foreign Policy” lo storico oxfordiano Peter Frankopan. Sono solo parole, dirà qualcuno, quasi che il despota russo fosse un imitatore di Antonello Venditti e si limitasse a cantare «Bomba o non bomba, arriveremo a Kyiv». Invece non si può dimenticare che il personaggio è disposto a tutto pur di restare in sella, che l’arsenale atomico a disposizione del tiranno di Mosca è enorme, e Putin ne parla sempre più spesso. In esso sono inclusi i 1.900 ordigni nucleari che l’Ucraina consegnò a Mosca in base al Memorandum di Budapest del 1994, sottoscritto da Gran Bretagna, Usa e Russia che in cambio s’impegnarono a difendere Kyiv da eventuali aggressioni. Un patto scritto sull’acqua, per Putin, com’è abitudine dei dittatori. Se Hitler perdente, chiuso nel bunker di Berlino, avesse avuto a disposizione qualche testata nucleare, come si sarebbe comportato?
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