A Cassano d’Adda, dopo il maggio del ’49, i vicini lo vedevano palleggiare da solo contro il muro per ore. Basta partire da questo ricordo per capire chi fosse davvero Sandro Mazzola.
A Cassano d’Adda, dopo il maggio del ’49, i vicini lo vedevano palleggiare da solo contro il muro per ore. “Andavo sempre in giro con la palla: palleggi, testa e piede, poi mi nascondevo altrimenti i nonni mi portavano via il pallone”, raccontò Sandro ricordando il momento più drammatico della sua infanzia. Quel bambino di sei anni giocava ostinatamente da solo perché nessuno gli aveva ancora detto che suo padre non sarebbe più tornato e che il 4 maggio 1949 un aereo, con a bordo il Grande Torino, si era schiantato sulla collina di Superga di ritorno da Lisbona. Trentuno morti, tra cui Valentino Mazzola, il capitano del Torino, un mito che guidò una delle squadre più forti della storia del calcio e papà di Sandro. Quel giorno tutti lo abbracciavano, ma nessuno gli spiegava cosa fosse successo. Lo capì da solo, un pezzo alla volta, come si capiscono le cose che nessuno ha il coraggio di dirti.
Chi eredita un padre-leggenda, di solito, prima lo imita, poi lo sfida, infine ci fa i conti da adulto, magari da rivale. A Mazzola questo percorso il destino non lo concesse e lo costrinse a restare per sempre nella prima stanza, quella dell’ammirazione senza possibilità di replica. Fu Benito Lorenzi, attaccante dell’Inter soprannominato “Veleno” per il suo caratteraccio, a portare Sandro e il fratello Ferruccio all’Inter, quando a Milano rischiavano di perdersi tra le strade di Porta Ticinese, senza un progetto preciso per il futuro. Vedendoli giocare nel vivaio nerazzurro fu Giuseppe Meazza a intuirne la stoffa, ma poi fu Helenio Herrera, il 10 giugno 1961, a buttarlo in prima squadra a giocare una partita surreale: l’Inter giocò contro la Juventus con la squadra Primavera per una protesta del presidente Angelo Moratti contro la Federazione. L’Inter perse 9 a 1 contro la Juventus ma quell’unico gol lo segnò lui, il diciottenne Sandro Mazzola, nella sua partita d’esordio in Serie A.
Da lì in avanti la sua carriera straordinaria è cosa nota: diciassette anni di Inter, 565 presenze e 160 gol, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali; con la maglia della nazionale collezionò 70 presenze e 22 gol, vincendo l’Europeo del 1968 e giocando la famosa Finale dei Mondiali di Messico 1970 contro il Brasile di Pelè.
I Mondiali di Messico ‘70 furono un momento magico per una intera generazione, nonostante la sconfitta finale. Erano gli anni in cui l’Italia calcistica si divideva come si divideva alle elezioni, e al bar si litigava su chi fosse meglio tra il “Golden Boy” milanista Gianni Rivera, elegante, geometrico, capace di un passaggio che sembrava disegnato col righello, e Sandro Mazzola, il ragazzo dell’Inter, più bruciante, più fisico, che sembrava giocare con la grinta di chi aveva sempre un conto in sospeso da saldare con qualcuno. Rivera e Mazzola non erano soltanto due giocatori diversi, ma erano due persone con caratteri opposti. Nella memoria di qualunque appassionato di calcio, rimane quella staffetta di Messico ’70, quel tempo a testa deciso da Ferruccio Valcareggi nella finale mondiale contro il Brasile, che ha dominato per anni le discussioni da bar e di chi non ha mai capito, Mazzola e Rivera compresi, perché due fuoriclasse del loro livello non potessero condividere il campo. E non giocarono insieme neppure nella leggendaria semifinale Italia-Germania 4 a 3, forse la partita più bella mai giocata da una nazionale italiana, novanta minuti più supplementari a 2200 metri d’altitudine, in cui Mazzola uscì alla fine del primo tempo in staffetta con Rivera, che poi segnò il gol della vittoria finale.
Quel calcio, visto oggi, rassegnati al fatto che la nazionale italiana per la terza volta consecutiva non sia riuscita a qualificarsi per i Mondiali, sembra appartenere a un altro pianeta. Non era necessariamente più bello dal punto di vista tecnico, probabilmente era pure più grezzo. Ma era abitato da facce vere, da sudore, da persone semplici, non da influencer del pallone. Mazzola arrivava davanti ai microfoni con lo stesso sorriso storto con cui saltava un terzino: senza copioni e uffici stampa a filtrargli le parole prima che uscissero dalla bocca. Era quello che si definiva un uomo perbene, con una accezione diretta che ancora lo permetteva, senza scambiare una sincera dignità per ingenua bonomia da sempliciotto. Il calcio di oggi, gonfio di soldi e di consulenti d’immagine, ha smarrito proprio questo: la possibilità che un campione sia anche, banalmente, solo una persona gentile e perbene, che possa avere di diverso dagli altri solo il talento nel dare calci al pallone.
Che Sandro Mazzola fosse una persona integra e leale lo dimostra un evento apparentemente controverso, ma che in realtà vale più di mille elogi postumi. Quando negli anni Duemila si tornò a parlare di certe pratiche ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera, Mazzola scelse di dire la sua verità, per intero, senza calcolo. Lo fece a settantatré anni, quando dalla carriera non aveva più nulla da guadagnare e molto, semmai, da perdere. Lo fece sicuramente per rendere giustizia al fratello Ferruccio, che quella stessa verità l’aveva detta per primo, in solitudine. Sandro, con l’onestà che lo aveva sempre contraddistinto, confermò la veridicità delle affermazioni del fratello, scegliendo la lealtà piuttosto che il silenzio comodo, anche quando tacere sarebbe stato più facile.
Non so se quel bambino che tirava calci al pallone contro il muro di Cassano d’Adda pensasse mai, tra un rimbalzo e l’altro, di dover essere all’altezza del fantasma di un padre leggendario. Probabilmente voleva solo a dare il suo meglio in campo, come avrebbe confessato tanti anni dopo; ma ora che se n’è andato anche lui, a ottantatré anni dopo una lunga malattia, viene naturale immaginare che padre e figlio si siano finalmente ritrovati. Per noi, che dobbiamo oggi fare i conti con un mondo del calcio totalmente diverso, in cui quella gentilezza e signorilità viene scambiata per debolezza, questa ulteriore perdita ci allontana sempre di più da un pezzo di storia dello sport che non tornerà. Il pallone gli ha dato tutto quello che la vita, all’inizio, gli aveva tolto: una direzione e un nome tutto suo.
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